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MONSIEUR LAZHAR

Un film di Philippe Falardeau.

Con Fellag, Sophie Nélisse, Danielle Proulx, Jules Philip, Émilien Néron.

Titolo originale Bachir Lazhar. Drammatico, durata 94 min. – Canada 2011. – Officine Ubu. Uscita: venerdì 31 agosto 2012.

VOTO: 8

Esterno giorno. Cortile innevato di una scuola di Montréal. Simon (Émilien Néron) va a prendere la scorta quotidiana di latte per portarla in classe. Il giovedì è il suo turno. Si reca di corsa alla dispensa, ne mette un po’ in una cassetta di plastica, e si dirige verso la porta dell’aula che stranamente è chiusa a chiave. Il dodicenne sbircia dalla fessura in vetro, indietreggia spaventato, poi corre a perdifiato a cercare aiuto mentre il suono della campanella annuncia l’ora di inizio delle lezioni. Purtroppo Martine, la professoressa di Simon, non potrà insegnare mai più: il suo corpo penzola dal soffitto della classe. La donna si è suicidata stringendosi un cappio intorno al collo. (altro…)

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C.R.A.Z.Y.

Un film di Jean-Marc Vallée.

Con Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx, Émile Vallée, Pierre-Luc Brillant.

Drammatico/Commedia, Ratings: Kids+16, durata 125 min. – Canada 2006. Uscita: venerdì 25 agosto 2006.






VOTO: 8

E’ il giorno di Natale dell’anno del Signore 1960. Nasce Zach, quarto fratello maschio della famiglia canadese Beaulieu. Un Gesù Bambino a tutti gli effetti. E non solo per la data del suo compleanno, ma anche perché col tempo sembra aver sviluppato un dono che gli consente di operare piccole guarigioni. Tutto perfetto, se non fosse per quell’interesse che Zach mostra verso le carrozzine e i trucchi della madre. Ed è qui che il padre Gervais (reso da un ostinato ma non freddo Michel Côté), avvertendo il “pericolo”, cerca di comprare la simpatia e la mascolinità del figlioletto esibendosi virilmente con gli anelli di fumo e ricordando il passato di militare nell’esercito. Tuttavia, anche lui ha un lato romantico, visto che il suo cuore batte per le musiche sentimentali di Aznavour

Velatamente alla moda, quando ricorre a immagini accelerate per la messa in scena delle incontinenze notturne e delle percosse architettate per mascherare le pulsioni adolescenziali di Zach, la regia di Vallée si riscatta con l’intimità e l’intesa che il protagonista instaura con la madre. Un’armonia che va ben oltre la riproduzione dei gesti di lei, e che diventa una vita vissuta quasi in simbiosi, resa ancor più articolata dalla fede cristiana materna praticata senza incertezze o sconforti, sognando un percorso ascetico tra le vie di Gerusalemme. Le difficoltà di Zach sono da attribuire pressoché in toto al rapporto con un padre rigido e machista, tutto preso dal mettere al mondo figli, secondo un improbabile invaghimento da capofamiglia (il quale “non vede come si possa passare la vita a mettere il pisello tra le chiappe di qualcun altro”) che lo allontana e allo stesso tempo lo equipara alla struggente “Crazy” (richiamante l’azzeccato acronimo del titolo) cantata da Patsy Cline.

Mescolando una vena nostalgica a un’altra più rockeggiante, la musica emerge da un sottofondo di cori ecclesiastici ed esplode nelle note dei Pink Floyd (“Shine On You Crazy Diamond” è saccheggiata oltremodo), di David Bowie e dei Rolling Stone. Tutti compagni di viaggio insostituibili nella formazione di Zach e nel suo processo di accettazione che passa tra sequenze di ottima e surreale estrosità, filtrata dalle pose tipiche di certa disco music dell’epoca, e dai look dark e punk (Sex Pistols docet) che scavano nell’anima nera e tormentata del giovane in cerca del proprio io.

Nel tentativo di “guarire” dalle sue inclinazioni sessuali, il ragazzo cerca di infliggersi punizioni passando col semaforo rosso e resistendo oltre i limiti a una tormenta di neve, in un inseguimento calcolato e abbastanza ossessivo verso l’autodistruzione, comprendente anche una radicata asma. Vincitrice del Festival di Toronto, la pellicola è una messa in scena anche ironica delle problematiche del protagonista, tanto che la loro esposizione risulta a volte un po’ facilona ma ben bilanciata e giustificata dal periodo durante il quale le vicende si svolgono (gli anni ’70 e gli ’80 non erano così pronti ad accettare la condizione dell’omosessualità). Gode, vieppiù, di una cadenza abbastanza lenta nel dipanare il racconto, permettendoci di entrare in empatia coi personaggi (tutti accuditi nella loro colorata evoluzione) e di gradire i dialoghi vivaci, freschi e conciliatori della sceneggiatura, parlando un linguaggio contemporaneo senza smarrirsi in astrattismi posticci.

Tanto che a un certo punto l’equilibrio delle paranoie, delle intese e delle reclusioni finalmente si rompe: le tavolate natalizie si ribaltano sotto il peso dell’inibizione e dell’eccessivo controllo, gli anelli di fumo si addensano in rivoli di rabbia sanguigna, le canzoni di Aznavour stonano a contraltare di una realtà troppo adulta per le sviolinate, e sui matrimoni piove l’acqua del malinteso e della paura del pettegolezzo. Ed è così che, tra i poliedrici C.R.A.Z.Y. del titolo, c’è chi farà la fine di un toast pressato dalla piastra del ferro da stiro e chi sarà capace di far crescere acqua nel deserto.


SPLICE

USCITA CINEMA: 13/08/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Vincenzo Natali.
ATTORI: Adrien Brody, Sarah Polley, David Hewlett, Brandon McGibbon, Abigail Chu, Delphine Chanéac.

PAESE: Canada, Francia, USA 2009. GENERE: Fantascienza, Horror, Thriller. DURATA: 104 Min.





VOTO: 6


Ginger Rogers e Fred Astaire sono stati due maestri del ballo. Clive Nicoll ed Elsa Cast (Adrien Brody e Sarah Polley), sono due avidi e ostinati maestri dello splicing, l’unione di parti di DNA presi da organismi differenti. Gli scienziati hanno tra di loro un legame sentimentale. Clive è un uomo che difficilmente dice di no, e lei (sopraffatta dall’odio e dall’avversione per la figura della madre) è tanto riluttante all’idea di avere dei figli veri, quanto intraprendente e risoluta nello sperimentare il complicato concepimento in vitro di un feto misterioso che sembra un bulbo atipico, scisso in due parti uguali ma di sesso opposto, chiamate appunto Ginger e Fred.

L’embrione ricavato con un esperimento parallelo grazie all’introduzione di cellule umane viene al mondo, e ha sembianze un po’ bizzarre. La testa è quella di un coniglio spellato, e saltella come un cangurino con le zampe di gallina. Elsa riversa su di lui tutto l’amore negato alle altre creature umane, idealizza l’opera come fosse qualcosa di più di un animale domestico, e lo tratta come un vero e proprio frutto del suo grembo.

Il copione, intanto, espande la già esasperata componente nevrotica e sciocca dei due poveri amanti, in preda a vere e proprie “follie d’inverno”, visto che fuori è tutto innevato. Poi ci mette al corrente che il “lui” è in realtà una “lei” a cui viene dato il nome di Dren, ovvero la scritta al contrario di N.E.R.D. Quest’ultimo è l’acronimo del centro di ricerca presso il quale lavorano gli studiosi, ma anche la prima parola che l’esemplare, già bambina, compone (segnale primitivo di intelligenza) con le lettere dello Scarabeo, e ha, come sappiamo, il classico significato di inetto, sfigato (che l’autore abbia voluto dirci qualcosa?).

Il fascino e al contempo il limite della frastagliata sceneggiatura di Natali è quello di aprire le porte a tanti argomenti quali il rapporto tra gen(etica) e scienza, biologia e finezze scientifiche, tragedie familiari irrisolte e maternità proibite, psicanalisi e filosofia, e di non riuscire a trattarne nessuno in modo compiuto. Giusto qualche spruzzata qua e là che suscita molto interesse ma che fa rimanere un po’ con l’amaro in bocca visti i deboli risultati. Nonostante si parli quasi continuamente di nuove scoperte, di modelli multispecie, di morfogeni e di organismi all’avanguardia creati artificialmente, il film ha poco dell’acuta analisi di Cronenberg ne “La mosca”, e quasi niente della lucida follia di Lynch in “Eraserhead”, tanto per rimanere in territorio canadese o nordamericano. Ritorna l’azzardo di un paragone solo per l’archetipo della malattia e della mostruosità generate dalla specie familiare umana, la più temibile fra tutte quelle idealizzabili.

Poco approfondita è anche l’idea secondo la quale dall’animale ibrido sarebbe possibile estrarre agenti e proteine curatrici che combatterebbero le malattie del bestiame e, forse, dell’uomo. L’origine di una nuova specie rimane un sogno; la genetica dovrà ancora aspettare, così come le potenti ditte farmaceutiche desiderose solo di conquistare la piazza a danno dei concorrenti. Dal momento che i Nostri sono costretti a trasferire l’invenzione dai laboratori alla fattoria di campagna, l’attenzione sembra sulle prime venire un po’ meno; Dren appare sempre più come una femmina ferina avvolta da un curioso fascino diabolico e da un vago sentore di minaccia. I “coniugi” si perdono a rincorrere la loro pargoletta come fosse una bambina bizzosa in stile Bjork, dallo charme sempre più conturbante. Non manca neppure un ballo romantico con Clive (richiamante ancora una volta Ginger e Fred) sulle note di “Begin the beguine”, un parallelismo tra la storia vissuta durante l’infanzia/adolescenza di Elsa, e una complicazione sentimentale con tanto di (ri)congiunzione carnale.

Natali fa di tutto nel tentativo di svignarsela dal classico film di genere, tessendo un drammatico viaggio evolutivo. Un “ballo sul mondo” disinvolto e pericoloso, che rischia di calpestare l’equilibrio naturale dell’universo, collaudando esperimenti biologici nel nome dello sviluppo e approdando a incesti, fortuiti risvolti edipici e morti causate dell’aculeo velenoso e “scorpionato”. Il tutto scandito da una regia tollerabile non scevra da tempi morti, e da una direzione di attori scissa tra la citrulla fissità di Brody e la scaltra profondità della Polley.

Quelli di Natali, entrato di diritto tra gli autori più interessanti dopo lo splendido “The Cube”, sono mondi chiusi, spazi confinati dove far svolgere l’azione; entrare e uscire da queste barriere è difficile. Alla fine c’è sempre qualcuno costretto a continuare l’avventura in solitaria, catturato da una spirale filosofica e immaginifica, che stavolta ha la forma del DNA.