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IL MISTERO VON BULOW

Un film di Barbet Schroeder. Con Glenn Close, Jeremy Irons, Ron Silver, Annabella Sciorra, Jack Gilpin.

Titolo originale Reversal of Fortune. Drammatico/Giallo, durata 111 min. – USA 1990.

VOTO: 8

Tappi nelle orecchie, mascherine sugli occhi per proteggersi dalla luce, e fisico pieno di un mix composto da sigarette, alcolici e farmaci. I ricchi di Newport, Rhode Island (a due passi da Boston), si annoiano così, abitando ville grandissime e lussuose, anonimi tra la sfilza di tenute che si affacciano sul mare. Ispirate a una storia vera, le vicende della pellicola vengono introdotte da una voce off, quella di Sunny von Bulow (Glenn Close), che giace in coma irreversibile in un letto di ospedale dal Natale del 1980 (l’ereditiera è morta nel dicembre del 2008, nda). (altro…)


GLI UOMINI PREFERISCONO LE BIONDE

Un film di Howard Hawks.

Con Jane Russell, Marilyn Monroe, Charles Coburn, Elliott Reid, Tommy Noonan.

Titolo originale Gentlemen prefer blondes. Commedia/Musicale, durata 91 min. – USA 1953.

VOTO: 9

Testo brillantissimo e abiti con brillanti. E’ questo il connubio perfetto de “Gli uomini preferiscono le bionde”, commedia con parentesi musicali scritta da Charles Lederer e tratta da un romanzo di Anita Loos, la quale scrisse la storia immaginando due figure femminili al centro dell’azione e dell’attenzione di giovanotti muscolosi, signori attempati e mocciosi con camerieri al seguito. Roba da duemila e due notti, insomma. (altro…)


LIMITLESS

USCITA CINEMA: 15/04/2011.


REGIA: Neil Burger. ATTORI: Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish, Andrew Howard, Anna Friel.


PAESE: USA 2011. GENERE: Thriller. DURATA: 105 Min.





VOTO: 7

Edward Morra (un affascinante e variegato Bradley Cooper) è uno scrittore trasandato che sta elaborando un romanzo di fantascienza spacciato come metafora filosofica sulla condizione umana del ventunesimo secolo. La fatica nello sviluppare lo scritto occupa giorni, settimane e poi mesi, in un pietoso crogiuolo che diventa confortevole, tanto che Lindy, la sua ragazza, decide di lasciarlo. Vagando per la città di New York, Edward incontra una vecchia conoscenza, l’ex-cognato Vernon, il quale gli propone di dargli una mano grazie a una pasticca miracolosa di nuova concezione farmacologica…

Dando una lettura basilarmente figurativa, possiamo dire che “Limitless” potrebbe essere una metafora etica sulla distruzione dell’uomo per effetto di sostanze stupefacenti; quelle droghe che, assunte per migliorare le proprie prestazioni, a un primo periodo di dolce e gentile assuefazione fanno seguire terribili momenti dissociativi. E nelle cosiddette “sostanze irresistibili” vanno senz’altro aggiunte quelle mediche normalmente prescrivibili: prendiamo l’(ab)uso comune che, negli “strange days” delle società moderne, viene fatto degli psicofarmaci o degli antidolorifici. Per mantenere un alto livello di attività motoria e vocale, molte persone sono disposte a qualsiasi cosa, a rischiare il salto nel vuoto della loro condizione esistenziale; di solito votate a posti di lavoro di estrema responsabilità e cospicuo guadagno, oltre i limiti del supereroismo.

Se ci guardiamo intorno, quella descritta in “Limitless” non è una realtà molto dissimile (è forse il romanzo di fantascienza scritto dal protagonista?), nella quale, tra gli altri, anche l’ex fidanzatina Lindy ha appena ottenuto un avanzamento di carriera e quasi tutti quelli che Edward incontra sono socialmente più in alto di lui. Ecco spiegato perchè una ricerca quasi ossessiva consacrata a una condizione frizzante, intelligente, dotata di buon senso, e con la certezza di accedere a una memoria oramai sepolta da anni di assuefazione psichica, attiri pressoché tutti (con il massimo rispetto per coloro che soffrono seriamente di problematiche depressive, qui contingenti).

Le piccole pastiglie trasparenti, che Edward continua ad assumere in dosi sempre più massicce, gli aprono una porta che conduce in una zona già conosciuta e ambita: quella dell’accumulo di denaro. All’inizio rigetta, fisiologicamente pulito, quel mondo, e precipita in un incubo a occhi aperti, nel quale non capisce più chi è, cosa fa, da chi è circondato e cosa vogliono gli altri, quelli interessati al suo stato di aliena esaltazione. Tutto ciò a cui si presta la grande attività cerebrale e la frenesia intellettiva di Eddie è riconducibile ad algoritmi finanziari, a una lettura delle cognizioni popolari come variabili impenetrabili per la comprensione delle quotazioni in borsa delle maggiori società. Il sogno di un posto come Amministratore delegato o Presidente è tutto ciò che riesce a immaginare la sua “ricetta per la grandezza”; quella banalissima poltrona all’interno di un ingranaggio che paradossalmente non riesce a decifrare, quello più facile, immediato ma anche sconosciuto, pericoloso e probabilmente, accanto al sistema politico, quello più marcio dell’intero pianeta.

La breve impronta futuristica che Neil Burger da dello stato di avanzamento della ricerca medica non empirica è da prendere in considerazione: lo studio approfondito che mira a elaborare panacee sempre migliori e meno invasive, pillole della felicità (sintomatico in tal senso il simbolo “Celestial” all’inizio del film), stimoli che agiscano sulla corteccia celebrale e migliorino la nostra capacità di concentrazione, potrebbe essere una condizione non lontana dalla realtà attuale.

Valorosamente oscillante tra il thriller, l’action e un pizzico di fantascienza, la pellicola del regista americano conserva, grazie a uno scritto accattivante, un’inconsueta stabilità. Anche se, nella scena girata in Central Park e in quella dell’intrusione nell’appartamento blindato, lo scenario si tinge di sequenze di azione improbabili che comunque non sviano da qualsiasi altro proposito che non sia quello di un mero intrattenimento a orologeria. L’intero film, se a volte può ritenersi attendibilmente debole, è girato con uno stile discretamente inventivo, schizzato in avanti a farci perdere l’equilibrio, montato spesso in modo squisitamente veloce e adeguato, fotografato senza guizzi ma con notevole senso cromatico. Se Burger e gli sceneggiatori avessero usato più del 20% del loro cervello, senza ricorrere all’NZT, osando oltre alcuni prevedibili giochini di scatole cinesi e facendo ricorso a una sana rappresentazione di stampo carpenteriano (meno capitale visivo e maggiore ingegno), adesso potremmo parlare di un lavoro più che buono.


NESSUNA FESTA PER LA MORTE DEL CANE DI SATANA

Nessuna festa per la morte del cane di SatanaUn film di Rainer Werner Fassbinder.

Con Ingrid Caven, Margit Carstensen.


Titolo originale Satansbraten. Grottesco, durata 112 min. – Germania 1976.




VOTO: 7


Forse il film più watersiano di Fassbinder, sicuramente quello più clownesco, sopra le righe, orrido e putrido come nella migliore tradizione trash di John Waters. I personaggi seguono i loro istinti animaleschi nel loro rapportarsi con gli altri e nel modo di accoppiarsi sessualmente, senza regole precise ne’ diritti di “precedenza”. Tra escrementi (solo evocati e non mostrati), mosche morte donate come fossero dei regali preziosi, uova sputate in faccia, rifiuti in bella vista, sesso disordinato e anticonvenzionale, urla continue e membri in erezione, trionfano le ingiurie gratuite e un po’ di cattivo gusto.

Il periodo durante il quale viene realizzato “Nessuna festa per la morte del cane di Satana” è, per molti versi, un momento di ricerca stilistica, compreso com’è tra i melodrammi e le storie di donne dell’ultima fase. Fassbinder si fa’ più insolito rispetto ai suoi standard.

Walter Kranz si crede un uomo dalle capacità fuori dal comune. Pur non avendo un soldo, visto che dovrebbe svolgere attività di scrittore e di giornalista ma è un vero fannullone perdigiorno, cerca sfacciatamente di raggranellare del denaro da consegnare alla moglie sessualmente trascurata, portinaia e serva. Nel suo peregrinare da una donna all’altra, dimostra tutta la sua depravazione morale, la sua strafottenza, l’autocompiacimento sconfinato e la povertà d’animo.

La messa in scena è curatissima come al solito, le riprese d’insieme sono efficaci e lasciano all’abilità degli interpreti il peso di ostentare la loro presenza (esagerando con la mimica) come se fossero su un palco lontano dalla visione degli spettatori. I personaggi si muovono come attori di un teatro comico, lesti a riguadagnare ognuno la propria posizione prima della successiva tranche interpretativa; il Genere e il Tempo sono realtà relative in questo teatrino. Ogni luce proietta la sua ombra e, a volte, si rischia di rimanere accecati per le troppe luci utilizzate.

Prevalgono gli elementi propri di una burla sregolata per poter raccontare meglio l’ambiente piccolo-borghese: l’arrosto di “Satansbraten” ha un gusto vagamente intellettuale. Solo a pagamento

Sarcastico e inverosimile come la scena del pediluvio mano nella mano, prono a un anarchismo di pensiero estremo e ardito, insofferente ad ogni norma (anche legale e penale) e massimo esponente individualista. E’ difficile seguire una logica, individuare uno spazio contenutistico, il progetto di Fassbinder è sfuggente, ai limiti della sopportazione. Il film è da considerarsi a un livello molto più astruso del solito, dove trionfano elementi da grandguignol e febbrili urgenze autoriali che il regista tedesco, si sa, sforna continuamente dal suo cassetto prodigo di idee e perennemente fertile.

Qualcosa che non funziona c’è in questo scorrere di immagini dove l’attore che interpreta Walter Kranz (Kurt Raab) è sempre in scena: un’opprimente sottotraccia politica e una rappresentazione grossolana del sadomasochismo, altrove più sapientemente dosato.

Il processo dissociativo che  conduce Walter a identificarsi con un’altra persona, Stefan George, un celebre poeta omosessuale decadente, del quale prova a prendere inopinatamente il posto nella sua rappresentazione della vita, è finto come la morte, il sesso, il dolore, il piacere. L’intellettuale degli anni ’70 (successivo a George di quasi 50 anni) è avido perché solo in questo modo può accattivarsi i gusti della borghesia e negare i suoi precedenti sinistrorsi.

Un esempio della perspicacia di Fassbinder si ha quando ci lascia volutamente nel dubbio riguardo alla copiatura dei testi da parte di Kranz; lo scrittore è talmente inetto da non essere consapevole di riportare scritti esistiti mezzo secolo prima?


IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE

Il diritto del più forteUn film di Rainer Werner Fassbinder.



Con Karlheinz Böhm, Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel.



Titolo originale Faustrecht der Freiheit. Drammatico, durata 123 min. – Germania Ovest 1974. – VM 18



VOTO: 9

Ultimato entro la fine del ’74 e proiettato in anteprima alla Quinzaine di Cannes il 30 Maggio del 1975, “Il diritto del più forte” narra le vicende di Franz Biberkopf (Fox, per gli amici), un omosessuale che lavora in un Luna Park come “testa parlante”, rappresentante un’attrazione bizzarra nella quale la testa, staccatasi dal resto del corpo, dovrebbe rivelare agli interlocutori arcani segreti e presagi.

Rimasto presto senza soldi e senza un posto dove vivere, Franz abborda ai cessi pubblici un antiquario di nome Max che lo introduce nel suo giro di amicizie di estrazione borghese. Franz/Fox vince inaspettatamente 500.000 marchi alla lotteria, conosce Eugen, figlio di un imprenditore mezzo fallito, e ne diviene ben presto l’amante…

Criticato e rifiutato dalla maggior parte della comunità gay mondiale perché ritenuto, a torto, un film ritraente una parte di vita squallida e controversa di personaggi omosessuali, il film è invece portatore di un messaggio più ampio e universale che esce dai confini e dalle ghettizzazioni che gli si sono volute forzatamente attribuire.

“Faustrecht der Freiheit” (questo il titolo originale), benchè sia recitato da personaggi gay e nonostante rappresenti gran parte delle loro vite e un certo modus vivendi, non è un film sull’omosessualità. Fassbinder non poteva far altro che descrivere il mondo che conosceva meglio e, per raccontare una storia dove il denaro e il capitalismo sono fermamente al centro dell’attenzione, si è servito di protagonisti quotidianamente vicini a lui, essendo anch’egli omosessuale. Questa è la semplice sostanza di una pellicola bollata troppe volte e a sproposito come controversa.

Ci sono, oltretutto, elementi così apertamente gay-friendly che sbarazzano il campo da qualsiasi dubbio: i familiari, i colleghi di lavoro e, più in generale, qualsiasi membro della società che entra in contatto con i soggetti principali del film non fa una piega di fronte alla loro “condizione” e, anzi, ci sorprendiamo a vedere come la Germania descritta in quel periodo sia decisamente più avanti rispetto alle “moderne” collettività di oggi.

La condizione sociale chiamata in causa da Fassbinder è, pertanto, più estesa. Il problema, semmai, è che esiste sempre un ceto che intende istruirne un altro; questo rapporto di formazione, questo meccanismo di servo-padrone rasenta i propositi del totalitarismo. E’ per questo che vediamo Eugen tentare di educare il proletario, nonché suo compagno, Franz. E lo fa esortandolo a conoscere l’opera, il teatro, le lingue, la musica; Franz perde progressivamente la sua individualità e identità, la sua natura di uomo semplice

“Fox”, interpretato con esito positivo dallo stesso Fassbinder, non è proprio una volpe, ma nemmeno un proletario senza cervello che “pensa solo a bere, ingozzarsi e chiedere denaro”, come lo dipinge Eugen. E’ fisicamente molto presente, da’ l’idea di essere potente ed esplosivo, se non fosse per il carattere remissivo e fondamentalmente dolce. Crede con fermezza in un amore senza calcoli e non riesce ad adattarsi a un modo di vita fatto solo di esteriorità.

Eugen lo ritiene, invece, incapace di veri sentimenti. Quello del “figlio di papà” non è mai un amore sincero, esplicitato, ma si ingarbuglia intorno alla sua stessa figura, lusinghiera quanto spinosa e decadente, nella quale prevale una sottile voglia di rivalsa nei confronti del “barbaro” Fox.

Un’appendice collegata indissolubilmente al capitalismo è il denaro: il regista tedesco lo addita con una perseveranza che non lascia dubbi (tanto da far dire a un banchiere presso il quale si rivolge Franz, insistendo per un cospicuo prelievo di liquidi: “Contanti, contanti, contanti. Se ripeti una parola troppo spesso non sai più cosa significa”). E Franz, infatti, non ha la minima idea di come usare e investire i suoi soldi, non ne avverte il bisogno. E’ una persona semplice che si accontenterebbe di poco. Al bar con gli amici

Eugen, al contrario, fa progetti sulla casa nuova, sull’arredamento ricercato e particolarmente dispendioso, sul rinnovamento del guardaroba presso una boutique costosa per rinverdire il vestiario di Franz. Cerca, insomma, di sfruttare la situazione e imporre il suo status di ricco istruito al “povero” e ignorante Fox, il quale esce regolarmente umiliato da questa situazione. La natura di Eugen è predatoria, come impone la sua classe sociale: ha l’esigenza costante di accumulare soldi per sentirsi vivo e perché così gli impone la sua etica.

Il complesso di inferiorità del proletariato nei confronti della borghesia è uno dei vincoli più tenaci che tiene fedele e avvinto il primo alla seconda. La figura dell’inetto Fox è incapace di elaborare sbocchi per una ribellione. Il suo dissenso è masticato a metà tra un’invocazione e una supplica mentre ascolta la canzone “Angelo negro”.

Ci si domanda se, alla fine, la morte di Fox non sia casuale; magari egli, assumendo del Valium, avrà voluto solamente calmarsi un po’, diventare più invisibile alla tracotanza degli altri.

Nonostante ciò il suo corpo viene annullato e violato da tutti, sciacalli e rapaci di un uomo che non esiste più, discriminato tra i discriminati. Fox perde anche il giubbotto di jeans con la scritta del suo nome ed è come se fosse ritornato nuovamente a essere un’oscena attrazione da Luna Park, un freak senza più testa, cuore e anima.