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GARAGE

GarageUn film di Leonard Abrahamson. Scritto da Mark O’halloran.

Irlanda 2007. Durata: 85 minuti.


Prodotto da Film4, Mk2, Element Pictures, The Irish Film Board.
Distribuito da Mediaplex Italia (2009).


Attori: Pat Shortt nel ruolo di Josie, Anne-marie Duff nel ruolo di Carmel, Conor Ryan nel ruolo di David, Tommy Fitzgerald nel ruolo di Declan.



VOTO: 7


Per Josie, uomo grande e grosso addetto al servizio presso una pompa di benzina, spostare l’espositore dell’olio per auto è l’evento della giornata. La sua testa non ragiona alla stessa velocità delle persone comuni; purtroppo è un ritardato mentale e i disagi nei rapporti con gli altri sono evidenti. Il lavoro non è tutto questo granchè, il garage è situato in un posto dove trafficano pochissime auto e camion perché si affaccia su una stradina secondaria.

Ingenuotto di buona volontà, Josie è disposto, senza batter ciglio, ad allungare il turno di apertura del fine settimana, orgoglioso e fiero, anche perché il proprietario Gallagher gli annuncia che un certo David lo aiuterà nelle mansioni. David ha 15 anni e non è altri che il figlio della donna che adesso sta insieme a Gallagher. Questo insolito connubio nella conduzione dei lavori presso la stazione di servizio causerà non pochi problemi a entrambi…

Presentato alla 39.ma “Quinzaine des Rèalisateurs” (Cannes, 2007) e premiato come Miglior Film alla 25.ma edizione del Torino Film Festival (sempre durante lo stesso anno) il “Garage” bello e malinconico di Leonard Abrahamson è una primizia di fine stagione, quello che ormai sembra destinato a essere il periodo migliore per presentare quei film che non riescono a trovare spazio nel caos della distribuzione nazionale. L’ambientazione, a parte l’angusto e sporco box, è da favola: il cielo irlandese risplende in tutta la sua bellezza sui verdi sobborghi di campagna.

A dispetto della sua stazza, Josie sembra incorporeo tanto è lontano dai modi di fare degli altri abitanti del paese: lui ha la sua casa all’interno della pompa di benzina, e lì lavora, mangia e dorme. Adora passeggiare da solo per le strade della campagna circostante, ha un problema all’anca e camminare gli fa’ bene: si intenerisce per un cavallino e gli porta da mangiare alcuni frutti, scambia qualche parola con la bionda Carmel (Anne-Marie Duff), proprietaria di un piccolo negozio di alimentari in paese. Josie spasima in silenzio per lei, ha un tentativo di approccio “a modo suo” con la donna, con quel tenero e maldestro modo di fare che non può che risultare sbagliato e fuori posto. E perché nessuno, in fondo, può valutare Josie come amico o come amante. Josie e David bevono birra

Il docile personaggio principale, che sembra sia realmente esistito, è reso alla perfezione dall’attore Pat Shortt. L’artista di solito lavora come comico in televisione, ed è particolarmente noto in Irlanda; interpretare un ruolo così complesso e drammatico non deve essere stato semplice. Shortt, adoperandosi in modo specifico sulla difettosa fisicità del personaggio (nelle pose e nell’incedere), riesce a trasmettere una buona emotività.

La città, lontana in tutti i sensi dal taciturno Josie, pensa a se’ stessa, ognuno è chiuso nel suo vanaglorioso egoismo, e non vede al di là delle apparenze: si discrimina il “matto del villaggio”, si sognano tuffi nella piscina con le onde artificiali e non si esita a liberarsi di 5 cuccioli di cane, facendoli annegare nel fiume (luogo dove tutti i rifiuti, materiali, animali e umani sembrano destinati a finire). L’opinione pubblica è, ancora una volta, carica di violenza, odio e finto perbenismo.

La sceneggiatura è forse troppo costruita e finalizzata a sottolineare le colpe della piccola società (la quale fa’ presto anche a identificarsi in una collettività più universale) nei confronti di chi, purtroppo, non ha molto da chiedere alla vita. Morale e forma della pellicola non sono poi così nuove: il minimalismo dei film da Festival (con un’analisi e un approccio un po’ spogli e rettilinei) rischia di annoiare, se non fosse per il potente e destabilizzante messaggio delle scene finali.

Il cinema irlandese ha trovato, forse, un altro valido esponente oltre ai più noti Neil Jordan e Jim Sheridan.

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NON SI SEVIZIA UN PAPERINO

Non si sevizia un paperinoRegia: Lucio Fulci.
Sceneggiatura: Sandro Continenza, Lucio Fulci, Ottavio Jemma.



Musica: Riz Ortolani.

(Italia, 1972)
Durata: 110′.
Prodotto da: Edmondo Amati.



Cast: Barbara Bouchet, Tomas Milian, Irene Papas, Marc Porel, George Wilson e Florinda Bolkan.




VOTO: 8,5

Florinda Bolkan scava forsennatamente con le unghie su di un terreno aspro e roccioso, a due passi dall’autostrada, fino a che non rinviene un piccolo scheletro umano

E’ l’inizio di “Non si sevizia un paperino”, uno dei film più conosciuti di Lucio Fulci, che si svolge nell’immaginario paese di “Accendura”, un minuscolo e misero territorio sperso tra i monti della Lucania, dove Bruno Lo Cascio, dodicenne, risulta disperso; il padre ha ricevuto una telefonata anonima, quale richiesta di una somma in denaro come riscatto. Ma non sarà il pagamento a salvare la vita al piccolo. E di lì a poco un altro ragazzino viene ritrovato strangolato…

Strani personaggi animano il piccolo paese: si va dalla fattucchiera (Florinda Bolkan, appunto) impegnata tra arti magiche, bamboline vodoo e spilloni, ai fanciulli cresciuti troppo in fretta che fumano con disinvoltura, dalle poppute meretrici che concedono i loro favori, al guardone del villaggio. Per fortuna che c’è anche Don Alberto, un sacerdote che cerca di togliere dalla strada i giovani per avvicinarli alla Chiesa organizzando attività sportive e ricreative, un prete poco tollerante e bacchettone che censura pure le riviste in arrivo presso l’edicola. La Bouchet si esibisce per un bambino

Tra i nuovi approdati vi sono la signorina milanese ex-tossicomane Patrizia (Barbara Bouchet), una donna procace e sarcastica che prima irretisce un ragazzino mostrandosi nuda e poi apostrofa così l’officiante del paese: “Allora, Don Alberto, che hanno deciso a Roma? Vi potete sposare?”, e Andrea Martelli (Tomas Milian), giornalista de “La notte” di Milano, venuto a rendere conto dei delitti compiuti verso le giovani creature e ben presto coinvolto direttamente nell’intrigo.

Fulci dirige magistralmente uno dei capisaldi dei gialli all’italiana degli anni ’70 e alcune scene sono di sicuro impatto: la telefonata della Bouchet fatta dalla stazione di servizio prima che un altro ragazzino, Michele, venga ritrovato cadavere sotto la pioggia battente è un’arguta operazione depistatoria di montaggio e, al contempo, un modo per invitarci a riflettere sulle apparenze. Così come l’oggetto nella villa che riproduce “in vitro” l’acqua di un mare agitato è un espediente narrativo che può essere adatto a una scena erotica conturbante o a un’altra di concitazione investigativa.

Il transito incerto della Bolkan fra le strade del paese con le vecchierelle che sputano al suo passaggio, che le chiudono in faccia le imposte o che non le rivolgono nemmeno uno sguardo mentre va incontro al suo destino nella splendida e agghiacciante scena al cimitero, è di una mirabile sospensione. Al camposanto attendono inquietanti e rumorose le dediche musicali rock/blues sparate dalla radio accesa a tutto volume e una suadente e romantica Ornella Vanoni che canta “Quei giorni insieme a te”. Moderna Maddalena, la strega subisce le torture peggiori, tanto che non mancano carni martoriate e sbudellate a far da contorno alla mattanza. Fulci traccia le basi per un feroce atto di accusa contro le superstizioni e le discriminazioni sociali; egli si schiera chiaramente contro la giustizia sommaria e l’ignoranza.

Forse addirittura pecca, in un certo qual modo, di eccessivo parteggiamento, magari involontario, perchè c’è un po’ troppo nord moderno, emancipato e avanzato intellettualmente rispetto a un sud retrogrado, asino e credulone. In fondo l’autostrada è lì, a due passi da Accendura: l’Italia moderna sta per portare il Progresso anche all’antiquato paesello. Ma Fulci non cade mai nella trappola della caricatura o in quella della trivialità.

La magia e la religione sono due facce della stessa medaglia: morbosamente attratte o infastidite dal peccato, giudici spietati nei confronti del diverso, prodighe di seducenti litanie di preghiera o di malocchio, entrambe perdenti nei confronti della fanciullezza. La regia rende in modo originale l’atmosfera greve e patologica posta in essere dalle due “fazioni”.

L’individuazione dell’assassino è fin troppo facile. Ma, pure nella prevedibilità del finale, il film di Fulci è un lucido e fermo atto di accusa tremendamente attuale e profondo, che si inserisce alla perfezione in uno dei più gravi e aberranti tra i mali moderni: è un inno all’infanzia, all’innocenza dei bambini e al loro ruolo collettivo, indispensabile per un generale quieto vivere. Insabbiato dalla televisione (visti gli argomenti crudi e scomodi come gli accostamenti tra pedofilia e religione) è fortunatamente reperibile, senza censure, in DVD.