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Articoli con tag “destino

LA ZONA MORTA

Un film di David Cronenberg.

Con Christopher Walken, Brooke Adams, Martin Sheen, Herbert Lom, Tom Skerritt.

Titolo originale The Dead Zone. Drammatico/Psicologico, durata 101 min. – Canada, USA 1983.

VOTO: 6

John “Johnny” Smith è un professore di liceo innamorato di una sua collega. Giovane, in salute, e profondo conoscitore del proprio mestiere, John è vittima di un incidente automobilistico (“Dio gli lancia contro un camion a 18 ruote”) che lo costringe a vegetare in coma in un letto d’ospedale. Trascorsi alcuni anni l’insegnante si risveglia e trova che molte cose sono cambiate. La calma e l’incoscienza del sonno profondo vengono destati da spaventose visioni premonitrici. (altro…)


DEAD MAN’S SHOES

Un film di Shane Meadows.

Con Paddy Considine, Gary Stretch, Jo Hartley, Toby Kebbell.

Titolo originale Dead Man’s Shoes. Thriller/Drammatico, durata 90 min. – Gran Bretagna 2004.

VOTO: 9

Tricicli abbandonati, altalene spinte dal vento. Interni sudici e disordinati, abitati da spacciatori da quattro soldi; survoltati animali che campano a pizza, birra e giornaletti porno, le bocche impastate da alcool e acidi. Quadri incompleti che stanno per essere riempiti dai ricordi dolenti di un passato in bianco e nero. Ricordi che tornano vividi; voci lontane sempre presenti. Richard è pronto ad agire, vendicarsi. Non può più aspettare. E deve proteggere Anthony, il fratello ritardato che dalle bestie di paese ha subito le peggiori angherie. (altro…)


NON LASCIARMI

USCITA CINEMA: 25/03/2011.


REGIA: Mark Romanek.
ATTORI: Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Sally Hawkins, Charlotte Rampling.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2010. GENERE: Drammatico, Fantascienza. DURATA: 103 Min.




VOTO: 8,5


Una svolta nella scienza medica, risalente al 1952, da’ la possibilità ai dottori di sanare malattie incurabili. La conseguenza di tale conquista ci viene descritta da un racconto a ritroso condotto dalla 28-enne Kathy H. (la talentuosa, “blindata” e perfetta Carey Mulligan). Badante da un paio di lustri di pazienti un po’ speciali, ragazzi che cedono “qualcosa” in cambio della compagnia e del suo sostegno morale, Kathy ripensa ai tempi della frequentazione del college di Hailsham e ai compagni Tommy D. (un viscerale Andrew Garfield) e Ruth (un’impulsiva e sofferente Keira Knightley). Rivede i disastri che Tommy combinava con lo sport e il disegno, i recinti insuperabili della scuola, la rigidità comportamentale dei docenti, il controllo di una situazione che solo adesso appare ostinata e soggiogante.

Una repressione che passava anche attraverso una finta moneta, con la quale poter comprare qualcosa di virtuale o semplicemente inutile. L’illusione “regalata” ai ragazzi si traduceva in oggetti mezzi rotti: bambole senza braccia, ceramiche frantumate, audiocassette ingiallite, delle quali una molto romantica inneggiante al sentimento più nobile. I giovani studenti, però, erano fasciati da ben altre strette: quei braccialetti elettronici, apparati futuristici distintivi, che stonavano con l’ambiente rurale e semplice dove conducevano le loro esistenze; imitazioni simboliche disumane di un domani che potrebbe essere il presente di Kathy, e forse anche il nostro.

Gli educatori di Hailsham, interessati a una vita che potesse spingersi oltre ogni limite, reclamavano non a caso la robustezza fisica dei loro allievi, aiutandoli con l’assunzione di verdure e negando loro le sigarette. La conservazione siffatta nascondeva qualcosa: gli scolari non erano altro che duplicati generati senza padre ne’ madre, incalzati da una copertura medica quasi ossessiva che si compie quando gli stessi vengono messi a far parte di un feroce gioco cannibalesco. I “doni della morte” sono salvifici eppure sempre e soltanto, per forza di cose, temporanei. Chi salverà chi? Chi, tra le due etnie ormai distinte (donatori e riceventi), vivrà meglio e più compiutamente?

L’esplosione di un sentimento, ricchissimo di sfumature, probabilmente non previsto e così fantasticamente esorbitante da distruggere qualsiasi limite, rischia di minare gli esperimenti. L’Amore non riesce a fingere, nemmeno nelle piccole rappresentazioni teatrali volute dalla docente più sincera. Ma il destino è rigoroso, e cerca di abituare al grigio il DNA dei tre protagonisti, uno dei quali vittima di un erotismo manipolato e schematizzato dalla lettura di riviste pornografiche. Il fato si appoggia sugli sguardi di compatimento delle persone più grandi, che già conoscono il terribile avvenire di quegli esseri innocenti i quali si scoprono arenati, come barche su una spiaggia a due passi dal mare.

Nel suo pre-sentimento allarmistico e cupo, Romanek attinge dal romanzo di Ishiguro e dirige con singolare gradevolezza, componendo quadri a ogni scena, fissando la MdP in angoli inusuali e rendendo la forma del film così aperta che la nostra curiosità non può far altro che crescere, attendendo sempre un episodio illuminante e rivelatorio. Partendo da un terzetto d’attori eccezionali, a cui si aggiunge Charlotte Rampling (artista leggendaria e messaggera di un’Arte che non può redimere), l’estroso regista rende mirabile l’idea del trascorrere del tempo, attraverso stacchi morbidi che poi si manifestano improvvisi e brucianti nell’animo dello spettatore. Peccato per l’ultima parte, forse un po’ troppo decifrata, che corre il rischio di circostanziare un’opera per definizione inafferrabile.


THE BOX

USCITA CINEMA: 21/07/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Richard Kelly.
ATTORI: Cameron Diaz, James Marsden, Frank Langella, James Rebhorn, Gillian Jacobs.


PAESE: USA 2009. GENERE: Fantascienza, Thriller. DURATA: 115 Min.




VOTO: 7,5


Con Richard Kelly si vola. Aerei, sonde, viaggi ai confini della realtà, portali del tempo, misteri, fantasie… C’è sempre qualcosa che cade dal cielo: dopo il motore di un aereo è la volta di un fulmine. Il regista dell’adoratissimo “Donnie Darko” pare aver ridotto la sua vena creativa: se è vero che il suo primo lungometraggio ha colpito per il suo estremo equilibrio tra autorialità e contenuto, la prova successiva si è rivelata col fiato corto e priva di idee. Adesso, dopo 8 anni dal suo lavoro più conosciuto, Kelly ha il coraggio di ripresentarsi con una pellicola per niente facile, nella quale dirada la messa in mostra della sua arte oratoria e la bramosia di “apparire” senza “essere”. Corre il rischio di andare fuori dal tempo, tallonando un periodo e un genere fuori moda, malgrado ciò rimanendo coerente a se’ stesso.

Ed ecco, dopo Donnie, ancora un giardino, ancora un vialetto, ancora scene di vita familiare con tanto di saluti imbarazzanti (l’amore genitoriale è così fastidioso?) al figlio che va a scuola, occhiate affettuose al marito, merende preparate, giornate impostate secondo i crismi di una buona ortodossia da parte dei coniugi Lewis. Cambia il paesaggio, il riferimento temporale, il tenore di vita, il clima, ma il wormhole è rimasto lì, pronto a inglobare altri “poveri” cristi smarriti e interdetti.

La location è quella di Langley, in Virginia, sede centrale della C.I.A. La malferma insegnante Norma (un’intensa ed espressiva Cameron Diaz) mancante di quattro dita a un piede e il suo marito Arthur che lavora alla NASA, vivono felici e contenti. Almeno fino all’anno del Signore 1976, quando Babbo Natale arriva sotto le mentite spoglie di Arlington Steward (Frank Langella): al posto della folta barba bianca ha una voragine alla guancia sinistra, sgraziatamente consumata dal fuoco delle fiamme. E invece di passare dal camino, col suo sguardo lontano chiede di entrare in casa come fosse un vampiro che ha bisogno di essere invitato. Mette sul tavolo un congegno con un pulsante il quale, se premuto, farà morire uno sconosciuto e regalerà all’esecutore un milione di dollari. Il Santa Claus tentatore (o, se preferite, l’alieno resuscitato) pare venuto per creare il caos, instillare dubbi, insicurezze, insidie. Il periodo è quello giusto: l’America sta vivendo una recessione economica parallelamente (s)bilanciata dalle conquiste spaziali sul pianeta Marte (Morte?).

L’emorragia finanziaria viene effigiata da una serie di epistassi inarrestabili che colpiscono il preside della scuola, un invitato al ricevimento di prova per il matrimonio della sorella di Norma, la balia dei coniugi Lewis, lo studente che si prende malignamente gioco del difetto fisico dell’insegnante. Tutti personaggi alle “dipendenze” di Steward. Il nuovo film di Richard Kelly attacca gli apparati fisici e sensoriali, ha tutta la beffarda doppiezza etica della storia di Matheson da cui è tratto, e alcune atmosfere narrative, musicali e di apprensione tipicamente hitchcockiane che nascondono McGuffin fin dal titolo (la scatola non è il vero elemento a cui prestare attenzione). Si avvale di una scena inquietante che si snoda tra i labirinti di una biblioteca, dove alcuni “dipendenti” (mentali e magari anche salariati) seguono come zombie in catalessi l’odore delle pagine di file segretati e le epidermidi di una coppia di sposi ormai prossima alla sconfitta.

Il ragazzo di Newport News, citata fieramente su una cartina della Virginia, ci sa fare con la macchina da presa: primi piani e carrelli in avvicinamento che a volte appaiono come soggettive mascherate, panoramiche, improvvisi dettagli rivelatori, si diletta a giocare con le fiamme del fuoco, sempre e comunque distruttive. Perché anche gli alberi di Natale potrebbero incendiare. Preso dal fuoco della passione e un po’ fulminato, sbaglia grossolanamente quando, in preda a un raptus esplicativo e cercando di sbrogliare la situazione, inverte i tempi di un rapimento.

Per fortuna l’autore non cade nella trappola della facile schematicità delle situazioni. Tanto per parlare fuori dai denti, la ripetuta evidenziazione del difetto fisico di Norma non è solo un vuoto di sceneggiatura da riempire per catturare l’attenzione dello spettatore più sprovveduto o un “modus scrivendi” messo lì per colmare il tempo che passa. No, l’ideatore ha voluto marcare deliberatamente questo aspetto per creare un parallelo viscerale tra il vissuto di Norma e quello di Arlington, e per rivelare come ambedue si rapportino al dolore, al senso di moralità e responsabilità.

Poco a che vedere ha il riferimento a una possibile misoginia di fondo: alla stazione di polizia si sente chiaramente pronunciare da un’agente di “un altro delitto familiare, stavolta toccato alla moglie”. D’altronde non credo che il regista abbia mai pensato di sfiorare questo tipo di concetto. Anzi, all’interno delle sue pellicole si respira un’aria di particolare devozione degli uomini nei confronti delle donne. Basti pensare al sacrificio di Donnie o al regalo di Natale pensato per la moglie in quest’ultimo film.

Ormai Kelly sembra volerci dire che non esiste via di scampo per nessuno (leggi il “no exit” scritto sul parabrezza, sulla lavagna e sulla porta della rappresentazione teatrale), ognuno costretto nella sua scatola, sia essa una casa, un’automobile, la tv o, ineluttabilmente, la propria tomba. Perché tutti muoiono. E questa volta non sono soli.


GLI AMORI FOLLI

Un film di Alain Resnais.

Con Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric.

Titolo originale Les Herbes Folles. Drammatico, durata 104 min. – Francia, Italia 2009. – Bim. Uscita: venerdì 30 aprile 2010.






VOTO: 7


E’ appurato che il maturo Alain Resnais gira in stato di grazia. “Les herbes folles” non è un’eccezione, per fortuna. Indugiando sulla folta chioma di capelli rossi e ricci di Azéma, sfarfallando all’interno di un appartamento per raccontare di un tormentato passato familiare che ridiventa presente e piacevole, allontanandosi timido per lasciare i personaggi alle loro confessioni, rabbuiando il filtro della sua macchina da presa per dar modo di accendere la luce e rendere magnificamente l’idea del trascorrere del tempo.

Imbevuto di una dolcezza ambiguamente crudele, lo stile di Resnais diventa quasi un fotoromanzo strambo con ricorrenti sfumature e chiusure su di uno schermo nero, che concede poco al sentimentalismo tout court perché si fa spumeggiante, emancipato e lacunoso come l’Amore. Si perde un po’ tra i facili simbolismi del colore dei semafori, di soldi gettati su di un tavolo di un bar, tra occhi annacquati da elementari romanticismi e mani arrendevoli sulla poltroncina del dentista. O su di una cerniera lampo che invita a sfidare la gravità degli amori azzardati. Non sempre centra il bersaglio, perdendo per strada l’utilizzo della voce narrante la quale ritorna ad essere intensa solo in chiusura.

Tuttavia i grandi alleati (più che attori, oramai) del regista francese, giganteggiano senza pari. Creature superficiali e pitturate (!), brillano con discontinuità come desidera il Maestro e agiscono in modo illogico e un po’ assurdo. Sabine Azéma recita con i piedi, e in questo caso non è motivo di dissenso: corteggia e accarezza un aeroplano allo stesso modo in cui lusinga un André Dussollier coraggioso e opprimente allo stesso tempo, tenacemente devoto alla fatalità e alla comprensione del destino.

Esistono erbe che nascono dove meno te lo aspetti. Spuntano improvvise in mezzo all’asfalto, si ergono verdi e rigogliose nonostante il cemento e i gas che le circondano. Fanno capolino da sotto le ceneri del conformismo. E a volte sopravvivono.