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Articoli con tag “Cannes

UOMINI DI DIO

USCITA CINEMA: 22/10/2010.

REGIA e SCENEGGIATURA: Xavier Beauvois.
ATTORI: Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Sabrina Ouazani.


PAESE: Francia 2010.
GENERE: Drammatico. DURATA: 120 Min.

VOTO: 8

Come se stessero seguendo i ritmi di clessidre invisibili, otto monaci benedettini conducono la loro opera missionaria con la buona frequenza degli orari delle messe. Suonano le campane, compongono incurvati sulla scrivania, leggono il Corano e le lodi di San Francesco d’Assisi, dispensano scarpe nuove alla piccola comunità islamica che li circonda. “Des hommes et des dieux” sceglie coraggiosamente di ispirarsi ai fatti di cronaca avvenuti a Tibhirine (Algeria) nella prima metà del 1996. E lo spirito di temerarietà fa sì che vengano inseriti nella tessitura del racconto alcuni gesti pragmatici come scavare, spalare, costruire, ma (altro…)


POETRY

USCITA CINEMA: 01/04/2011.


REGIA e SCENEGGIATURA: Lee Chang-dong.
ATTORI: Yun Jeong-hie, Ahn Nae-sang, Lee Da-wit.


GENERE: Drammatico. PAESE: Corea del Sud, 2010. DURATA: 139 Min.

http://www.tuckerfilm.com/film/poetry.html

VOTO: 10

Fermarsi ad ascoltare il suono del vento mentre accarezza le fronde degli alberi. Scoprire che una mela non è solo banale colore riflettente la luce, ma anche sostanza, gusto, odore. Proporsi al prossimo senza esitare, eliminando ogni inibizione e paura di scocciare, riscoprendo quel molesto approccio infantile un po’ birichino e intraprendente (altro…)


ELEPHANT

Un film di Gus Van Sant. Con Eric Deulen, Alex Frost, Elias McConnell, Timothy Bottoms, Matt Malloy.

Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 81 min. – USA 2003.

VOTO: 10

I genitori non hanno più il controllo. Sbandano anche quando la strada è diritta. Vuoti e sfocati, come i corridoi scolastici percorsi dalla loro prole. L’assenza è così palese che sono loro ad essere al servizio dei figli, quei discendenti altrettanto disorientati, costretti ad amministrare le “virtù” loro malgrado. Questi ragazzi tirano su col naso e camminano solitari con in mano fucili e bombe. Come siamo arrivati a tutto questo? Bisogna sbrigarsi a trovare una risposta: le nubi si muovono in fretta, e si fa presto ad oscurare un cielo limpido con nembi grigio scuro, a passare dal giorno alla notte…

Suddiviso in capitoli che portano il nome dei ragazzi protagonisti, “Elephant” è un ritratto adolescenziale scritto, montato e diretto da Gus Van Sant, regista esperto (altro…)


IL MIO AMICO ERIC

Un film di Ken Loach. Con Eric Cantona, Steve Evets, John Henshaw, Stephanie Bishop, Lucy-Jo Hudson.

Titolo originale Looking for Eric. Drammatico/Commedia, durata 116 min. – Gran Bretagna, Italia, Francia, Belgio 2009. – Bim. Uscita: venerdì 4 dicembre 2009.

VOTO: 8

Eric Bishop (Steve Evets) beve e prende una rotonda contromano. Ha lo sguardo perso nel vuoto, tipico di una persona allo sbando. Con pochi soldi deve badare a due figliastri irrequieti. Eric è il nome col quale essi gli si rivolgono. E’ quell’uomo che non si riconosce più allo specchio. Spento, apatico, autoemarginato. Si fa parcheggiare utensili edili nel giardino di casa. Un’abitazione già di per se’ arruffata, con stanze messe costantemente a soqquadro. Sporche, disordinate. Confuse come la mente del loro proprietario. (altro…)


NUOVO CINEMA PARADISO

Nuovo Cinema ParadisoUn film di Giuseppe Tornatore.

Con Philippe Noiret, Salvatore Cascio, Marco Leonardi, Jacques Perrin, Agnese Nano, Pupella Maggio, Leo Gullotta, Leopoldo Trieste.

Commedia/Drammatico, durata 157 (132) min. – Italia 1988.

VOTO: 9


Salvatore Di Vita è un vivace ragazzino siciliano che risiede in un paese chiamato Giancaldo. Si addormenta, spassosa canaglietta, durante le funzioni religiose, mentre risulta assai più interessato all’unico cinematografo esistente, quello a gestione parrocchiale. Si diverte a spiare, nascosto dietro a una tenda, i film che vengono mostrati in anteprima al sacerdote.

Il piccolo Totò è affascinato dal lavoro del proiezionista Alfredo, il censore esecutivo delle fobie morali del prete, che diventerà ben presto una figura paterna insostituibile per il ragazzo. Salvatore cresce insieme ai film proiettati al “Cinema Paradiso”, recita a memoria le battute guardando controluce singoli frame rubati di nascosto, andando verso una nuova vita, più grande della Sicilia stessa, incoraggiato in questo proprio da Alfredo.

Salvatore Cascio, di soli 9 anni, interpreta Totò nel suo periodo infantile. Cascio fu, all’epoca del lancio del film, un bimbo prodigio. Così giovane eppure a suo agio, immerso subito nel magico mondo della celluloide, protagonista sui red carpet di mezzo mondo per la promozione della pellicola. Il suo è un recitare naturale e piacevole, sostenuto in questo da due occhi penetranti. Ben diretto da Tornatore, conquistò pure il British Academy of Film and Television Arts nella categoria attore non protagonista. Come scroccare un passaggio

Dopo la prima uscita nelle sale, il regista, d’accordo col produttore Franco Cristaldi, tolse circa 30’ di girato per rendere il film più snello e lasciare in secondo piano la storia d’amore. “Cinema Paradiso” (questo fu il titolo scelto per la sua distribuzione internazionale) è un’abbagliante storia dolceamara che fu ignorata, alla sua prima uscita verso la fine del 1988 e che, in seguito, fu sommersa da intempestivi e condizionati gradimenti da parte della critica, solo dopo che ebbe ricevuto i prestigiosi riconoscimenti mondiali che tutti conosciamo.

Il film fu presentato nel maggio del 1989 al 42-esimo Festival di Cannes, dove vinse il Gran Premio della Giuria. Poi ricevette il David di Donatello per le musiche, il Golden Globe nel gennaio del 1990 e, infine, il prestigioso premio Oscar come Miglior Film Straniero.

Non si può negare, nonostante tutta questa girandola di premi, che il film ogni tanto si appesantisca a causa di una regia leziosa. Tuttavia risulta decisamente coinvolgente e si presenta come un’opera rivisitata con la prospettiva astuta di un cineasta di indubbio talento che racconta una storia ampiamente autobiografica. Giuseppe Tornatore produce un cinema sovraccarico ma anche forte e generoso, un “girato” di cui la spossata realizzazione italiana degli anni ’80 aveva necessità.

Dove la pellicola (solitamente lieve e favolistica) cade con una certa ingenuità è quando mette in scena situazioni drammatiche che risultano un po’ inverosimili: Alfredo salvato da Totò che è l’unico a correre in suo soccorso durante l’incendio, mentre tutti i “grandi” scappano ognuno per i fatti suoi, e una certa predisposizione allo schematismo e alla programmaticità che gli fanno assumere un tono un po’ finto ed edulcorato pur mantenendo il pregio del gusto per l’affabulazione. Soffre anche l’aspetto sentimentale del film: rivelatone il sapore glamour, illuminato da una fotografia troppo pulita e da una semplificazione che va al di là di ogni ragionevole aspettativa è condito, ciononostante, da impulsi calorosi e puri.

Ogni pretesto è valido“Nuovo Cinema Paradiso” va apprezzato per l’abilità con la quale ridipinge il melodramma popolare siciliano, quello dal gusto antico, avvalendosi della ricostruzione dell’immaginario paesotto di Giancaldo, ubicato ai confini di una ridente campagna. Ecco che, immancabili figure, arrivano il matto del paese che pretende di diventare proprietario esclusivo della piazza principale allo scoccare della mezzanotte, il napoletano fortunello che fa 12 al Totocalcio, gli emigranti che vanno a cercar miglior fortuna in Germania. Riecheggiano quelle espressioni e pose tipicamente felliniane e del suo “Amarcord”, un registro contenutistico caro a Tornatore il quale si serve di esso per avvalorare le origini popolari e il carisma della settima arte.

Lo sguardo del regista palermitano non si ferma solo alle genti; non mancano significative panoramiche ed escursioni visive e sonore sul canto dei grilli nei campi estivi assolati, verso il profumo dei limoni o i carrettini tipici siciliani che scorazzano in mezzo agli uliveti.

Nel cinema parrocchiale “Paradiso” succede di tutto e il film acquista una dimensione di facile fruizione e di empatica delicatezza: il pubblico interagisce attivamente con il film, il locale rappresenta il fulcro della società. Così come fanno il verso degli indiani in “Ombre rosse”, gli astanti sono liberi di dormire, mangiare, fumare, schiamazzare in assoluta scioltezza, applaudire a scena aperta, sputare verso quelle classi sociali che si considerano inferiori, ubriacarsi, innamorarsi e sognare.

Non esiste più una differenza tra la piazza, luogo adibito alle normali forme di socializzazione, e la sala. Gli abitanti del paese diventano un tutt’uno con i grandi divi di Hollywood,  storpiano i nomi degli attori facendoli propri e si impossessano delle loro figure per farle diventare più vicine, poterle toccare e interpretare a loro volta. Una celebrazione della settima arte a tutto tondo, quella messa in scena da Tornatore. Attraverso i grandi film, i kolossal americani, ma anche quelli più intimi e nazional-popolari che facevano sperare una comunità in un periodo di povertà e riedificazione dopo la fine della seconda guerra mondiale, il regista festeggia la leggenda del Cinema con un’attenta riproduzione delle liturgie.

Una considerazione speciale la meritano alcuni grandi attori che hanno prestato il loro volto e la loro mimica a questa grande pellicola: Philippe Noiret, un bell’uomo maturo dallo sguardo furbo e sornione, imponente interprete di un operatore cinematografico dotato di grande perspicacia e di amore professionale, Leo Gullotta, abilissimo nelle sue mille facce buffe e folkloristiche, Pupella Maggio, interprete sofferente della madre del Salvatore adulto, Leopoldo Trieste che ben dipinge il parroco, quello che suona la campanella per celebrare la funzione in chiesa allo stesso modo con la quale la scuote per censurare i baci dei film, mentre Jacques Perrin sarà anche un attore esperto ma appare un po’ inespressivo.

Film del cuore, dal grande fascino emotivo che ci sorprende a piangere, appena dopo che abbiamo abbozzato un sorriso, “Cinema Paradiso” vive di questo graditissimo slancio viscerale grazie anche al patrimonio della composizione musicale di Ennio Morricone, una volta di più eccelso autore. Il linguaggio del cinema e quello della musica raramente sono stati così vicini. Un tema musicale indimenticabile, grazie anche al fugace ma provvidenziale apporto del figlio Andrea che per questo film scrisse “Tema d’amore”. Il padre Ennio si concede un’impetuosità musicale classicheggiante e fittamente dettagliata che ripercorre ogni traccia del film in modo periodico, come le stagioni della vita. Finezza e passionalità si snodano in un suono quasi celestiale e trascinante grazie all’utilizzo di pianoforte, flauti, sax e violini. Tutti strumenti che riproducono abilmente la voce interiore del protagonista, l’idea di un luogo remoto e di un tempo passato.

L’effetto ha il fascino di quel raggio di luce che esce dalla bocca del leone posta a delimitare la stanzetta del proiettore, un luogo dispensato dalla confusione del branco di gente in platea. E’ il sogno cinematografico che nutre ancora oggi la nostra fantasia. Il Cinema è un Paradiso, e lo sarà per sempre.

Porteremo eternamente, nella nostra memoria cinefila più emozionale, la sfilza di baci “rubati”, così carica di struggente poeticità, di forte malinconia e di spirito evocativo. Il montaggio conclusivo riesce, anche verso coloro che sono abitualmente riottosi e imperturbabili, a sprigionare tutta la bellezza che c’è nell’abbandonarsi alle lacrime. E’ lo splendore di un’arte immortale, semplicemente bella e passionale che inneggia all’amore per il cinema e al cinema dell’amore.


IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE

Il diritto del più forteUn film di Rainer Werner Fassbinder.



Con Karlheinz Böhm, Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel.



Titolo originale Faustrecht der Freiheit. Drammatico, durata 123 min. – Germania Ovest 1974. – VM 18



VOTO: 9

Ultimato entro la fine del ’74 e proiettato in anteprima alla Quinzaine di Cannes il 30 Maggio del 1975, “Il diritto del più forte” narra le vicende di Franz Biberkopf (Fox, per gli amici), un omosessuale che lavora in un Luna Park come “testa parlante”, rappresentante un’attrazione bizzarra nella quale la testa, staccatasi dal resto del corpo, dovrebbe rivelare agli interlocutori arcani segreti e presagi.

Rimasto presto senza soldi e senza un posto dove vivere, Franz abborda ai cessi pubblici un antiquario di nome Max che lo introduce nel suo giro di amicizie di estrazione borghese. Franz/Fox vince inaspettatamente 500.000 marchi alla lotteria, conosce Eugen, figlio di un imprenditore mezzo fallito, e ne diviene ben presto l’amante…

Criticato e rifiutato dalla maggior parte della comunità gay mondiale perché ritenuto, a torto, un film ritraente una parte di vita squallida e controversa di personaggi omosessuali, il film è invece portatore di un messaggio più ampio e universale che esce dai confini e dalle ghettizzazioni che gli si sono volute forzatamente attribuire.

“Faustrecht der Freiheit” (questo il titolo originale), benchè sia recitato da personaggi gay e nonostante rappresenti gran parte delle loro vite e un certo modus vivendi, non è un film sull’omosessualità. Fassbinder non poteva far altro che descrivere il mondo che conosceva meglio e, per raccontare una storia dove il denaro e il capitalismo sono fermamente al centro dell’attenzione, si è servito di protagonisti quotidianamente vicini a lui, essendo anch’egli omosessuale. Questa è la semplice sostanza di una pellicola bollata troppe volte e a sproposito come controversa.

Ci sono, oltretutto, elementi così apertamente gay-friendly che sbarazzano il campo da qualsiasi dubbio: i familiari, i colleghi di lavoro e, più in generale, qualsiasi membro della società che entra in contatto con i soggetti principali del film non fa una piega di fronte alla loro “condizione” e, anzi, ci sorprendiamo a vedere come la Germania descritta in quel periodo sia decisamente più avanti rispetto alle “moderne” collettività di oggi.

La condizione sociale chiamata in causa da Fassbinder è, pertanto, più estesa. Il problema, semmai, è che esiste sempre un ceto che intende istruirne un altro; questo rapporto di formazione, questo meccanismo di servo-padrone rasenta i propositi del totalitarismo. E’ per questo che vediamo Eugen tentare di educare il proletario, nonché suo compagno, Franz. E lo fa esortandolo a conoscere l’opera, il teatro, le lingue, la musica; Franz perde progressivamente la sua individualità e identità, la sua natura di uomo semplice

“Fox”, interpretato con esito positivo dallo stesso Fassbinder, non è proprio una volpe, ma nemmeno un proletario senza cervello che “pensa solo a bere, ingozzarsi e chiedere denaro”, come lo dipinge Eugen. E’ fisicamente molto presente, da’ l’idea di essere potente ed esplosivo, se non fosse per il carattere remissivo e fondamentalmente dolce. Crede con fermezza in un amore senza calcoli e non riesce ad adattarsi a un modo di vita fatto solo di esteriorità.

Eugen lo ritiene, invece, incapace di veri sentimenti. Quello del “figlio di papà” non è mai un amore sincero, esplicitato, ma si ingarbuglia intorno alla sua stessa figura, lusinghiera quanto spinosa e decadente, nella quale prevale una sottile voglia di rivalsa nei confronti del “barbaro” Fox.

Un’appendice collegata indissolubilmente al capitalismo è il denaro: il regista tedesco lo addita con una perseveranza che non lascia dubbi (tanto da far dire a un banchiere presso il quale si rivolge Franz, insistendo per un cospicuo prelievo di liquidi: “Contanti, contanti, contanti. Se ripeti una parola troppo spesso non sai più cosa significa”). E Franz, infatti, non ha la minima idea di come usare e investire i suoi soldi, non ne avverte il bisogno. E’ una persona semplice che si accontenterebbe di poco. Al bar con gli amici

Eugen, al contrario, fa progetti sulla casa nuova, sull’arredamento ricercato e particolarmente dispendioso, sul rinnovamento del guardaroba presso una boutique costosa per rinverdire il vestiario di Franz. Cerca, insomma, di sfruttare la situazione e imporre il suo status di ricco istruito al “povero” e ignorante Fox, il quale esce regolarmente umiliato da questa situazione. La natura di Eugen è predatoria, come impone la sua classe sociale: ha l’esigenza costante di accumulare soldi per sentirsi vivo e perché così gli impone la sua etica.

Il complesso di inferiorità del proletariato nei confronti della borghesia è uno dei vincoli più tenaci che tiene fedele e avvinto il primo alla seconda. La figura dell’inetto Fox è incapace di elaborare sbocchi per una ribellione. Il suo dissenso è masticato a metà tra un’invocazione e una supplica mentre ascolta la canzone “Angelo negro”.

Ci si domanda se, alla fine, la morte di Fox non sia casuale; magari egli, assumendo del Valium, avrà voluto solamente calmarsi un po’, diventare più invisibile alla tracotanza degli altri.

Nonostante ciò il suo corpo viene annullato e violato da tutti, sciacalli e rapaci di un uomo che non esiste più, discriminato tra i discriminati. Fox perde anche il giubbotto di jeans con la scritta del suo nome ed è come se fosse ritornato nuovamente a essere un’oscena attrazione da Luna Park, un freak senza più testa, cuore e anima.