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TANGUY

Un film di Étienne Chatiliez.

Con Sabine Azéma, André Dussollier, Eric Berger.

Commedia, Ratings: Kids+16, durata 110 min. – Francia 2001.

VOTO: 7,5


Tanguy (un bislacco Eric Berger) è un 28-enne parigino che non se ne vuole andare di casa. Fa finta di riflettere sul suo futuro e procura delle ulcere al padre e alla madre che sulle prime si commutano in leader indulgenti. Il loro “caro ragazzo” non ha una situazione sentimentalmente stabile, è un rubacuori incallito, sdolcinato e noiosamente gentile, con tanto di scintillante master in filosofia.

Il “Pechinese”, come viene ribattezzato dalla nonna a causa del suo smodato interesse per la cultura cinese, non ha intenzione di lasciare il nido. Tuttavia è un soggetto perfettamente in grado di capire le necessità altrui, di pensare e di ridere nonostante si trovi di fronte a imprevisti non proprio piacevoli. Da questa situazione in bilico, sono i genitori che “pagano” andando in analisi (da non perdere le sedute di una svagata e ridente Sabine Azéma che lascia il segno grazie alla scena cult dell’aspirapolvere), aspettando che Tanguy acquisti la sua autonomia.

Quello a cui assistiamo è un cinema francese dotato di eleganza che ci fa sorridere e meditare. In particolare gli attacchi di panico a cui è soggetto Tanguy, rappresentati come estremo tentativo del figlio per attirare l’attenzione su di se’, visto che dichiara di non essere pronto psicologicamente, sono un estremo ricatto sentimentale che costringe tutti a riunirsi ma pongono l’accento anche sulla ferocia e la cattiveria di certi insolenti e spietati distacchi genitoriali.

La prima parte, quella con la madre più caustica e combattiva, è consistente, ricca e assolutamente spassosa, eccede in rilievi frizzanti e tempi perfetti. Fa seguito una seconda frazione con un padre animale feroce (un burlesco André Dussolier) che urla un po’ a sproposito qualche parolaccia, finché la pellicola non si fa tentare quasi da una polar-situation e sconfina inutilmente nella black-comedy mostrando il fiato corto. Resta buona l’idea di inserire una dose un po’ surreale, da vera commedia paradossale, dove i genitori arrivano perfino a comperare una culla e un grembiule da asilo.

Presieduto alla regia da quell’Etienne Chatiliez che aveva diretto “La vita è un lungo fiume tranquillo”, “Tanguy” combina opportunamente le chances sociologiche al proprio arco.  Finale un po’ troppo consolatorio, insufficientemente corrosivo e inspiegabilmente debitore nei confronti della Cina, con addirittura uno spottone sulla candidatura di Pechino alle Olimpiadi 2008 che tradisce tutta l’impalcatura fin lì costruita sull’ambivalenza dei rapporti familiari e il loro compararsi in modo assolutamente disdicevole nonché ammirevolmente sprezzante.

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ASTRO BOY

Regia: David Bowers. Sceneggiatura: Timothy Harris, David Bowers.

Attori: Silvio Muccino, Carolina Crescentini, Trio Medusa, Pasquale Anselmo, Pietro Biondi, Francesco Vairano.

Produzione: Imagi Animation Studios, Imagi Crystal, Tezuka Production Company Ltd. Paese: Hong Kong, Giappone, USA 2009.

Uscita Cinema: 18/12/2009. Genere: Animazione, Azione, Fantascienza. Durata: 94 Min.




VOTO: 6,5


I cinesi sono tanti, milioni di milioni, e vanno a vedere la stella dei pianetoni. Non ci resta che piangere con i nostri cinepanettoni (nazionali) e accontentarci dei loro bricioloni (artistici).

L’attuale “Astro Boy”, costato 70 milioni di dollari, pare che in Cina abbia fatto furori e sia stato il più grande incasso per un film animato in computer grafica. E’ vero che la coproduzione di Honk Kong può aver “tratto in inganno” e magari qualcuno avrà creduto di assistere a una realizzazione “statale” ma tant’è… il cartoon merita comunque di essere visto.

I voli pindarici e quelli concreti del dolce pargolo d’acciaio celano alcuni misteri: la sua nuova veste robotica è dovuta a un estremo atto d’amore del padre il quale, una volta persolo in una disgrazia, lo ricrea grazie all’energia del nucleo blu, quella buona e costruttiva. Il nuovo ragazzino si troverà a combattere contro feroci guerrafondai che, tesi a farsi rieleggere solo dimostrando l’uso della forza e col dispiegamento delle armi a disposizione, vogliono far fronte al calo di consensi nell’avveniristica città di Metro City.

Abbinando un graditissimo messaggio di fondo che richiama alla pace e al disarmo (aspetto che non farà tanto piacere ai numerosi falsi antimilitaristi più o meno riconosciuti/riconoscibili) il film si fa forte di una grafica singolarmente sospesa tra il remoto e il moderno, abbondantemente ripulita dall’originaria creatività di Osamu Tezuka, l’ideatore del manga. E poco importa se questa “riduzione” un po’ all’americana non è così ossequiosa nei confronti dello spirito nipponico col quale il personaggio era stato concepito. Uno dei pregi è proprio quello di prendere le distanze dall’originale per riproporre un contenuto capace di provocare emozioni.

Nonostante le dovute concessioni ai combattimenti e all’azione, la pellicola risulta particolarmente attenta a non perdere di vista la sostanza: la sceneggiatura, infatti, è abbastanza brillante e si sorride spesso alle battute del bambino volante e dei buffi personaggi di contorno. Per una volta risulta corretto anche il doppiaggio italiano (e devo dire che, alla vigilia, avevo più di un dubbio) grazie alle voci di Silvio Muccino-Astro Boy, Carolina Crescentini-Cora e il Trio Medusa-Robotski, Sparx e lo spassoso Mike il frigo.

Astro Boy è un robot con il cuore coraggioso di un leone e un altruista tout court; rispettoso delle differenze, è grazie a tutte queste qualità che riesce a salvare le vite altrui e anche la propria. Non ci sono approfondimenti specifici di tutte le tematiche affrontate, però è vero che è così raro vedere al cinema un prodotto talmente garbato e “pulito” che non posso fare a meno di consigliarlo.


TOMB RAIDER – La culla della vita

Tomb Raider - La culla della vitaUn film di Jan De Bont.


Con Angelina Jolie, Gerard Butler, Noah Taylor, Chris Barrie, Ciarán Hinds.



Titolo originale Lara Croft Tomb Raider: the cradle of life.



Avventura, durata 115 min. – USA, Germania, Gran Bretagna, Giappone 2003.


VOTO: 4

Il vaso di Pandora, secondo la leggenda greca, è il raccoglitore di tutti i guai e le sofferenze del mondo. Fu donato a Pandora da Zeus il quale si raccomandò con la donna di non aprirlo ma lei, curiosa, non indugiò a dischiuderlo liberando così tutti i mali in esso raccolti. Il mondo diventò un territorio deserto e abbandonato fino a che Pandora non aprì nuovamente il vaso per fare uscire l’unica cosa che era rimasta sul fondo, la Speranza.

E la Speranza che rimane allo spettatore, dopo aver visto questo secondo capitolo delle avventure dell’eroina Lara Croft, è quella di non aprire più vasi di Pandora che coinvolgano nuovamente questo personaggio.

Anche stavolta Angelina/Lara è alla ricerca di un “reperto archeologico”, il vaso di cui sopra, che fu nascosto da Alessandro Magno (non chiedeteci di fare ricerche storiche in tal senso, per favore) nella “Culla della vita” (e, se avete visto qualche documentario di Piero Angela, non faticherete a scoprire dove mai possa trovarsi). La mappa per giungere al vaso è in una sfera luminosa che diventa la causa dello sbattimento di Lara e di un paio di altri personaggi (un malavitoso cinese e un bio-terrorista) che prendono la rincorsa e si gettano a capofitto in questa nuova (?) avventura.

Come potrete intuire dalle premesse, parlare della storia del film diventa superfluo. Se agli ideatori di questo capitolo “videogammaro” non manca certo la fantasia per inventarsi situazioni astruse, location recondite e ammalianti condite da un ritmo costante e frenetico, a fare difetto è la tensione.

Grossolanità in stile 007 e puttanate di sceneggiatura si alternano a non finire: eloquente è il cazzotto in faccia allo squalo assestato dalla Croft e il conseguente congiungimento alla sua pinna dorsale per sfuggire agli inseguitori… Non mancano neppure mezzi di trasporto improbabili e avveniristici che volano o nuotano sott’acqua, salti millimetrici col paracadute, telefonini funzionanti in piena savana. A far respirare aria di casa agli affezionati del videogioco ci sono, almeno, gli oggetti, i vestiti e le armi riprodotte con una certa fedeltà: i bengala luminosi, la muta subacquea e le due amate pistolone.

La regia di Jan De Bont è inconsistente e poco appassionante. L’approssimazione domina, la macchina da presa è posizionata a casaccio, con fare distratto e si fa uso di immagini concitate per nascondere le pecche (soprattutto nelle scene di azione e combattimento). Affidandosi agli esercizi e alle coreografie di ju-jitsu, kick-boxing, bungee jumping e a un’altra palata di arti marziali l’unico problema sembra essere stato quello di mantenere intatto il rimmel sugli occhi della Jolie.

Il montaggio in post-produzione è stato realizzato in 5 minuti; si vedono addirittura troncare, senza alcun riguardo e costrutto, le inquadrature sui personaggi che stanno parlando! Pronta a un tuffo in muta "subbaqqua"

Lara, sempre avvolta da ambientazioni remote e impolverate, è aiutata nella sua ricerca da Terry Sheridan (Gerard Butler), l’uomo per il quale un tempo è stata innamorata. In questo episodio pare  finalmente che la presunta frigidità di Miss Croft venga meno e si sia lasciato un po’ di spazio ai sentimenti e all’Amore, ma è solo un’illusione. Tutto quello che descrive la tresca romantica viene rappresentato con scorazzate in moto sulla Grande Muraglia e qualche dialogo simpatico non scevro da schermaglie di corteggiamento; tutte cartoline da un viaggio di nozze mai fatto. Lara Croft e Terry Sheridan sono, in fondo, le facce opposte di una stessa medaglia. Entrambi sono bombe sexy che non esplodono mai perché cinici e un po’ bastardi.

La Jolie, nonostante sia il personaggio principale e quasi esclusivo del film, si muove senza un minimo di garbo e assomiglia sempre più a una bambola gonfiabile. La sua figura che dovrebbe risultare attraente e magnetica sembra invece imbalsamata da un’espressività univoca: ogni tanto non gli avrebbe fatto male cambiare faccia…