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Articoli con tag “coscienza

WALL-E

Un film di Andrew Stanton.

Con Ben Burtt, Elissa Knight, Jeff Garlin, Sigourney Weaver, Fred Willard.

Animazione, Ratings: Kids, durata 97 min. – USA 2008. – Walt Disney. Uscita: venerdì 17 ottobre 2008.






VOTO: 8


Messaggi subliminali in stile “They live” circondano una vivida (viva?) umanità; la spingono a vincere, mangiare, giocare, in una realtà futuristica che assomiglia tanto a una giostra. I terrestri sembrano divertirsi, si abbandonano a cotanto godimento corporeo e poco importa se tutti sono vestiti dello stesso colore (la scelta è fra il rosso e il blu, l’importante è che l’abito sia gemello per chiunque). Il cuore, la memoria, la sensibilità, danno l’impressione di essere rimaste a casa, in chissà quali strutture architettonicamente ardite e avanzate. Per ora ci si accontenta di percorrere strade apparecchiate da una linea bianca, senza fatica, comodamente seduti su di un lettino pneumatico sollevato dal suolo.

Numerati e perennemente in stato sognante, gli “umani” non si muovono più,  non hanno nemmeno bisogno di pensare, di vestirsi o di parlare: c’è già qualcuno che provVEDE a tutto, che li ha contati e che li comanda attivamente tra protocolli, priorità, computer, finte rigenerazioni fisiche bilanciate da buffet e da frullati giganti, temperature sotto controllo e comunicati da Grande Fratello. Anche il tempo sembra essersi arreso: non esistono più le (mezze) stagioni, solo 21 gradi permanenti e assolati. In questa continua crociera spaziale, il gregge umano staziona a bordo piscina e, in un catatonico stato di perdita della coscienza, non prova nemmeno a farsi un bagno, separato com’è da qualsiasi proposito di apertura e comprensione. La vita è asfittica, connotata in un habitat sintetico, disinfettato e candeggiato, secondo direttive presidenziali imparziali e indiscutibili.

WALL-E è uno spazzino “sollevatore terrestre di carichi di rifiuti” che, stazionando su di un Pianeta Terra divenuto suolo tossico in cerca disperata di una nuova colonizzazione, ha creato un Eden personale collezionando gli scarti lasciati dall’uomo e, lavorando sotto il sole malato, non vede più cieli azzurri o prati verdi. Il solitario e non affranto robot costruisce grattacieli di spazzatura cubica compattata, prima che l’abituale nube di polvere si affacci minacciosamente al tramonto, chiudendo una giornata uguale all’altra da oltre 700 anni a questa parte.

In questo Paradiso Terrestre obbligato, WALL-E è un Adamo che rincorre la sua Eva (un modernissimo robot femmineo) ed è un paradosso che funge da agente contaminante, interessato a svilupparsi (e a riprodursi!) più delle estinte carcasse umane senza futuro, impaurite dal terriccio lasciato sui loro lindi pavimenti quasi fosse un’impronta oltraggiosa. Il robottino della Pixar, pur essendo un incrocio tra le lunghe braccia di E.T. e gli sferragliamenti cingolati del Numero 5 di “Corto circuito”, è un veicolo scassato che suscita simpatie incondizionate; nel piccolo cuore in scatola di WALL-E c’è ancora posto per la curiosità e la speranza, nei suoi occhi-binocolo ci si tiene per mano e si danza romanticamente come in “Hello, Dolly!”.

Il film, uscito dal laboratorio creativo di John Lasseter, è dipinto da un set di colori insolito che va dal grigio fosco al castano plumbeo, passando in rassegna tutte le sfumature bruciate dei beige, secondo un programma cromatico invidiabile messo su dal genio di Roger Deakins. Sperimentale e audace nel raccontare tutta la prima parte rinunciando in pratica ai dialoghi e servendosi solo di sfregamenti meccanici, beep elettronici e immagini, “Wally” omaggia spesso e volentieri il “2001” di Kubrick quando fa emergere gli occhioni dei robot “cattivi” simili a quelli di HAL e qui contraddistinti da un’altra sigla (BnL) con tanto di jingle riconoscitivo composto da Thomas Newman.

Attenzione, sembra dirci Andrew Stanton restituendoci una rilevanza quasi filosofica, “L’alba dell’uomo” è lì a un passo che ci attende, per cui è lecito descrivere una razza umana già morta e sepolta dalle sue stesse immondizie: le rovine dei grattacieli han preso il posto delle scimmie. All’uomo “che comanda” non rimane altro che imparare nuovamente a camminare. O a volare nello spazio, magari grazie a un estintore.

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TAXI DRIVER

Un film di Martin Scorsese.

Con Jodie Foster, Robert De Niro, Cybill Shepherd, Peter Boyle, Harvey Keitel.

Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 113 min. – USA 1976.

Amico diario, ho vissuto troppo a lungo in posti dove le pallottole fischiavano vicino alle orecchie, e adesso che sono tornato non trovo modo di darmi pace. Durante la notte vago solo per la città, invisibile agli occhi di tutti. Di giorno vedo film di persone nude senza eccitarmi. Ventiquattro ore è un periodo di tempo interminabile, mi servirebbe uno scopo, dovrei finirla di creare circostanze solo per me stesso. La solitudine mi perseguita: nelle strade affollate, nei bar, ovunque. Possiederei volentieri uno di quei “yellow cab”, mi piacerebbe girare per la città come un condottiero, tenere tra le mani il volante nel bel mezzo del Bronx, di Brooklyn, di Harlem. Magari scarrozzare i negri e qualche finocchio.

Le cornee sono offese dalle lampeggianti e attraenti luci notturne, l’anima coccolata dalle suadenti note di un sax inconfondibile, il mio taxi carezzato da fumi che risalgono dall’asfalto, i fari puntati sugli affascinanti locali strip-porno. Osservo chi mi sta intorno e non vedo altro che puttane, papponi, ladri, politici arrivisti e mogli troie. Faccio bagnare la carrozzeria dalla pioggia di questo cielo così uguale a quello della giungla, e mi accorgo che l’auto e il paesaggio sono ancora più lerci.

L’appartamento dove vivo è piccolo, degradato e spoglio; l’umidità si infiltra nelle mura e trafigge le mie forze. Dovrei allenarmi di più. Il fisico mingherlino e i muscoli sfibrati li nascondo sotto le camicie a quadretti. Tagliarmi i capelli farà bene alla mia presa di coscienza, adesso più coerente che mai. La mia anima di soldato è pulita, e così deve essere il mondo che mi circonda. Qualcuno dovrà pur capirmi. Quella bionda elegante e leggiadra, o quella ragazzina così discinta, per esempio. Come ti chiami? Mi terresti compagnia? Gli ho raccontato di me, della mia vita irregolare, dei dischi che non ho mai ascoltato e dei film che non ho mai visto. Delle mie intenzioni protettive.

Quante volte mi sono fermato. Quanto tempo ho trascorso osservando la mia immagine riflessa allo specchio. E quante volte ho immaginato di sparare. Uccidere quella persona così tremendamente costante, livellata, immutabile quale sono. Un giorno vorrò “orgasmizzarmi” anch’io: fanculo ai mal di testa e ai medicinali, alle soap-opera, alla televisione e ai suoi programmi seducenti.

Un giorno qualcuno parlerà con me.

Un giorno fra tanti.


IN BRUGES

Un film di Martin McDonagh.

Con Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy.

Titolo originale In Bruges. Noir, Azione. Durata 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008. – Mikado. Uscita: venerdì 16 maggio 2008.






VOTO: 5


A Bruges la vita scorre lenta e anonima. Un posto perfetto per nascondersi e fare i conti con la propria coscienza. La città fiamminga sa “solo” produrre cioccolatini, regalare qualche scorcio medievale, mostrare cani alla finestra che guardano i vecchi seduti sulle panchine e invitare sui suoi canali navigabili che la fanno vagamente somigliare alla nostra Venezia. Sembra una città qualsiasi (“noiosa” secondo i parametri di Ray, il personaggio interpretato da Colin Farrell) ma ben presto il suo panorama urbano genuino e affascinante si confonde con la vita di due sicari londinesi “parcheggiati” lì dopo un evento sanguinoso.

C’è la sensazione che il film voglia andar giù pesante su argomenti quali il senso di colpa, il peccato e la discesa agli inferi di anime tormentate: e la città scelta sarebbe anche giusta per risvegliare, con i suoi palazzi, i dipinti inquietanti sul Giorno del Giudizio e le ampolle contenenti il sangue di Cristo, la moralità. Gli scenari sono splendidi: si passa dalle sale del Museo Groeninge con i dipinti di Magritte e Bosch alla Torre del Campanile dalla cui cima si può godere di una vista impareggiabile. Quest’ultimo sarà anche un luogo fondamentale per lo svolgersi delle vicende: i suoi quasi 400 scalini vedranno morire d’infarto un turista americano e scorrere un bel po’ di sangue.

Purtroppo la svolta “acida” a metà strada fra Tarantino e i fratelli Coen (senza la rilevanza dei dialoghi diluiti del primo e l’arguzia dei secondi) non è molto appropriata: forse si voleva premere l’acceleratore sul sogno e il surreale ma, tra coca, prostitute, nani e pistole caricate a salve… si perde di vista un po’ quella che è la coscienza del titolo tradotto in italiano. Si abbandonano le atmosfere thriller e noir; ed è un vero peccato perché gli attori a disposizione erano di una certa rilevanza.

Il Caso e il Fato entrano troppo in gioco e perfino la musica che accompagna le vicende diventa da intrigante a inutile. Una caricatura forzatamente a incastro di tutti i personaggi esistenti riflette un esercizio di stile un po’ vanitoso e antipatico, e mostra assassini e mandanti maldestri che ripetono “cazzo” all’infinito, giusto per dare spessore alle loro nevrosi.

E’ per questo motivo che non posso ritenere all’altezza la sceneggiatura scritta dal volenteroso regista Martin McDonagh: coinvolgente e incrollabile nel suo incipit quanto imperfetta, sofferente e trascurata in seguito. Le scene d’azione sono prevedibili e non interessano, soprattutto quando si decide (sorpresa delle sorprese) di mettere in scena un inseguimento sotto una neve posticcia (sigh!) fioccante sulla città addobbata per le feste di Natale.