www.pompieremovies.com

Articoli con tag “censura

OCCHI SENZA VOLTO

Un film di Georges Franju.

Con Alida Valli, Pierre Brasseur, Edith Scob, François Guerin, Alexandre Rignault, Claude Brasseur.

Titolo originale Les yeux sans visage. Giallo/Fantascienza/Noir/Thriller, b/n durata 87′ min. – Francia, Italia 1960.

VOTO: 7

Una serie di alberi spettrali e spogli assediano il percorso di un’auto che incede nella notte. Alla guida una donna tormentata pulisce il vetro, un po’ per cercare di vederci meglio data la foschia invernale, un po’ per dare sfogo alle sue preoccupazioni. Sul sedile di dietro una figura indistinta è scossa dalle irregolarità dell’asfalto. La strada percorsa è secondaria, sembra deserta. Invece un’altra macchina si avvicina, punta i fari sulla scia della vettura che la precede, poi sorpassa facendo tirare un sospiro di sollievo all’autista. Ci si aspetta un contrappunto musicale alla “Psyco” e invece affiora la musica febbricitante e oscura di Maurice Jarre. Anche qui dopo tutto c’è una donna al volante che sembra in fuga da qualcosa o qualcuno, e il suo (altro…)

Annunci

LA RAGAZZA IN VETRINA

Un film di Luciano Emmer. Con Magali Noël, Lino Ventura, Marina Vlady, Bernard Fresson.

Drammatico, b/n durata 85 min. – Italia 1960.

VOTO: 7,5

Emmer è bravissimo con la cinepresa: pochi movimenti e una direzione attoriale ammirevole. Apparentemente riemerse da un dramma sociale scottante, le vicissitudini della pellicola percorrono stradine anguste nelle quali pare impossibile lasciare un’impronta di tipo politico. La commedia e l’erotismo sono in agguato. In realtà la sceneggiatura fa a meno di certi didascalismi, puntando su un’anima tormentata più di quanto non sembri e percorrendo l’intimità degli altri personaggi da cima a fondo, infine esplorando territori inusuali per un film italiano girato (altro…)


IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA

Un film di Joseph L. Mankiewicz.

Con Elizabeth Taylor, Mercedes McCambridge, Montgomery Clift, Katharine Hepburn, Albert Dekker.

Titolo originale Suddenly, Last Summer. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 114 min. – USA 1959.

 

 

 

 

 

VOTO: 7,5


Otto anni dopo la crisi economica USA del 1929, i soldi valgono come e più di prima: con quelli sarebbe possibile espandere le proprie necessità di istituzione ospedaliera, coprire i debiti di un marito che non c’è più, ma soprattutto comprare il silenzio e la complicità per dissimulare una fama a rischio di crollo. Violet Venable (Katharine Hepburn) cerca così di sopprimere una parente troppo scomoda, facendo affidamento sulle nuove procedure di neurochirurgia e lobotomia del Dr. Cukrowicz (Montgomery Clift). Sistemi ancora in via di sperimentazione, ma buone lame nella mente per rimuovere i presunti demoni che vi albergano. Il cervello, si sa, è una foresta primitiva e spaventosa, ingarbugliata e impenetrabile, fatta di incubi e sottili défaillances.

A volte, e per fortuna, la psicologia va oltre la neurochirurgia, ridimensionando il potere di madri atterrite e sull’orlo della follia. “Suddenly last summer” potrebbe sembrar buono come trattato sulle case di cura mentali, grazie alle immagini forti e impressionanti sulla pazzia, descritta con un ansioso errare dello sguardo/mdp e una padronanza invidiabile di illustrazioni come fossero frame scolpiti nell’immaginario. Seppur oppresso e deformato da una serie di dialoghi quasi deliranti ma non privi di una loro aspra efficacia, nell’incessante riesposizione di questioni mai valicate ne’ secondarie, ha una fascinazione tutta sua nel delineare aspetti scomodi che i manicomi impongono a una società sempre più sulla via della normalizzazione.

Unificazione che sembra ancora non aver fatto i conti con l’elemento forse maggiormente portante dell’intera opera: l’omosessualità. Quest’ultima, benché mai pronunciata nel corso della pellicola, è la componente che muove tutte le azioni. Non si definisce mai in modo chiaro e inequivocabile la natura sessuale dell’acclamato Sebastian senza volto, presente solo nelle memorie penose di chi non l’ha mai capito, alla fine condannato giustamente (?) come fosse un pedofilo, lapidato e immolato. Il figlio della signora Venable pare girare il mondo solo per appagare i suoi istinti. Peccato che la sua condizione venga vissuta come senso di colpa, come qualcosa di sbagliato, quasi che fosse una patologia astrusa. Più che uno schermo velato, nel caso di “Improvvisamente l’estate scorsa” si può parlare di schermo drappeggiato, che rischia di rendere il film incompreso o, peggio, frainteso. A questo si aggiunga l’idea di un Sebastian votato all’autodistruzione e corteggiante il suicidio, in attesa di (è un’immagine del film francamente un po’ artificiosa) falchi marini avidi di carne. I rapaci sono gli uccelli che più sono assoggettabili al Giudizio di una Divinità Superiore, il mezzo ideale per rassettare la società del tempo da ciò che appare scomodo, la ricerca di una nuova Alba della (ri)Creazione.

L’unica cosa che viene in soccorso al film è pensarlo nell’epoca durante la quale fu distribuito. Nel 1959 Gore Vidal e Tennessee Williams ebbero come unica chance di portare sullo schermo il soggetto di quest’ultimo solo a queste odiose condizioni. E per far capire disperatamente l’essenza dei suoi contenuti chiamarono a raccolta un paio di attori a mo’ di “testimonial”: Montgomery Clift, il quale essendo gay sapeva già molto sull’argomento e usò il film quasi come mezzo di accettazione, ed Elizabeth Taylor, una simpatizzante della categoria (da preferire la sua interpretazione ne “La gatta sul tetto che scotta”, sempre tratto dalle opere di Williams). Alla prova del tempo, la pellicola cede per quanto concerne la limpidezza del suo pensiero, e tiene sugli aspetti tecnici (scenografia curata dal gusto discutibile, fotografia ottima) e artistici (eccellenti le interpretazioni).

La figura di Sebastian rischia di essere etichettata come “alternativa” solo perché ha il gusto del bello. I suoi lineamenti armoniosi su di una spiaggia esotica, gli abiti bianchi e lindi, il sole che brucia come una palla di fuoco abbagliante (l’occhio di Dio?) in un mezzogiorno privo di ombre, sono tutti aspetti estetizzanti a volte un po’ forzati. Pur non essendo il miglior film di Joseph L. Mankiewicz, “Suddenly” è capace di ornare con uno stile ammaliante un’opera fondamentalmente infausta e tagliente, non priva di arbitrii.

Basti pensare al ricordo della cugina Catherine Holly (Elizabeth Taylor): una traccia onirica spaventosa, persa in un’altra epoca, quasi fosse inventata o rielaborata. Un sogno assurdo accompagnato da esagerazioni visive, sovrimpressioni, scene a effetto che spiegano bene il trauma della giovinetta ma anche un po’ gratuite. D’altronde è lei ad essere stata l’unica testimone del dramma, e in questo il film si fa estremamente oggettivo e schierato. Sulla stessa linea espressionistica aveva realizzato qualcosa di meglio l’Hitchcock di “Io ti salverò”, così come lo stesso autore sarà ancora superiore quando l’anno successivo, con “Psyco”, dirà la sua riguardo alla devozione verso le madri. Con il maestro della suspense, le discese ardite e le (ri)salite avevano un’inquietudine che in pochi son riusciti a eguagliare. Le corse arrampicate di Sebastian, al confronto, sono le fughe di uno scritto incapace di usare altri mezzi espressivi più efficaci, e le parole dette quando un ascensore non è ancora sceso del tutto sono inutile fiato sprecato.


VIDEOCRACY – Recensione

Un film di Erik Gandini.

Titolo originale Videocracy. Documentario, Ratings: Kids+13, durata 85 min. – Svezia 2009. – Fandango. Uscita: venerdì 4 settembre 2009.







VOTO: 7


Una Rivoluzione Culturale ha colto impreparati milioni di italiani, abbagliati dal fascino sornione della frivolezza e del successo facile. Gran parte del popolo peninsulare nostrano ha patito, nel corso degli ultimi 20 anni, una metamorfosi antropologica generata da quella scatola delle meraviglie che è la televisione. Senza operare facili accuse generaliste, possiamo senz’altro dire che il cittadino del Belpaese si è trovato gradualmente di fronte a un panorama televisivo che ha agevolato una certa noncuranza intellettiva. Basti pensare, per esempio, al periodo d’oro durante il quale una rete commerciale come “Italia 1” gareggiava con quelle pubbliche per avere in esclusiva la prima visione di opere cinematografiche quali “Il bacio della donna ragno” e “Ran”, da trasmettere orgogliosamente in prima serata per i “Lunedì d’autore”. Cos’è successo da allora? E perché un contesto che prevedeva la trasmissione di pellicole prestigiose, anche risalenti agli anni ’30 0 ’40, adesso si è trasformato in un desolante vuoto formativo?

Schierarsi e puntare il dito unicamente contro le reti commerciali in genere sarebbe sbagliato, eppure è vero che i primi istinti pruriginosi furono clamorosamente favoriti da “Colpo grosso”, il programma condotto in seconda serata da Umberto Smaila, nel quale si potevano vedere tette e culi in bella mostra grazie alle cosiddette mascherine e alle Ragazze CinCin (“cin cin assaggia e poi mi dici”…). Il maschio assaporò, per l’appunto, e gradì. Non tardarono a solcare questa traccia altre trasmissioni televisive mascherate da intrattenimento, anche culturale (basti pensare ai quiz), che prevedevano l’esibizione di ragazze poco avvezze al ballo e a proprio agio con costumini e perizomi. Fu il trionfo della grossolanità, lo sdoganamento di una nuova pornografia. A tutte le latitudini, e a tutte le ore, abbiamo avuto (e abbiamo tutt’ora) a che fare con “Ciao Darwin”, i vari “Bagaglini”, gli “Scherzi a parte”, le notizie più o meno “strisciate”. Le ragazze si moltiplicano e si mescolano come lettere dell’alfabeto, in una profanazione del dizionario e della lingua che peraltro si impoverisce sempre più e assume i contorni dello slogan paratelevisivo.

Da questo ambito esemplare (un perfetto banco di prova su come gli italiani fossero facilmente plagiabili da un filone “a tema”) al successivo indottrinamento sociologico e politico il passo è stato fin troppo breve: via la cultura, spazio alla CULtura. Spariti dalla prima serata i film, considerati troppo “impegnativi”, arrivano gli svuotacervelli, fatti passare come programmi pensati per il relax, e i perspicaci intrattenimenti che regalano amore e buonumore. Gli ascolti danno ragione al “nuovo” che avanza. Alla tv pubblica non resta altro (?) che uniformarsi e scimmiottare, copiando pedissequamente il percorso intrapreso dalle altre reti. I bilanci parlano chiaro: se vuoi gli utili devi essere competitivo con lo share.

Le false promesse di una vita agiata e senza problemi, i luccichii garantiti da programmi quali i quiz faciloni, dai “Grandi fratelli” e dagli altri reality show, mortificano il semplice e infelice operaio fino al punto di spingerlo a osare. Lasciare tutto quello che di certo possiede per intraprendere la faticosa strada della sfida, del sogno, di una competizione impossibile e senza regole. La concorrenza è dura: migliaia di persone comuni tentano la via della notorietà e della fortuna, convinti di avere qualcosa di speciale. Oppure no. Germoglia il modello di un’abdicazione dell’essere e del ragionare, a favore del semplice e illusionistico apparire. Niente di più facile per un imprenditore sveglio e abile, e per di più proprietario della maggior parte dei canali televisivi, intravedere in questo quadro un’opportunità per inserire in modo propagandistico la sua enorme figura sorridente e rassicurante…

Ed è qui che il film/documentario di Erik Gandini prende in mano le redini del suo perché. Con un salto nel tempo stuzzicante e lungimirante, ci introduce in un mondo fatto esclusivamente da e per vincenti. Ecco come sono arrivati ad emergere persone come il “Duce Bianco” Lele Mora, educatore (lui) raccapricciante di bei ragazzi allo sbaraglio, il servo fiero e puro, l’umile lustrascarpe del Presidente Padrone che lo sostiene, colui che si arrende e si scioglie agli inni del Fascio. La villa in Costa Smeralda piena zeppa di tronisti (avreste mai pensato, un giorno, di dover aggiungere tale lemma al vostro dizionario?) e veline in cerca di gloria, è bianca e candida come il suo bel faccione dallo sguardo licenzioso.

Fabrizio Corona, in un secondo tempo, non è altri che il figlio perfetto partorito da un sistema marcio e corrotto che venera il Dio denaro e si autoalimenta del suo stesso potere. La figura che nasce è rissosa, autoreferenziale, arrogante e dedita al raggiungimento degli scopi senza guardare in faccia nessuno. Di indole fieramente mafiosa, il fotoreporter d’assalto non lesina paragoni con il personaggio “mitico” di Scarface e si fa riprendere con gli attributi al vento mentre è in bagno: il machismo come simbolo della propria autorità e forza. Se tutto ciò vi ricorda uno o più partiti politici italiani, forse non è un caso.

Non dimentichiamoci che, al momento della presentazione come Evento Speciale alla Mostra del Cinema di Venezia, e alla sua uscita nel settembre del 2009, “Videocracy” vide negata la possibilità di presentare immagini in anteprima sia dalla Rai che da Mediaset, le quali giudicarono i contenuti faziosi e antigovernativi. Atteggiamenti che non ebbero niente a che fare con la prudenza e la salvaguardia per la morale pubblica, e somigliano tanto ai contenuti di quei film tanto amati da Corona. Quando si ha a che fare con una censura preventiva non si può più parlare di democrazia; questo è ciò che succede quotidianamente con il cinema e le altri fonti d’informazione.

Nonostante l’appoggio produttivo della Zentropa di Lars von Trier, il film di Gandini ha la consistenza di un opuscolo, non è un’analisi così articolata di un sistema in realtà molto più complesso qual è quello italiano. I personaggi presi di mira sarebbero potuti essere di più e descritti meglio. Tuttavia lascia addosso uno strano disagio e fornisce una fotografia imbarazzante del nostro Paese e del vuoto culturale in cui tutti, più o meno da quattro lustri a questa parte, galleggiamo. Dalla demenza fatata nella quale siamo caduti, possiamo risorgere non senza dolori. Leggiamo qualche libro, informiamoci attraverso canali alternativi a quelli televisivi o risintonizziamo meglio le nostre antenne. Ne abbiamo un disperato bisogno.

Io spero in Dio sempre di più. E’ l’unico quaggiù che ancora alla tivù non è mai apparso”.

Claudio Baglioni, “V.o.t.”, 1995.


L’IMPERO DEI SENSI

L'impero dei sensiUn film di Nagisa Oshima.

Con Tatsuya Fuji, Eiko Matsuda, Taiji Tonoyama, Aoi Nakajima, Meika Seri.


Titolo originale Ai no Corrida – L’Empire des sens. Erotico, durata 120 (104) min. – Giappone, Francia 1976. –
VM 18






VOTO: 6


Il film si è ispirato a un fatto di cronaca verificatosi a Tokyo nel 1936.

Abe Sada (ex meretrice) lavora, nuova, ingenua e spensierata cameriera, nella casa al servizio del suo attuale padrone Kitzi, un bel moro con penetranti occhi scuri e due baffetti sensuali, il quale non tarda a invaghirsi delle sue forme. La passione prende molto presto il sopravvento, tra l’ossessione sessuale di lui e l’abbandonarsi ai servigi di lei.

Il loro amore, se così si può chiamare vista la precipitazione, si concretizza subito in cerimonia nuziale. I due si mantengono con i soldi guadagnati dal mestiere di accompagnatrice che lei continua a intraprendere, facendo visita a presidi e consiglieri comunali. Sada sviluppa sempre più il suo aspetto ninfomane, al quale aggiunge anche un pizzico di mania omicida. Il suo amore è un’annientatrice smania di congiungimento e, insieme, una folle paura di isolamento. Il tormento o l'estasi?

La coppia va alla ricerca del piacere più intenso, fino a che non lo trova in una pratica estrema e definitiva.

Oshima non ha timore nel mostrare elementi filmici al limite (e a volte all’interno) della pornografia: il fallo a forma di passerotto, il liquido seminale, il membro in erezione e nell’atto della penetrazione vengono mostrati senza alcuna censura (il film fu presentato, inizialmente, in una versione ridotta di circa 15’). Così come l’uovo sodo che fuoriesce dalla vagina oppure i peli pubici tagliati e messi in bocca in modo così disinvolto.

Tutto ciò non esclude, purtroppo, il tedio di lunghe sequenze con poche varianti di ripresa. I particolari sono sempre i medesimi; le gioiosità e le trascuratezze del sesso mostrato all’inizio fan posto a un amplesso (e a un allestimento registico) triste, meccanico, abbozzato. Il legame iniziato con un corteggiamento quasi romantico raggiunge l’apice in una fine che è vincolo senza tempo e per di più irrimediabile.

Gli eccessi e le ossessioni dei protagonisti si rivolgono contro loro stessi: rimanere svegli tutta la notte per baciare il sesso del proprio marito, in beata adorazione, è una strada che può condurre alla follia e alla brama di possesso. La natura avida di lei, la sua predisposizione anomala all’eccitazione, va di pari passo con l’assillo di lui.

Gli accoppiamenti esibiti sfrontatamente a parenti, amici, dipendenti, nonni, geishe con la massima naturalezza e noncuranza, e senza la paura di turbamenti o imbarazzi, sono uno slancio amoroso che tiene all’oscuro qualsiasi legame sociale. La dipendenza sessuale porta all’ubriacatura e all’inebrio.

Kitzi perde di vista il legame con la moglie, il significato di matrimonio viene meno. Ma anche le altre abitudini delle comuni attività (i protagonisti non mangiano più, dediti come sono all’accoppiamento) vengono cancellate. Troppa è la disciplina con la quale Oshima dirige la sua opera; la severità diventa una mera contemplazione, senza sovrapposizione di elementi fantastici od onirici. Anche l’eleganza figurativa degli interni è un ripiego un po’ negligente.

La passività della messa in scena si riflette alla perfezione, però, nell’atteggiamento di Kitzi, il quale annulla del tutto la propria volontà e trascura il suo aspetto fisico, pronto a diventare uno scheletro nelle mani ingorde di Sada. Gli amanti sono pronti per essere abbattuti per sempre da una passione assoluta e autodistruttiva.