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Articoli con tag “Cameron Diaz

BAD TEACHER – Una cattiva maestra

Un film di Jake Kasdan.

Con Cameron Diaz, Justin Timberlake, Jason Segel, John Michael Higgins, Lucy Punch.

Titolo originale Bad Teacher. Commedia, Ratings: Kids+16, durata 92 min. – USA 2011. – Sony Pictures. Uscita: mercoledì 31 agosto 2011.

VOTO: 5

Elizabeth parte in retromarcia a tutto gas, con un bolide prestigioso sotto al culo. Saluta i suoi allievi con un “adiòs, sfigati!”, e succhia i soldi al fidanzato che per questa ragione decide di lasciarla. La poverina, insegnante generica in una scuola media, è costretta a virare su di un’utilitaria. Ma la targa è sempre quella, recante le terga di Cameron Diaz. Eh sì, perché il film è tutto costruito intorno a (e per) lei; inquadrata di fronte, di lato, da sopra, da sotto e anche, piuttosto ovvio, da dietro, l’eroina prof-etica, poco prof e anche poco etica, si da’ da fare tra bottiglie di alcol e canne (altro…)

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THE BOX

USCITA CINEMA: 21/07/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Richard Kelly.
ATTORI: Cameron Diaz, James Marsden, Frank Langella, James Rebhorn, Gillian Jacobs.


PAESE: USA 2009. GENERE: Fantascienza, Thriller. DURATA: 115 Min.




VOTO: 7,5


Con Richard Kelly si vola. Aerei, sonde, viaggi ai confini della realtà, portali del tempo, misteri, fantasie… C’è sempre qualcosa che cade dal cielo: dopo il motore di un aereo è la volta di un fulmine. Il regista dell’adoratissimo “Donnie Darko” pare aver ridotto la sua vena creativa: se è vero che il suo primo lungometraggio ha colpito per il suo estremo equilibrio tra autorialità e contenuto, la prova successiva si è rivelata col fiato corto e priva di idee. Adesso, dopo 8 anni dal suo lavoro più conosciuto, Kelly ha il coraggio di ripresentarsi con una pellicola per niente facile, nella quale dirada la messa in mostra della sua arte oratoria e la bramosia di “apparire” senza “essere”. Corre il rischio di andare fuori dal tempo, tallonando un periodo e un genere fuori moda, malgrado ciò rimanendo coerente a se’ stesso.

Ed ecco, dopo Donnie, ancora un giardino, ancora un vialetto, ancora scene di vita familiare con tanto di saluti imbarazzanti (l’amore genitoriale è così fastidioso?) al figlio che va a scuola, occhiate affettuose al marito, merende preparate, giornate impostate secondo i crismi di una buona ortodossia da parte dei coniugi Lewis. Cambia il paesaggio, il riferimento temporale, il tenore di vita, il clima, ma il wormhole è rimasto lì, pronto a inglobare altri “poveri” cristi smarriti e interdetti.

La location è quella di Langley, in Virginia, sede centrale della C.I.A. La malferma insegnante Norma (un’intensa ed espressiva Cameron Diaz) mancante di quattro dita a un piede e il suo marito Arthur che lavora alla NASA, vivono felici e contenti. Almeno fino all’anno del Signore 1976, quando Babbo Natale arriva sotto le mentite spoglie di Arlington Steward (Frank Langella): al posto della folta barba bianca ha una voragine alla guancia sinistra, sgraziatamente consumata dal fuoco delle fiamme. E invece di passare dal camino, col suo sguardo lontano chiede di entrare in casa come fosse un vampiro che ha bisogno di essere invitato. Mette sul tavolo un congegno con un pulsante il quale, se premuto, farà morire uno sconosciuto e regalerà all’esecutore un milione di dollari. Il Santa Claus tentatore (o, se preferite, l’alieno resuscitato) pare venuto per creare il caos, instillare dubbi, insicurezze, insidie. Il periodo è quello giusto: l’America sta vivendo una recessione economica parallelamente (s)bilanciata dalle conquiste spaziali sul pianeta Marte (Morte?).

L’emorragia finanziaria viene effigiata da una serie di epistassi inarrestabili che colpiscono il preside della scuola, un invitato al ricevimento di prova per il matrimonio della sorella di Norma, la balia dei coniugi Lewis, lo studente che si prende malignamente gioco del difetto fisico dell’insegnante. Tutti personaggi alle “dipendenze” di Steward. Il nuovo film di Richard Kelly attacca gli apparati fisici e sensoriali, ha tutta la beffarda doppiezza etica della storia di Matheson da cui è tratto, e alcune atmosfere narrative, musicali e di apprensione tipicamente hitchcockiane che nascondono McGuffin fin dal titolo (la scatola non è il vero elemento a cui prestare attenzione). Si avvale di una scena inquietante che si snoda tra i labirinti di una biblioteca, dove alcuni “dipendenti” (mentali e magari anche salariati) seguono come zombie in catalessi l’odore delle pagine di file segretati e le epidermidi di una coppia di sposi ormai prossima alla sconfitta.

Il ragazzo di Newport News, citata fieramente su una cartina della Virginia, ci sa fare con la macchina da presa: primi piani e carrelli in avvicinamento che a volte appaiono come soggettive mascherate, panoramiche, improvvisi dettagli rivelatori, si diletta a giocare con le fiamme del fuoco, sempre e comunque distruttive. Perché anche gli alberi di Natale potrebbero incendiare. Preso dal fuoco della passione e un po’ fulminato, sbaglia grossolanamente quando, in preda a un raptus esplicativo e cercando di sbrogliare la situazione, inverte i tempi di un rapimento.

Per fortuna l’autore non cade nella trappola della facile schematicità delle situazioni. Tanto per parlare fuori dai denti, la ripetuta evidenziazione del difetto fisico di Norma non è solo un vuoto di sceneggiatura da riempire per catturare l’attenzione dello spettatore più sprovveduto o un “modus scrivendi” messo lì per colmare il tempo che passa. No, l’ideatore ha voluto marcare deliberatamente questo aspetto per creare un parallelo viscerale tra il vissuto di Norma e quello di Arlington, e per rivelare come ambedue si rapportino al dolore, al senso di moralità e responsabilità.

Poco a che vedere ha il riferimento a una possibile misoginia di fondo: alla stazione di polizia si sente chiaramente pronunciare da un’agente di “un altro delitto familiare, stavolta toccato alla moglie”. D’altronde non credo che il regista abbia mai pensato di sfiorare questo tipo di concetto. Anzi, all’interno delle sue pellicole si respira un’aria di particolare devozione degli uomini nei confronti delle donne. Basti pensare al sacrificio di Donnie o al regalo di Natale pensato per la moglie in quest’ultimo film.

Ormai Kelly sembra volerci dire che non esiste via di scampo per nessuno (leggi il “no exit” scritto sul parabrezza, sulla lavagna e sulla porta della rappresentazione teatrale), ognuno costretto nella sua scatola, sia essa una casa, un’automobile, la tv o, ineluttabilmente, la propria tomba. Perché tutti muoiono. E questa volta non sono soli.