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Articoli con tag “dinosauri

THE TREE OF LIFE

Un film di Terrence Malick.

Con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going.

Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 138 min. – India, Gran Bretagna 2011. – 01 Distribution. Uscita mercoledì 18 maggio 2011.

VOTO: 8

Ad un ritmo tre volte più veloce rispetto a quello del cinema mondiale medio, “L’albero della vita” di Terrence Malick pianta le sue fulgide radici nell’animo dello spettatore. Fin da subito avvinto da una storia quasi misteriosa, appena annunciata e allo stesso tempo così fortemente drammatica, chi guarda non può non essere catturato da una tensione narrativa che, pur permettendosi di procedere allo scoperto sin dalle prime scene, mantiene una segretezza tutta sua che instilla curiosità.

Grazie a un senso del montaggio clamoroso e a una regia praticamente perfetta (prodiga di giochi di prospettive e di ricorsi a forme geometriche abbacinanti), la pellicola giunge maestosa a bussare alle (altro…)

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L’ERA GLACIALE 3 – L’alba dei dinosauri

L'era glaciale 3 - L'alba dei dinosauriUn film di Carlos Saldanha.

Con Ray Romano, John Leguizamo, Denis Leary, Simon Pegg, Queen Latifah.


Titolo originale Ice Age: Dawn of the Dinosaurs. Animazione, Ratings: Kids, durata 91 min. – USA 2009. – 20th Century Fox. Uscita: venerdì 28 agosto 2009.





VOTO: 6,5


La moglie di Manny, il mammut “ghiacciato” più famoso dell’animazione, sta per avere un figlio e il padre è fuori di testa per l’ansietà. Ha creato da solo un originalissimo e creativo parco giochi fatto di pezzi di ghiaccio; l’attesa della nascita è ai livelli di guardia.

Diego, la tigre dalla voce profonda e dai denti a sciabola, è fuori forma, mangia la polvere mentre rincorre le sue prede, si sente vecchio e stanco. Pensa che sia arrivato il momento di lasciare il gruppo, la fantastica ed eterogenea famiglia che si era formata negli episodi precedenti, e va alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Anche Sid, il simpatico bradipo maldestro e un po’ bruttino, è contagiato dalla voglia di maternità e indipendenza. Trova 3 gigantesche uova di dinosauro e comincia a custodirle gelosamente come se fossero frutto della propria genesi.

Perfino lo scoiattolino Scrat, alla perenne ricerca dell’ormai celebre ghianda sfuggente, si invaghisce di un’avvenente Scrattina dallo charme forse più irresistibile del frutto…

Il ritmo del cartoon è da subito indiavolato, con trovate esilaranti e divertenti. Questa volta si aggiunge l’idea non originale di aggregare i dinosauri all’interno del nucleo degli animali già esistenti. Qualche (dovuto?) richiamo all’immaginario di “Jurassic Park” e ai “mondi perduti” poteva essere evitato. D’accordo, il cosmo sotterraneo dove sono catapultati i nostri amici, ci riserva alcune tra le cose più affascinanti da vedere, come gli ornamenti floreali colorati, ma gli animali preistorici sono stati presi in affitto da tante altre pellicole.

La guida perfetta in questo viaggio al centro della terra è una donnola di nome Buck. Il mammifero comunica alla scombinata combriccola dei nostri eroi che il loro amico Sid, rapito dalla mamma dinosauro dei 3 piccoli, si sta dirigendo verso le “Cascate di lava” e, se vorranno salvare il bradipo, dovranno passare attraverso la “Giungla della tristezza”, il “Burrone della morte” e le “Placche del wow”.

Già presentato in anteprima a “Giffoni Experience” lo scorso luglio, “L’alba dei dinosauri” è un film migliore rispetto al secondo episodio e lontano rispetto ai vertici del primo. Si distingue per il fiato un po’ corto e intermittente di una sceneggiatura tutta votata alla ricerca delle pensate geniali quantunque occasionali e sfilacciate. La trama risulta, in questo modo, abbastanza prevedibile e le emozioni smorzate da un contesto paesaggistico non nuovo e da personaggi che somigliano troppo a macchiette ripetitive di loro stessi. Si insinua il timore che il difetto nasca dal soggetto.

Certo, le animazioni sono sempre impeccabili (e forse il 3D questa volta un po’ sprecato), ma ci si chiede la necessità di continuare a raschiare il barile di un prodotto che sarebbe stato così bello se fosse stato lasciato nascere e morire nel 2002. Qui non si fa altro che ripetere lo schema emotivo della prima “puntata”, cambiando il cucciolo umano in quello preistorico e lasciando all’abilità degli scrittori le battute e le invenzioni per risollevare le sorti della storia.

Da apprezzare lo sforzo nel cercare di dare un senso “alto” all’opera richiamando (in parte comprensibilmente) l’attenzione sull’importanza e la forza dell’unione, del gruppo, anche se apparentemente male assortito ed eterogeneo.

I tentativi di singletudine/solitudine perdono il confronto con quelli più classici a favore della famiglia: Diego e Sid saranno costretti a chinare il capo di fronte all’eccezionalità dell’evento del parto, il modo più efficace per chiamare a raccolta i “pater familias” clandestini e gli indipendenti pentiti. Niente fughe pertanto, l’ordine è ristabilito (un messaggio voluto dagli autori oppure una necessità per garantirsi nuovi scenari in caso di ulteriori episodi?). Corri, Sid, che la bocca è grande!

Ormai, con questa tipologia di film d’animazione, si va sul sicuro: film discreti, rivolti a un target medio, che non fanno male ma nemmeno troppo bene. Sono salati solo in superficie, come i crackers.

Da morir dal ridere la scena nella quale la donnola parla al “cellulare” e la scusa che si inventa per dire che sta perdendo il segnale (anche in questo caso si insinua il dubbio che anche il flessuoso mammifero non sia poi così solo come vorrebbe far credere). Buck è un personaggio complesso, il più interessante (forse perché l’unico nuovo) tra i soggetti che danno vita all’avventura: il suo adattamento al mondo sotterraneo e ostile è invidiabile. Furetto impazzito e contagiato da una schizofrenia indotta da una specie di avamposto perduto, sembra in perfetta sintonia con l’indole propria dei reduci di guerra.

Un’ultima annotazione la vorremmo riservare per l’idea di far ballare lo scoiattolino innamorato sulle note di “You’ll Never Find Another Love Like Mine” di Kenneth Gamble e Leon Huff. La stessa canzone viene abilmente arrangiata in diversi modi, tutti estremamente romantici e teneri. Forse Scrat diventerà, un giorno, il vero protagonista di “Ice age”: sembra essere rimasto l’unico in grado di salvare la serie dal “rischio liquefazione”.


UNA NOTTE AL MUSEO

Una notte al museoTitolo originale: Night at the museum.

Nazione: U.S.A. Anno: 2006. Genere: Commedia. Durata: 108′.

Regia: Shawn Levy.


Cast: Ben Stiller, Robin Williams, Carla Gugino, Owen Wilson, Kim Raver, Mickey Rooney, Dick Van Dyke, Bill Cobbs, Pierfrancesco Favino.


Produzione: Twentieth Century Fox Film Corporation, 1492 Pictures, 21 Laps Entertainment. Distribuzione: 20th Century Fox. Data di uscita: 02 Febbraio 2007.


VOTO: 4,5

Nel 2006, il buon Chris Columbus (che ricordiamo ottimo direttore di film di successo come “Mamma, ho perso l’aereo” e i primi due episodi di “Harry Potter”) ‘opzionò’ il libro illustrato per bambini del ceco Milan Trenc intitolato “Night at the Museum” e lo ridusse a soggetto per una delle pellicole più fortunate di quell’anno. A interpretare il protagonista, Larry Daley, fu chiamato Ben Stiller; il suo ruolo di padre divorziato che non riesce più a comunicare con il figlio di 10 anni era uno dei ruoli “leggeri” più ambiti.

Stiller fu diretto dall’incapace Shawn Levy (regista dell’ultima “Pantera rosa”) che ottenne anche la partecipazione di due caratteristi di lusso come Mickey Rooney e Dick Van Dyke (lo spazzacamino in “Mary Poppins”), oltre a quella di Pierfrancesco Favino, alla sua prima esperienza d’oltreoceano, nei panni di Cristoforo Colombo.

Nel film, Larry, indebitato fino al collo, ottiene un lavoro come guardiano notturno al Museo di Storia Naturale di New York, credendo di poter guadagnare soldi senza troppi sforzi, ma non sa che durante le ore notturne il museo prende vita: leoni e scimmie iniziano a gironzolare per le sale, personaggi come Attila escono dalla loro teca, il bellissimo scheletro del Tyrannosaurus Rex minaccia Larry e l’intera struttura con le sue capacità demolitrici. In soccorso di Daley arriveranno il fiducioso presidente americano Teddy Roosevelt (Robin Williams) e qualche altro personaggio storico “di passaggio”, i quali aiuteranno Larry a ritrovare quell’autostima che era andata perduta…

Il film fa parte di quel filone, ormai supersfruttato, ad alto tasso di effetti speciali che rendono movimentate e spericolate anche quelle pellicole piatte come i pavimenti dei musei. La noia regna sovrana anche di fronte alla testa parlante dell’isola di Pasqua, alla scimmia ladra e dispettosa, al gruppo dei borbottanti cavernicoli, al mammut pronto alla carica.

E non corre in aiuto nemmeno una regia distratta, raffazzonata e dal fiato corto, che non ha niente di prodigioso e che toglie qualsivoglia possibilità a un soggetto che avrebbe meritato maggiore attenzione. C’era da giocare la carta dell’anticonformismo e invece si è scelto un comodo “politically correct”, ci si poteva scatenare con riferimenti storici arguti per confrontarli con le realtà moderne ma ci siamo sciolti di fronte al buonismo, si sarebbe potuto premere il pedale sull’acceleratore delle battute sarcastiche ma gli sceneggiatori, durante “la notte”, evidentemente preferiscono dormire (e chi può dargli torto?). "Gulliver" in pericolo

Così come il Museo è abitato da singolari diorama, le cui creature sembrano pronte in ogni istante a scuotersi dalla loro ammaliante immobilità, il film è popolato da attori che, pur dannandosi l’anima per rendere credibile il pastrocchio a cui stanno partecipando, non riscuotono consenso dal lato della veridicità del racconto ne’ per qualsivoglia coinvolgimento emotivo.

Owen Wilson, nel ruolo di un litigioso cowboy delle dimensioni di un soldatino, non attacca a livello emozionale e i suoi duetti con Ben Stiller (altrove battagliero e un po’ isterico, mentre qui abilmente ammansito) si riducono a delle sterili macchiette. Robin Williams, l’imbolsito presidente “Ted”, non riesce a lasciare nessun segno tangibile della sua bravura attoriale.

In “Una notte al museo” si sprecano i riferimenti ad altri film per famiglie quali “I viaggi di Gulliver” e “Jumanji” e, oltretutto, lo si fa senza discrezione e sarcasmo. Mancando qualsiasi sorpresa, l’unico merito che gli va ascritto è quello di farci venire la voglia di andare a New York per visitare (questa volta senza “sommosse” notturne e coi nostri occhi) il Museo di Storia Naturale.


IMPY SUPERSTAR – Missione Luna Park

Impy Superstar

Un film di Reinhard Klooss, Holger Tappe.


Titolo originale Urmel voll in Fahrt. Animazione, durata 84 min.


Germania 2008. – Mediafilm data uscita 27/02/2009.



VOTO: 4


Impy è un piccolissimo dinosauro che dimora su di un’isola in mezzo all’Oceano Pacifico ed essendo figlio unico sogna, un giorno, di poter avere l’affetto di una sorellina.
In occasione della festa per il compimento del suo primo anno, questo desiderio sembra avverarsi grazie a un regalo fattogli dai suoi amici più cari: un panda tutto per lui, di nome Baboo. L’animale si rivela per Impy un po’ troppo invadente e sembra non esaudire i desideri del lucertolino.

Nel contempo, su di una terra selvaggia non meglio posizionata, il Sig. Barnaby è a capo di un parco divertimenti finanziato dagli sceicchi e ha 7 giorni di tempo per trovare un dinosauro da aggiungere alle sue attrazioni, pena il mancato sostentamento economico da parte dei facoltosi arabi…

Troppi elementi fanno di “Impy” un cartone animato uguale a tanti altri e senza alcuna idea innovativa. Alcuni personaggi e tante situazioni narrative rimandano a figure e a film già visti.
A cominciare dall’aspetto del Sig. Barnaby, ispirato in tutto e per tutto al poliziotto Angel Batista della serie tv “Dexter”: cappello a larghe tese, occhiali da sole, pizzetto disegnato allo stesso modo, indossa le medesime sgargianti camicie hawaiane, il braccialetto d’oro, l’anello vistoso fino ad arrivare all’identificazione totale quando si nota la pancia prominente uscire allo scoperto. Certo, i suoi modi di fare sono meno onesti di quelli dello sbirro di Miami, ma a che pro inserirlo in un cartone animato per bambini? Omaggio? Citazione colta per strizzare l’occhio agli adulti?
Per continuare poi con lo svagato professore disegnato, pensate un po’ all’originalità della fonte, con le medesime fattezze del noto scienziato Einstein.

Una quantità enorme di pellicole animate ha invaso negli ultimi anni il nostro immaginario cinematografico raccontandoci di “trasmigrazioni” da luoghi esotici e primordiali a posti più evoluti e tecnologici, e viceversa; che bisogno c’era di aggiungere questa sconclusionata avventura a quelle di un “Madagascar”, di “Uno zoo in fuga”, di un “Jurassic Park”?
Echi nemmeno troppo lontani risuonano pure dal classico “King Kong”: la cattura della belva (si fa per dire, in questo caso) da esibire in pubblico a scopo di lucro, il modo con il quale Impy viene incatenato fra i due grossi pali di legno è il medesimo trattamento riservato al gigantesco scimmione.
Non manca poi l’occasione di rinverdire stupidamente i fasti degli spettri, con la visita al castello stregato che si trova nel luna park di Barnaby (in qualche modo dovevano pur allungare il brodo, no?). Impy rapper

La scena più riuscita rimane quella della corsa vertiginosa sull’ottovolante; è lì che la complicità tra Impy e Baboo si fa tangibile e si ride a spese dell’imbranataggine di Otto (volante anch’esso), il fin troppo ossequioso bulldog del Sig. Barnaby.

Il film, già abbastanza corto di per sé, risente oltracciò di uno svolgimento narrativo lento considerando anche il genere solitamente ben più movimentato e ricco di colpi di scena. Le idee migliori sono state riservate alla fine: durante i titoli di coda, infatti, ci sono alcuni colpi di genio che meritano un’ulteriore permanenza in sala di 3 minuti (tanto, al bar, una pizza calda la si trova sempre…).
Il momento più basso lo si raggiunge quando parla uno degli sceicchi di cui sopra: qualcuno, infatti, ha avuto la malaugurata idea di farlo doppiare dall’ormai celebre Marco Carta. La sua prestazione rispecchia il suo modo di cantare: senza alcuna verve, né enfasi.
Capisco che il lavoro del doppiatore (come quello di cantante, del resto) non sia affatto facile ma qualche lezione in più di Fioretta Mari sarebbe stata, in questa circostanza, cosa gradita.