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E VENNE IL GIORNO

E venne il giornoUn film di M. Night Shyamalan.

Con Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Betty Buckley, Frank Collison.

Titolo originale The Happening. Fantascienza, durata 91 min. – USA, India 2008. – 20th Century Fox. Uscita: giovedì 12 giugno 2008.






VOTO: 4


Una mattina l’affollato Central Park di New York si trasforma nel palco di un teatro d’orrori a causa di una tossina che spinge le persone a catatonici suicidi. Un attacco terroristico? La notizia arriva a breve nella scuola dove lavora il professore di scienze Elliot Moore (Mark Wahlberg), sostenitore dell’inspiegabilità di certi meccanismi naturali. I presunti attacchi sembrano diffondersi rapidamente in tutta la costa est degli stati uniti così Elliot si lancia in fuga verso l’interno del paese con la moglie in crisi sentimentale, Alma (Zooey Deschanel), il fratello e la nipotina. Assieme ad altri cittadini scopriranno che la causa dell’ecatombe viene da molto più vicino di quanto si pensasse.

Shyamalan per il suo ottavo film viaggia a ritroso nel tempo, stilisticamente parlando, tuffandosi a capofitto nella sci-fi degli anni 50. Più che un film moderno con riferimenti al passato è un film del passato contaminato dal moderno: innesta negli elementi tipici dell’epoca (la minaccia invisibile, la paranoia e gli scarni effetti speciali) il terrorismo post undici settembre (vedi gli operai che piovono dalle impalcature) e la distruzione ecologica perpetuata dalla civiltà. Tutto sommato niente di nuovo, Shyamalan si Perplessità naturalimantiene il linea con quello che già hanno fatto molti altri suoi colleghi e il binomio inquinamento-suicidio trova la sua originalità solo nella semplicità dell’idea. L’esperienza del regista traspare nelle immagini e riesce a creare un sorprendente effetto di “claustrofobia all’aria aperta” nelle sequenze in cui i fuggiaschi si ritrovano nei prati fuori dalla città, ma questo non basta a salvare il film.

La storia zoppica, soprattutto nei dialoghi, e il personaggio dell’ex cattivo ragazzo Mark Wahlberg (leggete la sua biografia, è interessante) arriva ad essere addirittura insopportabile con la sua necessità di parlare, parlare, parlare, in particolare quando non servirebbe. La logica è ogni tanto lasciata a se’ stessa, non si capisce ad esempio come una tossina portata dall’aria se investe un piccolo numero di persone non sia più attiva. Dopo tutto la forza angosciante di una storia sta proprio nella credibilità della sua logica irreale, coinvolgere lo spettatore facendogli pensare che se esistessero quelle premesse, di per se’ impossibili, si troverebbe proprio in quella terribile situazione. Shyamalan dovrebbe saperlo dato che ha deciso di fare della suspense il proprio mestiere.

Alcuni hanno intravisto nel film, sopravvalutandolo, lo spirito di Hitchcock e del suo “Gli Uccelli” ma l’ago della bilancia pende decisamente più verso certi b-movies del decennio precedente, e nemmeno sarebbe stato tra i migliori. Consigliato (con riserva) solo a chi abbia voglia di alleviare la nostalgia di quei tempi, però a colori.

Philipp Klausjurgen Von Rohr

 

E venne il giorno

Di: M. Night Shyamalan

Con: Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Betty Buckley, Frank Collison

Titolo originale: The happening

Fantascienza, durata 91 min. – USA, India 2008

Una mattina l’affollato Central Park di New York si trasforma nel palco di un teatro d’orrori a causa di una tossina che spinge le persone a catatonici suicidi. Un attacco terroristico? La notizia arriva a breve nella scuola dove lavora il professore di scienze Elliot Moore (Mark Wahlberg), sostenitore dell’inspiegabilità di certi meccanismi naturali. I presunti attacchi sembrano diffondersi rapidamente in tutta la costa est degli stati uniti così Elliot si lancia in fuga verso l’interno del paese con la moglie in crisi sentimentale, Alma (Zooey Deschanel), il fratello e la nipotina. Assieme ad altri cittadini scopriranno che la causa dell’ecatombe viene da molto più vicino di quanto si pensasse.

Shyamalan per il suo ottavo film viaggia a ritroso nel tempo, stilisticamente parlando, tuffandosi a capofitto nella sci-fi delgli anni 50. Più che un film moderno con riferimenti al passato è un film del passato contaminato dal moderno: innesta negli elementi tipici dell’epoca (la minaccia invisibile, la paranoia e gli scarni effetti speciali) il terrorismo post undici settembre (vedi gli operai che piovono dalle impalcature) e la distruzione ecologica perpetuata dalla civiltà. Tutto sommato niente di nuovo, Shyamalan si mantiene il linea con quello che già hanno fatto molti altri suoi colleghi e il binomio inquinamento-suicidio trova la sua originalità solo nella semplicità dell’idea. L’esperienza del regista traspare nelle immagini e riesce a creare un sorprendente effetto di “claustrofobia all’aria aperta” nelle sequenze in cui i fuggiaschi si ritrovano nei prati fuori dalla città ma questo non basta a salvare il film. La storia zoppica, soprattutto nei dialoghi, e il personaggio dell’ex cattivo ragazzo Mark Wahlberg (leggete la sua biografia, è interessante) arriva ad essere addirittura insopportabile con la sua necessità di parlare, parlare, parlare, in particolare quando non servirebbe. La logica è ogni tanto lasciata a se stessa, non si capisce ad esempio come una tossina portata dall’aria se investe un piccolo numero di persone non sia più attiva. Dopo tutto la forza angosciante di una storia sta proprio nella credibilità della sua logica irreale, coinvolgere lo spettatore facendogli pensare che se esistessero quelle premesse, di per se impossibili, si troverebbe proprio in quella terribile situazione. Shyamalan dovrebbe saperlo dato che ha deciso di fare della souspance il proprio mestiere.

Alcuni hanno intravvisto nel film, sopravvalutandolo, lo spirito di Hitchcock e del suo Gli Uccelli ma l’ago della bilancia pende decisamente più verso certi b-movies del decennio precedente, e nemmeno sarebbe stato tra i migliori. Consigliato (con riserva) solo a chi abbia voglia di alleviare la nostalgia di quei tempi, però a colori.

Philipp Klausjurgen Von Rohr

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ERASERHEAD. La mente che cancella

Eraserhead. La mente che cancellaUn film di David Lynch.

Con Jack Nance, Charlotte Stewart, Jean Lange.


Titolo originale: “Eraserhead”. Fantastico/Drammatico, b/n, durata 90 min. – USA 1977.






VOTO: 10


Il primo Lynch non si scorda mai.

Quando l’occhio sgranato di Jack Nance emerse dal fondo dello schermo, la testa fluttuante nell’àere in un memorabile preambolo spaziale, alcune impressioni, durante l’intera proiezione in anteprima mondiale al Filmex di Los Angeles il 19 marzo 1977, furono perentorie: nessuna possibilità di far cassetta. E come sarebbe stato possibile con un film del genere? Rifiutato sia a Cannes che al New York Film Festival, a salvarlo dall’estinzione ci pensarono i cosiddetti “midnight movie”, i quali assicurarono al primo lungometraggio di David Lynch un’approvazione del tutto inconsueta che gli concesse di diventare un vero e proprio film di culto.

Fu chiaro fin da allora che la pellicola avrebbe prodotto in chiunque l’avesse vista effetti inusuali, fossero stati buoni o cattivi: “Eraserhead” resta un lavoro a tratti indecifrabile, sprovvisto di punti di riferimento, un film da “provare” piuttosto che da “capire” nel senso classico e formale del termine. Sembra sottrarsi a qualsiasi catalogazione e a ogni tentativo di imprigionarlo in uno spazio, fosse anche approssimativo. Nessuno mai avrebbe immaginato che, proprio il regista di quest’opera onirica e ultramoderna sarebbe stato in grado, poco più di 10 anni dopo, di conquistare le platee mondiali con un serial televisivo.

Il regista del Montana si assicurò il consenso dell’American Film Institute per poter girare il film in 35 mm. e in bianco e nero. Scelta, quest’ultima, oltre che necessaria visti i pochi fondi a disposizione, anche azzeccata considerato che i toni della pellicola erano tesi a esaltare gli spunti “balzani” e a contribuire a una lettura “a intermittenza” piuttosto che a una trama lineare vera e propria.

E poi il lungometraggio è un’opera che non può essere relazionata a un intreccio vissuto da sagome pulite e ben delimitate; il bianco e nero è perfetto per sfumarne i contorni. In effetti la messa in scena lynchana è pervasa da un impianto onirico/fantastico che genera una serie di visioni e di turbamenti senza soluzione di continuità, in cui è difficilissimo dividere il sogno dalla realtà, il letargo della coscienza dalla lucidità.

Le riprese iniziarono nel maggio del 1972. Le sei settimane di lavorazione previste divennero quattro anni; un’odissea realizzativa che costò un impegno psicofisico e finanziario fuori dal normale per le possibilità di Lynch. Forse gli vennero in soccorso le tecniche di meditazione trascendentale che nel frattempo imparò e che lo aiutarono a non imporre le proprie idee nei tempi desiderati. Nella prospettiva di dover interrompere del tutto le riprese del film, il regista arrivò a pensare di fabbricare un fantoccio con i lineamenti di Henry, il protagonista, e a terminare la pellicola con scene concepite con la tecnica dello stop motion. Jack Nance nei panni di Henry Spencer

Jack Nance, presenza ricorrente nei successivi film di Lynch, interpreta Henry Spencer; insoliti capelli sparati verso l’alto a richiamare l’epoca del punk, sguardo allucinato e affettato, movimenti goffi e impacciati, pantaloni troppo corti. A suo modo romantico perché ingenuo, sembra una macchietta uscita pari pari dalle comiche del muto. Se non fosse che Henry si trova in un mondo un po’ kafkiano, angoscioso, inquietante e assurdo.

Tutti gli interpreti scelti dal regista sono sconosciuti. L’importante, per Lynch, è immergerli in un universo in putrefazione e segnarli da alterazioni fisiche o mentali. La famiglia X (così “identificata” dai titoli di coda del film), da cui deriva Mary, la moglie di Henry, ne è un bizzarro modello: il padre ha un braccio diventato inerte e insensibile tanto da non reagire alle percosse, Mary soffre di epilessia dalla quale rifiorisce grazie alla madre che le pettina i capelli, la nonna è in stato catatonico. Come se non bastasse, il pollo che viene servito per cena è sintetico e muove freddamente le zampe effondendo un fluido nauseante.

La decadenza dell’ambiente e quella dell’uomo, dunque, sembrano segnare marcatamente i contenuti di “Eraserhead”. Per questo il film riveste un’importanza basilare: perché avanguardista nel suo anticipare alcune gravi problematiche che l’uomo, 30 anni dopo, ancora non è riuscito a risolvere. Lo sguardo lyncheo si contraddistingue da subito; la sua capacità di essere “avanti” nel tempo è disarmante. L’essere umano è considerato alla stessa stregua degli animali e la campagna è trasformata in un inferno dove dominano industrie già cadute in disgrazia ancor prima di nascere.

I pochi esterni sono girati nei dintorni di Los Angeles: il set è invaso solo da fabbriche in rovina abbandonate, da ferrovie inutilizzate, dai pressoché continui clangori industriali, da sirene che non si sa se richiamano qualcuno al lavoro (ma chi, visto che in giro non c’è un’anima?) o se stanno lì come fossero allarmi che insinuano oscuri presagi.

E poi casermoni impenetrabili dalle finestre chiuse, tubature collegate male e non più funzionanti preda di polvere e ragnatele in mezzo ad acquitrini fangosi. Uno spazio assolutamente improprio, dove ogni forma di vita sembra lontana. Lungi da Lynch l’idea di fare un film politico sull’imbarbarimento dettato da un capitalismo sfrenato, egli è semmai il portabandiera di un cinema estremo solo da un punto di vista artistico. Diventa politico solo di riflesso.

I numeri civici fuori dalle porte sono quasi umoristici. Anche perché basta entrare nelle case per scoprire, all’improvviso, arredamenti e pareti consunti, una cassetta delle lettere con tante celle morte e inutilizzate, un citofono dal suono sinistro, un ascensore dentro al quale non poteva mancare una luce “intermittente”, corridoi angusti, appartamenti senza sbocchi verso l’esterno. La Creatura

Gli uomini sono murati vivi, in uno scenario adatto a una “covata malefica”. Il figlio di Henry e Mary non può essere, così, che una creatura deforme con la testa che somiglia a quella di un coniglio spellato e con il corpo completamente rivestito da un bendaggio. Il pietoso neonato è stato costruito dallo stesso regista con una costanza sconcertante. L’esserino così deforme produce nello spettatore un senso di imbarazzo, terribilmente disgiunto com’è tra sembianze infinitamente disturbate e caratteristiche assai naturali come i toccanti occhioni che supplicano indulgenza o i pianti strazianti che somigliano così tanto a quelli di un bambino vero.

I mattoni di casa che sbarrano anche le finestre e che difendono Henry da una zona e da un ambiente ostili, sono anche quelli che trasmettono un senso di claustrofobia e uno spavento molto forte. C’è profumo di aggressività e rifiuto intorno alla sporca vita di Henry, anche se questi pericoli non vengono in realtà mai mostrati. Anzi, forse proprio perché non si vedono mai, acquistano un senso di oppressione ancora maggiore dato che Lynch lascia tutto all’immaginazione dello spettatore che può vivere, così, il suo incubo personale.

Con “Eraserhead”  arrivano anche i primi isterismi di un rapporto a due (lei che abbandona il tetto e il letto coniugale esasperata dal pianto del bebè vi ricorda qualcosa riguardo a notizie di recente attualità?), con la crisi d’identità e di coppia che pervade gran parte del film. La vicina di casa di Henry appare come una scappatoia alla monotonia e ai pericoli che si nascondono dietro a un matrimonio. Un’istituzione come questa, universalmente riconosciuta come naturale e ovvia, all’interno del mondo di “Eraserhead” viene a cadere perché non esiste un ordine distinto a cui fare riferimento.

Il concepimento, poi, sembra fatalmente considerato come qualcosa di sconvolgente e disgustoso; la pellicola è marcata da un’antipatia verso il sesso, la riproduzione, la paternità. Quando Henry alza le coperte, mentre si trova a letto con Mary, individua che dal sesso di lei sta fluendo un essere che è un incrocio tra un embrione e uno spermatozoo gigante; lo prende su con ripugnanza e lo scaraventa contro il muro della stanza. L’atto sessuale è così negato, allontanato. L’uomo si svincola dal peso di una genitorialità fastidiosa e disprezzata (non dimentichiamoci che proprio lo stesso Lynch era appena diventato padre di Jennifer, nata con una malformazione ai piedi).

La madre di Mary tenta di sedurre il marito della figlia con un atteggiamento licenzioso che assomiglia tanto alla madre-strega di Indovina cosa c'è per cena?“Cuore selvaggio”. In ogni film del regista americano ci sono robuste ostilità intergenerazionali, di solito circoscritte all’ambiente domestico, con retroscena a carattere sessuale; c’è sempre una specie di trattato artistico di vicende edipiche.

A causa di tutte queste animosità e tormenti si può, letteralmente, perdere la testa… Per questo l’idea di una capoccia cancellante, richiamata fin dal titolo del film, diventa qui qualcosa di geniale e ironico. La mente cancella perché capace di far tabula rasa dei suoi problemi, delle sue vicende assurde e dolorose così come è in grado di pulire, osceno cancellino su un foglio bianco. La follia viene rappresentata anche con un’agghiacciante metafora di infanzia violata, stavolta da una forbice. Ecco che così viene mostrata l’ossessione di un infanticidio, visto come esclusivo ripiego agli insopportabili tormenti della ragione.

L’ynchendiario autore è abile nell’eccitare passioni e sentimenti violenti. La dura realtà sembra così assurda da essere fantastica e i sogni, nella loro insondabilità, sono dei veri e propri incubi che aiutano a capire meglio la spietata realtà.

Ne è un esempio il teatrino che si apre grazie alla Donna del Radiatore: una cantante dalle guance ingrossate da due tumefazioni dovute probabilmente a un tumore che si muove su una musichetta old-style presa in prestito dalle farse dei cortometraggi comici del muto, dapprima attenta a non calpestare i feti che cadono sul palco diventa ben presto compiaciuta nello schiacciarli. Perchè “in Heaven everything is fine”. Ed Henry è attratto da questo senso di apparente liberazione: sembra così facile conquistare il Paradiso che basta eliminare l’ostacolo in modo radicale.

La tecnica di ripresa del regista è piuttosto tradizionale: le inquadrature e i movimenti di macchina sono pressoché ordinari e sporadicamente ingaggiano punti di vista anticonformisti o prospettive estrose. Semmai, la cosa insolita sta nei tempi narrativi dilatati, sospesi. La scena che sta quasi all’inizio del film, quella durante la quale il protagonista rientra nel suo appartamento salendo in ascensore, canalizza un senso di sottile inquietudine che non è indotto dal tipo di inquadratura scelto da Lynch, bensì da un accentuato propagarsi dell’elemento temporale. Le porte dell’ascensore (marchingegno che sarà “out of order” in “Velluto blu”) sembrano non chiudersi mai e lo spettatore teme che stia per accadere qualcosa di sinistro e di indefinitamente pericoloso.

I lunghi silenzi sono accompagnati soltanto dai rumori industriali di sottofondo; le folate di vento sempre uguali, i mormorii meccanici monotoni e minacciosi, provocano uno stordimento ipnotico a tratti insostenibile. Perché se la fotografia in bianco e nero può dare origine a percezione, il suono può modificare un’emozione in modo ancora più amplificato.

C’è odore di zolfo nel mondo di “Eraserhead”. Un Creato concepito da uno dei geni più eccelsi della storia del cinema. Un uomo la cui provenienza, quasi sicuramente aliena, ci costringe a pensare che possa abitare su di un abbozzo di pianeta dalla superficie irregolare, non meglio identificato, come quello che vediamo nel film.

E’ lì che lui, come l’uomo dalla pelle lacerata la cui immagine viene riflessa da un vetro rotto, piagato sulla gran parte del corpo, comanda le leve del destino meccanico, biologico e cinematografico. Alla fine l’astro si spacca. Lynch, esausto, ha messo tutte le sue energie dentro quest’opera che pare scoppiare tanto è pregna di significati; ma può essere anche che il posto, ormai rivelato nella sua intimità, ha bisogno nuovamente di essere celato. L’uomo dal volto deturpato perde il controllo delle leve, non sa e non vuole più mostrarci altro, lasciandoci da soli di fronte a un’autentica quanto sconvolgente meraviglia della settima arte, monumento di eccellente pregevolezza.