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Articoli con tag “colonna sonora

THE WAY BACK

Un film di Peter Weir.

Con Dragos Bucur, Colin Farrell, Ed Harris, Alexandru Potocean, Saoirse Ronan.

Drammatico, durata 133 min. – USA 2010. – 01 Distribution. Uscita: venerdì 6 luglio 2012.

VOTO: 9

Un gruppo di persone, composto ora da 6 ora da 7 individui, secondo un’alternanza che sembra ricondurre alla precarietà di un nucleo familiare, fugge da un gulag siberiano all’inizio della seconda guerra mondiale. L’evasione così imbastita sembra rivestita da un’indole quasi estemporanea: i latitanti non si raccontano quasi niente di se, non si fidano, fanno progetti itineranti ma in pochi credono di poter arrivare alla meta del lago Baikal e poi oltre, fino ai confini mongoli. Inizia per loro una vera e propria via crucis (vedere per credere), con tanto di cappello/corona di spine, documentata dal libro di Slavomir Rawicz intitolato “Tra noi e la (altro…)

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UNA SQUILLO PER L’ISPETTORE KLUTE

Un film di Alan J. Pakula.

Con Jane Fonda, Donald Sutherland, Roy Scheider, Charles Cioffi.

Titolo originale Klute. Thriller/Giallo, durata 114 min. – USA 1970.

VOTO: 6,5

Bree (un’attraente e irrequieta Jane Fonda) è una prostituta che soddisfa tutti gli appetiti sessuali e i capricci dei suoi clienti. Nella Grande Mela le occasioni di lavoro non mancano. Tuttavia è dalla Pennsylvania che è in arrivo un’insidia per la sua “stabilità”: un papabile degli alti livelli dell’FBI è scomparso, e da sei mesi i federali sono sulle tracce della lucciola, nella speranza di ritrovare l’affiliato e risolvere il mistero.

Ammiccante, credo seppure involontariamente, a una sorta di Dario Argento classico, senza il sangue, le efferatezze, e con una musica che richiama gli echi del primo Morricone e anticipa quelle che saranno le (altro…)


IL DIVO

Un film di Paolo Sorrentino.

Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso.

Drammatico, durata 110 min. – Italia 2008. – Lucky Red. Uscita: mercoledì 28 maggio 2008.






VOTO: 9


Novello Hellraiser che si cura l’emicrania con l’agopuntura. Star seguita da un manipolo di guardie del corpo ed esposta alla luce inebriante dei flash. Personaggio quasi metafisico che si rifugia nei confessionali “espiando” (o condividendo) col prete di fiducia le proprie colpe. A proprio agio nella sua deforme postura, è un cattivo gobbo di Notre Dame che frequenta la Chiesa come se ne fosse il padrone, giusto un gradino sotto a quello di Dio (“I preti votano, Dio no”). Solo, insonne, apparentemente apatico e pervaso da uno humour quasi britannico, immerso nelle tenebre come un Colonnello Kurtz in mezzo a una giungla di cemento, fuoriclasse politico invulnerabile e Padrino che elargisce dolci (le pillole rese meno amare hanno fatto la fortuna della DC). Si parla di Giulio Andreotti, il politico italiano più misterioso e discusso dei suoi tempi (ma è opportuno ricordare che è ancora in vita).

Ce lo racconta splendidamente Paolo Sorrentino: con carrellate in avanzamento così come in improvvise rinculate, la sua macchina da presa scivola su oggetti e corpi, fa un uso appropriato di ralenti, macro, primissimi piani suggestivi e rivelatori. Il regista italiano non si ferma mai, danza sul corpo di Andreotti fischiettando, perfettamente a suo agio.

Sconfina nell’onirico e nel surreale, lo sospende e lo interrompe talvolta con un accenno di taglio documentaristico introducendo immagini sgranate, quasi volesse distaccarsi e rinfrancarsi dalla verità e la realtà politica ma sempre lucidamente presente di fronte all’oggettività storica e sociale del nostro paese. Sfiora il manierismo quando lascia eccessivo spazio ai gesti e ai toni di voce di Servillo, costretto a bisbigliare per tutto il film imballato nella gobba e ammiccante dietro la maschera del trucco. E abusa di ricercatezza con una messa in scena estremamente schierata e feroce a dispetto dell’enigmaticità del personaggio.

Poi rimedia con una colonna sonora bella, aggressiva e significativa che va dalla technopop targata anni ’80 di “Da Da Da”, al flauto di Vivaldi, da Bruno Martino alle seducenti track scritte da Teho Teardo. Si infarcisce di troppi dialoghi epici, come le frasi e aforismi senza tempo pronunciati da Andreotti e da chi gli sta dintorno: una battuta via l’altra come schema difensivo dagli attacchi dei delatori. Manca solo quella più famosa: “Il potere logora chi non ce l’ha”, presa in prestito in realtà da Talleyrand, diplomatico francese del XVIII secolo.

C’è bisogno del rassicurante e accomodante refrain di Renato Zero (simbolo perfetto di travestitismo/trasformismo e voltagabbana per eccellenza) nei “migliori anni” per non farsi sopraffare dai dubbi sulla vera identità di chi abbiamo sposato e che ha vissuto sempre al nostro fianco. E questo lo sa bene la moglie Livia, ben interpretata da Anna Bonaiuto.

Lo show deve andare avanti: basta una doppia aspirina e si va in scena come il coreografo di “All that jazz”, a recitare nel teatrino politico italiano approfittando della mancanza di limpidità delle maggiori istituzioni, e le cronache delittuose stanno lì a dimostrarlo. Nella sua abbagliante imperfezione ma sempre con l’urgenza di dire, di esternare le cose che veramente si pensano, rendiamo grazie a questo autore che, caparbio oltre ogni limite, ha saputo ancorare senza indugi e cedimenti, un pezzo d’Italia malandato e corrotto.

“Il Divo” è un frammento barocco, come la scenografia che a volte circonda le vicende con un’incisività visiva senza pari che entra, alla maniera di un vorticoso refrain antropologico, nella nostra memoria e lì si fissa. Coesa con l’incedere del soggetto, a fianco di uno stato emotivo ora misticheggiante ora filosofico, la direzione artistica è una riproduzione amplificata dell’arcano e del contraddittorio.

Ma è il momento di finirla di puntare il dito verso/contro Andreotti: oggi abbiamo a che fare con un nuovo, inarrivabile Divo, talentuoso e tristemente famoso per le battute, pronto anch’egli a calcare vanitosamente la scena politica come quella delle aule giudiziarie.


LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

La donna che visse due volteUn film di Alfred Hitchcock.

Con Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes.


Titolo originale Vertigo. Giallo, Ratings:
Kids+16, durata 128 min. – USA 1958.







VOTO: 8,5


I tetti di San Francisco sono infidi, scivolosi e… lontani da terra. Se ne rende ben presto conto il poliziotto John “Scottie” Ferguson (James Stewart) che rimane appeso a un cornicione durante un inseguimento. Lo shock dovuto alla vertigine sarà così grande da fargli prendere la decisione di abbandonare il servizio e di andare in pensione, forte del suo agio economico da scapolo inveterato.

Gavin, un vecchio amico, gli chiede una cortesia: seguire sua moglie Madeleine (Kim Novak) perché teme che qualcuno possa farle del male. Dice che la donna è molto debole, gira chissà dove, forse in preda a uno stato di profonda depressione.

John, dunque, sorveglia la bionda Madeleine, la quale fa visita alla tomba di una certa Carlotta Valdes, nata il 3 Dicembre del 1831 e morta 26 anni dopo. Successivamente la ritrova al “California Palace of the Legion of Honor”, mentre fissa un quadro di una donna di metà Ottocento che tiene in mano un mazzo di fiori uguale a quello che ella stessa, poco prima, ha acquistato. Anche la pettinatura delle due donne è la medesima. John scopre, così, che Madeleine è vittima incosciente di un transfert di identità. Sembra, infatti, essere posseduta dallo spirito di un’antenata (Carlotta Valdes, appunto), costretta a separarsi dalla figlia e per questo suicida a 26 anni. La stessa età della bella Madeleine… La scala del campanile

La musica di Bernard Herrman contribuì in modo decisivo all’impatto emotivo della pellicola. Basti pensare alla splendido componimento a spirale e, allo stesso tempo, intensamente romantico (la colonna sonora, una delle più struggenti e suggestive mai ascoltate, spiega in gran parte il fascino che “Vertigo” ha ancora oggi).

C’è un invidiabile incontro nei titoli di testa tra le musiche di Herrman e i disegni di Saul Bass, il quale, durante gli anni ’50, rivoluzionò la grafica degli “attacchi” nei film. Bass fu capace di sintetizzare l’intera pellicola, usando una sola immagine in pochi minuti di “vortici” colorati e sovrapposti i quali conducono immediatamente al senso di perdita dell’equilibrio.

Il fotografo Robert Burks rispettò lo schema di colori rossi e verdi (l’abito da sera verde, indossato dalla Novak durante la serata al ristorante e in contrasto con il rosso della parete, è tanto bello da togliere il fiato) richiesto dal regista, e si servì di filtri che rimandavano alla sensazione di nebbia per creare un’atmosfera onirica. Un profilo magnifico

Un contesto mitigato dai duetti con la pittrice e disegnatrice di moda Midge, l’amica di John, i quali sono molto divertenti e spontanei; rappresentano quel lato ironico irrinunciabile nelle opere di Hitchcock. Perché, se da una parte il Maestro apre una voragine verso la morte, il subconscio e l’inganno, dall’altra ha bisogno di rafforzare la sua personalità, stemperando la tensione dell’intreccio con battute sottili e ingegnose. Delizioso  :-)

John non si accorge nemmeno della presenza dell’amica. Dopo la tragica esperienza alla quale si è trovato a partecipare (Madeleine si suiciderà nonostante la sua salvaguardia), è catatonico, immobile e sospeso tra i suoi sensi di colpa e il rammarico di aver osato amare una donna già sposata. Nemmeno la musica di Mozart sembra in grado di poter alleviare il dolore che prova.

E qui, Hitchcock, attraverso una semplice panoramica sullo splendido paesaggio assolato ed edificante offerto dalla città di San Francisco, fa un salto in avanti narrativo di straordinaria sintesi e ci proietta verso quella che sarà l’ulteriore discesa verso il vortice paranoico che attende il nostro John.

Egli, infatti, riconosce l’auto della “sua” Madeleine. E poi di nuovo lei che gli compare, mentre cammina per la città. Non è più bionda, “stavolta” ha i capelli castani. Ma sarà davvero la sua amata o solo il frutto di un’alienazione mentale? Potrà bastare un tailleur grigio a poterla ricreare in qualche modo?

Il film è caratterizzato da un turbinio di ossessioni intime e quasi inquietanti. Alfred Hitchcock era un sostenitore del cosiddetto “cinema puro”, caratterizzato da immagini senza parole. “La donna che visse due volte” è la storia di un uomo che, per la prima volta, s’innamora profondamente di una figura femminile con la quale non ha quasi mai parlato e, ciononostante, si abbandona alla più intensa delle sue angosce e fobie amorose. Il formidabile effetto “vertigine” (ottenuto tramite un intelligente accostamento tra una carrellata indietro e una zoomata in avanti), accentua alla perfezione l’acrofobia di cui soffre il protagonista.

Kim Novak conferì una straordinaria intensità emotiva e fu abilissima nel tratteggiare il carattere di due donne così uguali e profondamente diverse: raffinata e distaccata la prima, con quel suo parlare con ritmo quasi assente, vera e appassionata la seconda. Fredda, misteriosa, triste e splendida, Madeleine è da capogiro.


I SEGRETI DI TWIN PEAKS

I segreti di Twin Peaks“I segreti di Twin Peaks” è una serie tv di David Lynch, Mark Frost.



con Kyle MacLachlan, Michael Ontkean, Richard Beymer, Lara Flynn Boyle, Sherilyn Fenn, Warren Frost, Michael Horse, Mädchen Amick, Dana Ashbrook, Peggy Lipton.


Prodotta in USA. La serie è stata trasmessa per 2 stagioni dal 08.04.1990 fino al 10.06.1991.



VOTO: 10

Il corpo senza vita di Laura Palmer viene ritrovato all’alba del 24 febbraio 1990, avvolto in un sacco di plastica, a Packard Mill, sulla spiaggia del lago sotto la grande roccia…

Inizia così uno dei serial televisivi di maggior culto di tutti i tempi, forse quello che ha saputo maggiormente elevare la qualità allo status di fenomeno commerciale per antonomasia, vera icona e punto di riferimento per un’intera generazione di pubblico meravigliosamente eterogeneo e variabile, e con un immaginario così dirompente che ha potuto così farci conoscere alcuni fra i segreti di… David Lynch.

Il regista americano era stato, fino ad allora, un artista così distante dal mezzo televisivo tanto che si era imposto solo al cinema, con la forza delle sue percezioni sfrontate e originali. Ciononostante si dimostrò un autore perfettamente televisivo per come seppe utilizzare al meglio “brandelli” narrativi, amalgamare i codici visivi, senza mirare tanto alla logicità quanto all’impatto viscerale. Non c’era mai stato niente di simile in tv, prima di quella volta: il mondo contorto che presenta “Twin Peaks” si rivela alla portata di tutti perchè è, allo stesso tempo, ambiguo e conosciuto.

BENVENUTI A TWIN PEAKS

L’episodio pilota è stato girato quasi interamente nei dintorni e nel paese di Snoqualmie, a poche miglia di distanza da Seattle. I titoli di testa mostrano la segheria del paese, la cascata di Snoqualmie Falls e le doppie cime del monte Si. A Twin Peaks la salute e l’industria sembrano andare mano nella mano. Come in quasi tutti i film di Lynch quando il film inizia in realtà… è già principiato. Le vicende preminenti si sono già svolte, “Twin Peaks” inizia ma Laura è già morta “avvolta nella plastica” (come recita Jack Nance, uno degli attori-feticcio di David). La popolazione di 51.201 abitanti, come stampato sul tipico cartello lungo la strada statale che si articola tra i boschi, sarebbe già da correggere.

Non si è mai visto piangere tanto in un serial televisivo come all’inizio di “Twin Peaks”. Andy, l’animo candido del Corpo di polizia, scatta le fotografie al cadavere in riva al fiume e si mette a singhiozzare; è evidente l’imbarazzo sui volti dello sceriffo e del dottore. Il padre e la madre di Laura sono a telefono quando lo sceriffo gli comunica della sciagura e non si risparmiano lacrime, lamenti e urla di disperazione che, se sono coerenti e comprensibili vista la situazione (Laura muore che ha solo 17 anni), Lynch decide comunque di mostrarci per intero, senza tagli visivi ne’ emotivi. La scelta del doppiaggio in italiano, poi, per rispettare questo momento di enorme pathos non ha voluto differire dall’effetto della traccia originale, lasciando anche per quella nostrana il doppiaggio autentico. Il sorriso di Laura

Ancora più vasta eco avrà la notizia quando sarà annunciata all’interno della scuola: Dana, la migliore amica di Laura, è la prima a rendersi conto della sventura che si è compiuta e poi l’annuncio del preside, un momento terribile dove il grande dolore è tangibile, l’eco della voce risuona solenne tra i corridoi vuoti della scuola, prima di crollare anch’essa in un pianto dirotto. L’effetto prodotto da queste immagini così tristi e scioccanti è quello di una situazione di vero dramma, e il nostro pensiero si muove conciliante e comprensivo senza sapere quello che scoprirà in seguito sui segreti di Laura e della “sua” Twin Peaks. L’inganno narrativo di Lynch è già in moto, la trappola è scattata ed è troppo tardi per uscirne. E il primo piano in avvicinamento (così protratto e tenero) della foto di Laura reginetta della scuola non fa che estorcere i nostri sentimenti più nobili.

IL GIALLO E’ NERO

Sembra che gli abitanti di Twin Peaks non avessero mai avuto sorprese fino al giorno della morte di Laura, la ragazza dalla pelle delicata e dal profumo buono, che tutti sembravano conoscere così bene. E’ una città dove il giallo al semaforo significa ancora rallentare invece che accelerare, un piccolo paradiso fatto di vecchie consuetudini, agiatezza economica, forti vincoli familiari e crostate di mele.

Ma, come sotto un’unghia di Laura si nasconde una “R” scritta su un foglio di carta, così sotto l’apparente normalità e tranquillità del paesino si nascondono segreti oscuri e profondi, amori proibiti, cupidigie, invidie, traffici illeciti che arriveranno fino alle soglie della brutalità e della follia. I principi del giallo sono sovvertiti, il colore che emerge dalla nebbia in cui è avvolta la verità è il nero, e Lynch ci spinge a perderci in esso.

Non si tratta più di un apparente remake nello stile di “Peyton Place”. Il nuovo serial sconvolge e colpisce per la forte penetrazione di un mondo adolescenziale ignoto, esoterico, provocante, irriverente e bugiardo. Niente a che spartire nemmeno con le storie leziose e gli amori all’acqua di rose di “Beverly Hills 90210”. L’unica soap-opera che compare in “Twin Peaks” (e seguita in tv dai protagonisti del telefilm) si chiama “Invitation to love” ed è una caricatura di quelle esistite fino a lì; sembra quasi che Lynch la inventi e la mostri per far vedere quello che non gli appartiene, per prenderne le distanze. Si ricorda che, al tempo, erano le soap quelle che andavano per la maggiore e, dal 1987, era nata anche “Beautiful”.

Mark Frost e David Lynch riescono a dare forma a paure fantastiche e invitanti: magia nera, possessioni, rapimenti di alieni, tutte concentrate nella stessa storia ma senza esagerare, accennandole per poi ritrarle e farle passare come storie sottotraccia a quella che si vuol far rimanere come domanda preminente: Chi ha ucciso Laura Palmer?

Coloro che contemplassero la serie immaginandosi un semplice sviluppo poliziesco, però, sarebbero dati in sorte alla delusione. “Twin Peaks” è, sì, chiuso tra due grandi generi narrativi, soap opera e detective-story, ma poi mette a disposizione qualcosa che sta fuori, al di là delle attese. La ricerca del colpevole diventa solo un’occasione per un flemmatico ed eccentrico itinerario.

Introdotta la prima volta da un montaggio serrato con lampi e flash di stroboscopiche, la regione infernale, il luogo “altro”, l’opposto della vita, la zona dove anche le braccia si piegano oscenamente all’indietro e dove “nell’oscurità di un futuro passato, il mago desidera vedere”, è la Loggia Nera. Lì troviamo un nano, l’uomo che viene da un posto “altro” e attraverso di lui possiamo accedere al recondito sposando il significato della celebre frase: “Fuoco, cammina con me!”. Il nano ballerino (Michael J. Anderson, che ritornerà anche in “Mulholland Drive”) parla al contrario, Cooper è invecchiato e Laura Palmer gli sussurra subito all’orecchio chi l’ha uccisa. Questa è la sequenza che tinge irreparabilmente di nero l’intero telefilm, la discesa agli inferi dalla quale non si farà più ritorno.

Sembra che Lynch abbia avuto l’intuito di inserire la cosiddetta “stanza rossa” dopo un sogno o in seguito a una meditazione. E’ interessante notare come certe idee arrivino alla nostra percezione, così, all’improvviso, e spesso non si presentino sotto forma di parole ma di sogni (segni?). Basti pensare che durante le riprese dell’episodio pilota, l’arredatore Frank Silva stava spostando dei mobili quando l’immaginazione di Lynch si mise al lavoro e lo fece diventare quell’indimenticabile personaggio che è BOB.

(ST)RIDERE, (ST)RIDERE, (ST)RIDERE

Sballottati tra il comico e il surreale, gli spettatori sono preda di questo magnifico esempio di televisione creativa, che lascia un segno profondo e la sensazione di aver condiviso qualcosa di singolare. Riuscire a interdire, seppur momentaneamente, l’accesso a una facile fruizione dell’immagine è un’apprezzabile dimostrazione di ispirazione creativa e di abilità visionaria. La Stanza Rossa

Prendiamo la scena dove Lucy, la segretaria dal quoziente intellettivo più basso del mondo, riceve la telefonata di Pete, quella che informerà lo sceriffo del ritrovamento del cadavere di Laura, e lei perde ingenuamente tempo per indicare al Capo della Polizia su quale telefono gli passerà la chiamata. Oppure quella dove i norvegesi abbandonano l’albergo sulle note di una marcetta felice perché Audrey Horne (Sherilyn Fenn) li ha informati dell’assassinio di Laura. Il padre Benjamin Horne (Richard Beymer), titolare dell’hotel, perde l’occasione di chiudere l’affare e la figlia ride birichina e “marachellosa”, nascosta dietro una colonna.

L’indagine sull’omicidio di Laura è un’avventura poliziesca che attraversa tutti i capolinea comandati: interrogatori, ipotesi, incarcerazioni, altre ipotesi, tentativi di fuga. Anche queste però sono esaminate con uno sguardo eversivo: non si impone nessuna coerenza, nessun quadro preciso sugli avvenimenti, ma uno strano succedersi di illuminazioni occasionali, confessioni volontarie e persino deliri profetici.

Esempio lampante è il lancio dei sassi nel tentativo di colpire una bottiglia e la spiegazione di Cooper sul Tibet e la sua religione: gli astanti si muovono all’unisono sulle sedie, attenti alla spiegazione. Cooper, tramite un sogno avvenuto ben 3 anni prima, avrebbe assunto i fondamenti di una tecnica deduttiva e impegna i presenti in un gioco assurdo dove questi cooperano al fianco dell’agente indossando guanti da cucina, reggendo secchielli, usando gessetti su una lavagna e pronunciando i nomi dei conoscenti di Laura che iniziano con la lettera “J”. Ovviamente non manca il momento comico durante il quale Cooper colpisce alla testa Andy con un sasso. La musica jazz di sottofondo sta a sottolineare quell’avvenimento come un incedere sincopato e diseguale, incoerente con qualsiasi movimento (mentale e fisico) attinente la realtà. E’ spassoso vedere come i protagonisti partecipino alla vicenda come se credessero veramente a quello che stanno facendo; sta qui l’arte dello (st)ridere.

E sta anche nella scena dove Bobby Briggs surfa sul cofano della macchina, riprendendo un quadro già dipinto da Lynch in “Velluto blu”, quando una scagnozza di Frank balla sul tettino dell’auto.

Sono due le volte durante le quali Leland, il padre di Laura, tenta un ricongiungimento spirituale e tattile (se non proprio carnale) con la figlia. La prima volta, sulle note di un accattivante swing, balla con la sua foto incorniciata in mano fino a che non la rompe, si taglia e sparge il sangue sul volto. Qui Lynch osa fino a rischiare la pornografia: quella che concerne i corpi ma anche quella degli affetti, sottratti a qualsiasi copertura e riparo. E lo fa con una naturalezza che è a suo modo esente da censure conformistiche: non per dimostrare qualcosa, non per tornaconto, ma per curiosità.

L’altra scena di esorbitante squilibrio è quella durante il funerale di Laura, quando il padre si getta sulla bara della figlia, prima della sepoltura. Il meccanismo elettronico, che dovrebbe calare sotto terra il feretro, si inceppa e comincia a oscillare su e giù: una splendida riproduzione dell’atto sessuale. Al di là di qualsiasi presa di posizione “etica”, Lynch non vuole rappresentare una scena di incesto, piuttosto il forte e proibitivo desiderio di possesso e la disperazione estrema per la perdita della figlia.

DOPPIO DELLE MIE BRAME… "E' morta. Avvolta nella plastica"

Perché accontentarsi di una cosa sola quando se ne possono avere due? Il tema del doppio è così preminente nell’opera lynchana che si rischia sempre di annoiare e infastidire nel renderlo evidente.

Due sono le ciminiere della segheria, due le note della sigla iniziale che diventerà un gradito tormentone, due le anatre che galleggiano sul lago, due gli animali che compongono la statua vicina a Josie Packard (Joan Chen, la vedova dell’ex proprietario della segheria) che riflette la sua immagine… allo specchio! Anche lei ha qualcosa da nascondere, a cominciare dalla sua relazione con lo sceriffo.

Il “Double R Cafè” contiene, già nel nome, due consonanti. Ed è in quel luogo che si scoprono relazioni sentimentali clandestine multiple: Bobby Briggs, già amante di Laura, se la intende con Shelley, sposata con Leo, e Norma, proprietaria del “Double R.”, se la intende con Big Ed (Everett McGill), gestore di una stazione di servizio. La catenina col cuore d’oro, appartenuta a Laura, a questo punto si può benissimo dividere in due: così come il sentimento, il cuore può battere per due persone o anche più. Possedere una parte del cuore (l’altra metà) della collana non vuol dire avere accesso ai sentimenti.

“Chi ha ucciso Laura Palmer?” non è tanto una domanda a cui dare una risposta, quanto un’espressione liturgica che da’ la possibilità di accedere a un mondo arcano. Il motivo di richiamo si sposta dalla soluzione del “giallo” alla moltiplicazione delle domande, dall’eliminazione dei misteri al loro ampliarsi verso sempre più consistenti aspetti della vita dei personaggi.

Tanti nomi iniziano per J., l’ultima persona che Laura ha incontrato la notte che è morta: James, Josie, Joey, Johnny, Dr. Jacoby, Norma Jennings, Shelly e Leo Johnson, perfino “Jack with one eye” diventano possibili indiziati. Qui Lynch ci (si) balocca con un divertissement fine a se’ stesso, un MacGuffin di matrice hitchcockiana in piena regola.

Il “One-Eyed Jack’s”, a proposito di inganni, è un finto passaggio a Nord-Ovest, il bordello della corruzione e della perversione dove poter (ri)prendere la propria sorte; ci vanno gli uomini e le donne ci lavorano. Due i sessi contrapposti (e più spesso uniti) e due i viatici per uscire dal Paese (Stati Uniti e/o Twin Peaks), per dare un nuovo senso alle proprie condizioni.

Due anche i registri contabili della segheria Packard: come possono esistere regole amministrative e finanziarie in un mondo maledettamente fantastico e immaginario?

E anche nel caso della sosia di Laura, la parola fine è pura convenzione; ogni verità che crediamo di aver colto nasconde un altro mistero. Al fondo dell’abisso, si apre un abisso ancora più profondo, una vertigine. Non a caso la cugina di Laura, perfettamente uguale alla deceduta a parte il colore nero dei capelli invece che biondo, si chiama Madeleine, come il personaggio di Kim Novak ne “La donna che visse due volte” di Hitchcock. Forse Lynch, in questo caso, non ha intenzione di strizzare l’occhio ai capolavori del passato per ingraziarsi i cinefili o assecondare i principianti; lui vuole soltanto dare ascolto a un sogno a occhi aperti, visibilmente assillato dall’idea del ritorno di chi è scomparso.

MUSICA, MAESTRO! La colonna sonora

E’ del tutto improbabile riuscire a isolare l’acuto componimento musicale di Angelo Badalamenti dalla visione di “Twin Peaks”. L’accoppiata Lynch/Badalamenti (già memorabile quattro anni prima in “Velluto blu”) è vincente perché l’una rivela e completa l’altra. Il vigoroso scambio creativo tra la parte visiva e quella auditiva da’ l’impressione che la colonna sonora sia in grado, da sola, di creare immagini, nonché la visione pare dotata di armi autonome per svilupparsi da se’ in note musicali.

“Twin Peak’s Theme” è, ormai, una melodia “di casa”. Descritta da Badalamenti con due note profonde, premonitrici di foschi presagi, che si espandono e si gonfiano per poi attenuarsi in ampie spirali, è influenzata da toccanti orchestrazioni elettroniche.

Badalamenti è un fornitissimo gregario al servizio di Lynch e rende vive con le sue note le scene, ora strazianti ora auliche, dell’immaginario lynchano. Melodie commoventi fanno da contraltare ad altre appassionate e disperate.

“Falling”, il tema di Twin Peaks, è cantato da Julee Cruise, spiritello incorporeo sceso sul palco del pub “Road House”, così come “The Nightingale” (dove continua a cantare pure durante la rissa della birreria, in contrasto con quello che sta accadendo); un’occasione irripetibile per far emergere la sua voce angelica, lontana e riflessa. Il risultato è quello di farci percepire come affascinanti, scene che altrimenti sarebbero avvertibili solo con ansia e nervosismo.

“Audrey’s Dance” accompagna tutti i movimenti sinuosi e sensuali della splendida Audrey Horne e tutte le sue paia di scarpe indossate (Lynch è un feticista del piede e della scarpa in generale). Il jazz notturno, proposto qui da Badalamenti, è velato, musicalmente e visivamente inclinato, ma così piacevole da risultare una delle tracce migliori dell’album.

L’intera soundtrack resta un bellissimo gioiello nell’ambito di tutte le colonne sonore, capace di far collimare la musica con l’aspetto di una stanza, con le emozioni che suscita un iride in primo piano, o con i dialoghi classicamente accompagnati dai suoi puntuali sottofondi.

INDUSTRIAL SYMPHONY

I fumi della segheria, le attrezzature sempre al lavoro, l’idea dell’industria operosa che lavora i tronchi di legno ricavati dagli alberi dalla venatura verticale, i Douglas Fir, che si trovano nei boschi della zona, consegnati da grossi camion… sono elementi che ritornano nella filmografia di Lynch, soprattutto quando possono acquisire un significato di decadenza. Si ha l’impressione infatti che la segheria rifletta la malattia della gente che vive a Twin Peaks, il continuo correre, arrancare, muoversi, indaffararsi a vuoto della gente è quello dei lavoratori che tagliano, elaborano il legno ma con poco costrutto. La segheria è nascosta ai nostri occhi, esiste solo per essere filmata dall’esterno, e quando Lynch decide di farci entrare è perché è in corso un incendio. E di “legna da ardere” per le atmosfere di “Twin Peaks” ce n’è a sufficienza.

In realtà i frutti del lavoro si vedono negli oggetti di legno intagliato al Great Northern Hotel e per le varie case del paese e sono messi pacchianamente in evidenza a sottolineare il cattivo gusto degli abitanti.

I PIU’ E I MENO

Se nel cinema di Lynch si assiste al trionfo del doppio, parimenti si assiste alla mutilazione, a quello che manca, alla privazione anche fisica di alcuni elementi o parti del corpo. Così come abbiamo assistito a riferimenti sulla doppia vita, esiste uno stato d’animo di vita “incompiuta”.

A Nadine è “concesso” di vedere da un occhio solo, la sua vita sembra rivolta solo all’utilizzo della sua guida per le tende marroncine chiare, compratele da Ed, suo marito. Capace di rimanere sveglia tutta la notte per cercare un sistema affinché la nuova guida per le tende non faccia alcun rumore, trova la risposta nell’utilizzo di batuffoli d’ovatta!

L’uomo dal braccio solo, latitante per gran parte del telefilm, ma personaggio-chiave per comprendere la natura di BOB, la parte malata e cattiva, è un altro “mutilato eccellente” al quale far ricorso per scendere nelle atmosfere odoranti di zolfo. L'inquietante ghigno di BOB

La luce fluorescente dei neon che non funzionano mai a dovere, durante la prima visita in obitorio fatta dall’agente Cooper al corpo di Laura, è una bellissima sintesi del cinema di Lynch, pervaso in continuazione da un’instancabile avvisaglia di “salto nel buio”. Un progetto intitolato “Ronnie Rocket” avrebbe dovuto approfondire questa “malattia” per l’elettricità e i suoi funzionamenti: il regista statunitense lo avrebbe voluto realizzare già nei primi anni ottanta, e sarebbe stato un viaggio di un detective nella mente di un nano dai capelli rossi devoto al rock’n’roll e soggetto a strani fenomeni elettromagnetici… Tutti gli episodi del telefilm, poi, si concludono con una scarica elettrica sotto la scritta “Lynch/Frost Productions”.

Mark Frost appare, inoltre, come coautore della serie, dirigendo anche un episodio. In precedenza si era fatto conoscere come sceneggiatore di “Hill Street giorno e notte” e del film “I credenti del male”; il contatto con Frost è stato risolutivo per il regista del Montana perché rese Lynch, agli occhi della Abc, più accettabile.

Johnny Horne, il fratello di Audrey, ha 27 anni e si veste regolarmente da indiano: vuole solo giocare perché è un ritardato mentale (altra imperfezione o difetto psichico inutilmente curato dall’eccentrico Dr. Jacoby).

La signora del Ceppo, sempre in compagnia del suo inseparabile pezzetto di legno che ha visto e sentito cose “che noi umani non possiamo immaginare”, è una mentore old-fashioned. Perché ogni cosa ha la sua ragione d’essere, le ragioni spiegano persino l’assurdo e c’è poco tempo per capire il comportamento umano. La donna è interpretata da Catherine Coulson, già vicina di casa di Henry in “Eraserhead” ed è un personaggio che ha avuto molto successo, una figura alla quale il pubblico si è affezionato incondizionatamente.

La madre di Dana è inferma su una carrozzina a rotelle. Sembra un essere insignificante, come tanti altri, ma è parte anch’ella del piccolo circo di cui si entra a far parte per sintonia o per doti speciali di bizzarria.

Il “One-Eyed Jack’s” ha un’insegna al neon intermittente, dove si vede un solo lato di una carta: il doppio e il singolo allo stesso tempo!

La scelta di un casting così umanamente completo è merito di Johanna Ray. Rimarranno per sempre scolpiti nella nostra memoria alcuni personaggi come l’agente Cooper (Kyle MacLachlan, attore feticcio di Lynch, sin dai tempi di “Dune”) con la sua saggezza tibetana e i metodi investigativi imperturbabili. Giovane e fornito di singolari qualità percettive, unisce i suoi sforzi a quelli dello sceriffo locale Harry S. Truman (Michael Ontkean), di poche parole ma avviato a molti dei segreti della cittadinanza.

Che dire, poi, del Leland Palmer interpretato dall’eccellente Ray Wise? Dell’inquietante Frank Silva/BOB (sfido chiunque a non averlo sognato almeno una volta), del poco incisivo (ma violento) Leo Johnson, del monoespressivo James Hurley (che sembra spesso camminare e parlare come in trance, sempre con la stessa cadenza)?

Leggendarie anche la bizzarria di Nadine, la classe di Piper Laurie (la crudele direttrice della segheria Packard), la gradita e divertita partecipazione di David Lynch e di un altro David, il Duchovny della serie misteriosa “X-Files” che nascerà da lì a due anni. Nonostante la carenza recitativa di alcuni interpreti, anzi, proprio grazie alla modestia di alcuni attori, il serial si fa forte di un’atmosfera ambigua e ambivalente: permette un’identificazione immediata da parte dello spettatore e mantiene un’aura stranita, coscientemente imbambolatoria. Le deficienze, in questo caso, trasmettono un vago senso di pragmatismo.

COSA BOLLE IN PENTOLA?

Il cibo, per una cittadina ortodossa come Twin Peaks, non può che essere fondamentale. I piaceri della tavola sono occasioni irrinunciabili per prendersi una pausa o per organizzare incontri amorosi e di stampo simil-investigativo. E poi, si sa, i cibi influenzano il nostro modo di agire, di comportarci e di vivere. "Ottimo questo caffè!"

Come poter resistere alle frittelle alla crema che Lucy prepara tutte le sere? E alle gelatine speciali per l’Agente speciale Cooper? E la mitica “Torta di ciliegie” che manda in estasi tutti, in particolar modo il Nostro? E’ senza dubbio la più buona dello Stato.

Tutte le tazze di caffè nero “come il buio di una notte senza luna” bevute dall’Agente Cooper sono autentiche e così incredibilmente squisite in senso assoluto che “nessun caffè, prima, è mai stato così buono”. Gli intervalli mangerecci diventano dei pretesti per sciorinare una serie di frasi tipiche di Cooper.

A colazione non possono mancare uova, pancetta molto cotta, quasi bruciata, e poi un succo di pompelmo fatto con frutti maturi. Ma va bene anche una focaccia imburrata con sciroppo d’acero e una fetta di prosciutto appena scaldata.

La merenda prevede una fetta di torta di mirtilli, scaldata, con gelato alla vaniglia. A ciascuno la sua dieta, perché ognuno ha la propria anima da rinnovare e un corpo da tenere in salute, a partire dal cervello, e non si può certo dire che quello di Dale Cooper non sia funzionante…

Gli alimenti a volte strizzano l’occhio al sesso: ecco che le “baguette con Camembert e burro” (!) che Jerry, il fratello di Benjamin, porta con se’ di ritorno da un viaggio a Parigi, diventano un pretesto per ricordare quella “famosa” Jenny e i suoi, a quanto pare, inconfondibili odori.

DAL DIARIO DI “DIANE” Pronto a registrare

L’idea di un detective misticheggiante che detta al registratore (l’invisibile Diane) le sue impressioni è una grande trovata. Ci domandiamo: Diane esisterà veramente o sarà un semplice nome dato all’apparecchio? Ecco un paio di esempi attraverso i quali si mettono in evidenza l’ironia e lo (st)ridere svagato del caro Agente speciale:

“Diane, sono appena arrivato a Twin Peaks. Diavolo, non avevo mai visto tanti alberi in tutta la mia vita. Come direbbe W.C. Fields: meglio stare qui che a Philadelphia. Il metereologo ha previsto pioggia; beh, guadagnare tutti quei soldi per sbagliare il 60% delle volte è un bel lavorare!”

“Diane, ci sono ancora due cose che mi preoccupano: quali rapporti c’erano tra Marylin Monroe e i Kennedy? Chi ha premuto il grilletto contro il Presidente?”.

David Lynch si è confermato, attraverso quest’opera, come uno dei registi più rilevanti dei giorni nostri, smanioso di dire sempre qualcosa di originale e andando contro uno star-system dominato dal conformismo espressivo e ricattato dalle tendenze del mercato. La facilità con la quale Lynch accede al proprio inconscio è una forma di autonomia e lealtà artistica scioccante.

Non ci dimenticheremo mai dei territori creati dalla sua mente: dei luoghi “non luoghi”, dove dominano tendaggi color rosso di angosciante spiritismo o di lussuriosa goduria, Douglas Fir fruscianti a contraltare di cieli notturni, gufi che non sono quello che sembrano, logge nere, profumi di muschio mescolati a quelli di ciambelle calde, fragori di cascate sulle rocce, ceneri che nascondono fuochi esortanti a camminare al loro fianco, profezie di nani o giganti.

Posti dove è permesso suonare l’arpa in mezzo agli angeli e dove vanno a finire le torte quando muoiono. Dove gli uccellini cantano una bella canzone…

…e c’è sempre musica nell’aria.