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Articoli con tag “Bruce Willis

I MERCENARI 2

USCITA CINEMA: 17/08/2012.


REGIA: Simon West.
ATTORI: Sylvester Stallone, Jason Statham, Arnold Schwarzenegger, Bruce Willis, Jean-Claude Van Damme, Chuck Norris, Jet Li, Dolph Lundgren, Randy Couture, Liam Hemsworth.


PAESE: USA 2012.
GENERE: Azione. DURATA: 102 Min.

VOTO: 3

Sylvester Stallone mi ricorda il mio professore di chimica. Un uomo fisicamente e anagraficamente diverso dall’attorone italoamericano ma che, quando parlava, trovava il modo di espellere dalla bocca una notevole quantità di saliva. I malcapitati delle prime file facevano di tutto per voltarsi dall’altra parte e scostarsi dai banchi di scuola; tuttavia era quasi impossibile schivare la pallottola di muco che, inesorabile, (altro…)


RED (2011)

USCITA CINEMA: 11/05/2011.



REGIA: Robert Schwentke.
ATTORI: Bruce Willis, Morgan Freeman, Helen Mirren, John Malkovich, Mary-Louise Parker, Richard Dreyfuss, Ernest Borgnine, Brian Cox.




PAESE: USA 2011. GENERE: Azione, Spionaggio. DURATA: 111 Min.


VOTO: 6

Frank Moses (Bruce Willis) è uno che si alza alle 6.00 in punto, come se avvertisse i rumori dei led sulla sveglia elettronica. Prende le sue pillole quotidiane, si tiene in forma facendo ginnastica e apre la posta in attesa degli assegni pensionistici. Non c’è molto di emozionante da fare nel freddo dell’inverno di Cleveland. A parte stare con occhi e orecchie ben aperti. E in questo Frank è davvero bravo. Anche quando si unisce agli altri RED (“Ritirati ed Estremamente Dannosi”), un team di ex agenti della CIA in pensione.

Se siamo disposti a sorvolare sulla verosimiglianza di certe situazioni (esagerate ma con brio), è divertente seguire le vicende di questo gruppo di agenti segreti attempati, coraggiosi ed efficaci, introdotti con una certa temperanza e finezza. Il film, variegato rendiconto qua e là simpatico, è un pretesto per mettere in scena un pacchetto spionistico “di mischia” per il quale le regole sono cambiate. I tempi non sono più quelli degli anni ‘70: le conquiste tecnologiche satellitari e comunicative sono una condanna senza appello per chi cerca di sfuggire al controllo di Istituzioni sempre più grandi e progredite.

Distensivo, con qualche sgangherato funambolismo e trovate puramente istintive, “Red” è un insieme di cartoline colorate da proiettili, tranelli, auto in corsa dalle quali si scende impassibili, armi sempre più esagerate e sofisticate (attenti ai peluche rosa a forma di maialino!) con le quali Helen Mirren, che recita controvoglia, si trova un po’ a disagio. Nella seconda parte il gingillo mostra un po’ il fiato corto: certe imprevedibilità diventano… immaginabili, alcune alleanze inevitabili, le battute si riciclano con in sottofondo un basso elettrico che “slappa”, e il groove narrativo si aggrooviglia oltre la soglia di tolleranza, tra milioni di “pallottole su Chicago” e sconfinamenti politici inconcludenti. Dopotutto Robert Schwentke è famoso per la sua indole cinematografica un po’ vagabonda, esibita già in “Flightplan”.

In questo frenetico tour intorno agli USA, alla fine si è pensato bene di sconfinare in Moldavia, e inviare da lì l’ultima (?) cartolina. I discreti incassi ottenuti suggerirebbero un possibile (in)seguito. Se poi pensiamo che “Red” è stato perfino candidato ai Golden Globe come Miglior Film Commedia, è facile constatare come la situazione delle messinscene light sia scarsina ma apprezzata: certi giornalisti schivano le pellicole migliori che nemmeno le spie con i proiettili.


PULP FICTION

Un film di Quentin Tarantino.

Con John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Amanda Plummer, Eric Stoltz, Bruce Willis, Ving Rhames, Uma Thurman, Rosanna Arquette, Harvey Keitel, Maria de Medeiros, Christopher Walken, Steve Buscemi, Quentin Tarantino.

Hard boiled, durata 154 min. – USA 1994.

VOTO: 8

La faccenda non è la bambina in pericolo. La faccenda è una rapina in banca fatta con un cazzo di telefono!”.

Mentre la funzione del cinema classico era quella di utilizzare le “contraffazioni” narrative per generare interesse nello spettatore, “Pulp Fiction” fa vedere come le illusioni e i McGuffin prestino servizio a un disordine nei ruoli, a uno scombussolamento d’animo solo per il gusto di togliere gli equilibri e le certezze in chi vede. Non si sa più per chi parteggiare (ammesso che ciò sia indispensabile). Non si sa cosa c’è dentro la celeberrima valigetta, però siamo contenti di osservare i personaggi mentre la rincorrono, la possiedono, guardano cosa c’è dentro, divisi tra stati d’animo opposti. La valigetta non è nient’altro che quell’elemento-icona un po’ misconosciuto che ritroviamo sui nostri desktop, e che non siamo in grado di sapere bene a cosa serve finché non ci clicchiamo. Ammesso che il sistema operativo permetta questa funzione.

E’ un’incertezza che non tocca minimamente l’idea registica che Tarantino ha avuto per svolgere questo film. Pochi movimenti, macchina da presa quasi fissa, qualche stacco, nessuna iperbole visiva e la rinuncia a un montaggio rapido. La preferenza è ancora una volta verso i tempi lunghi, ingranditi così tanto da risultare quasi insostenibili. Tra quelli che restano maggiormente indelebili c’è il pigro piano sequenza in steadicam che riprende Vincent e Jules prima dell’incursione nell’appartamentino degli spacciatori e, con le stesse caratteristiche ma leggermente più corto, il trepidante rientro a casa di Bruce Willis nel tentativo di recuperare “The gold watch”.

Delizioso è il pedinamento che, fatto alle spalle di John Travolta, ci introduce all’esplorazione del “Jack Rabbit Slim’s”, locale dalle morfologiche sembianze risalenti a un’altra epoca. Le panoramiche ondeggianti in semisoggettiva, ci permettono di distinguere i camerieri-controfigura di Zorro, Marylin Monroe, James Dean, Mamie Van Doren. A questa sequenza segue la gara di twist, diretta con un’invidiabile attenzione verso il tempo reale, con tanto di ricognizione sulla levata di scarpe di Travolta e Thurman a dare un senso naturale di consequenzialità. Una delle scene più belle è in aggiunta il “buco” di Vincent Vega: montaggio in parallelo tra la preparazione della dose nella casa dello spacciatore, con inquadrature tutte provenienti dal basso, e il viaggio in auto, i capelli al vento e, all’orizzonte, un fondale smaccatamente “dipinto” da immagini girate in precedenza, un po’ come si faceva nei vecchi film d’epoca. Quasi tutti gli spostamenti in auto sono così: è l’esaltazione della simulazione e lo svelamento di personaggi sempre più somiglianti a eroi dei disegni animati (lo “sconfinamento” di “Kill Bill” sarà, al riguardo, illuminante e accolto da chi scrive con enorme liberazione).

Non tutto il lavoro prodotto ha i suoi buoni risultati. A volte il ritmo ne risente: la pellicola si carica di staticità per via di una sceneggiatura che si dipana lentamente. La parola è sovrana, domina l’intera scena e ci coinvolge nella sua arte affabulatoria, offrendoci una mistura vigorosa di elementi di genere acquietati da un cerimoniale lessicale nel quale i dialoghi alternano mediocrità a intelligenza, non spingono mai verso un’azione certa (e il non sapere il futuro mette ansia in chi guarda/ascolta), avvicendando stili beffardi ad altri stolti e fingendo di rappresentare una filosofia che non c’è.

Ha problemi di peso”.

Cosa deve fare, poveraccio, è samoano!”.

Per fortuna arriva in soccorso l’ironia. Tarantino e Avary, autori dello script, hanno inserito alcune mirabili perle di sarcasmo, turpi e sconvenienti. Come quando veniamo informati di un tizio che ha tenuto nascosto un orologio nel sedere per 5 anni, per poi morire di dissenteria. Oppure quando Bruce Willis si trova costretto a scegliere tra una mazza da baseball, una motosega e una bella katana… Ci sarebbe da soffermarsi anche sulla “fine” tragicomica che si svolge nel RETRO del negozio di elettronica per sollevare un dubbio sulla presunta omofobia dell’autore, ma non ci sono elementi sufficienti per formulare un eventuale “rimprovero”. Il dialogo sul massaggio ai piedi all’interno del ristorante invece, è frivolo e drammatico allo stesso tempo: da una parte sappiamo trattarsi di un atto che non dovrebbe giustificare moti di gelosia, dall’altra conosciamo il destino del “predecessore” di Vincent Vega, il quale ha fatto davvero una brutta fine. Ridere della morte, forse per scacciarla, è una risorsa che lo spettatore conserva per poi rituffarsi nell’intrigo feticista, dato che Tarantino, di lì a poco, sarà ancora una volta alle prese con i piedi…

A sostenere l’ossatura di “Pulp Fiction” provvedono anche i luoghi frequentati dai personaggi. Non poteva mancare il fast food che, oltre ad aprire e chiudere il film, quasi a volerlo contenere e proteggere da un’identità prettamente “americana”, esalta la popolarità della pellicola, indirizzandola verso quella collettività trasversale che si riconosce in un territorio così comune e accessibile. Così come abbordabile risulta l’automobile, oggetto prezioso tanto da essere accudito e pulito; luogo deputato alle confessioni (su “cosa fare ad Amsterdam quando sei vivo”, sui cibi più prelibati per palati americani ordinari), ai nascondigli di droga, armi e cadaveri, e finanche utilizzato come tavolo nel locale alla moda frequentato da Mia e Vincent. Il rettangolo con linea tratteggiata è invece l’isola che non c’è: non dimentichiamoci che siamo in un fumetto, e a volte le parole non servono. Basta un mezzo grugnito e tutto si spiega da se’.

La sensazione è che, col passare del tempo e dopo ripetute visioni, “Pulp Fiction” non mantenga tutta quella forza che lascia dopo il primo impatto. Probabilmente i tempi dilatati appesantiscono alcune scene rendendole prevedibili. Tarantino rimane un esponente di un nuovo modo di parlare allo spettatore; il rischio è quello di annoiarlo o di prenderlo per sfinimento, tante sono le elucubrazioni a volte così personali e soggettive che minano alla base il suo intento. Forse il metodo non è così indispensabile al cinema, però ben si adatta al nostro presente così “fluido”, pronto ad assorbire velocemente qualsiasi sottotesto, trangugiandolo senza pretendere che ci si fermi a pensare al gusto. Tutto sommato, alla fine, sentiamo che la pellicola non ci ha trasmesso un messaggio particolare e non ha assunto un punto di vista sociologico ben preciso. Nella sua intenzionale esteriorità si possono cogliere quelle affamate scie post-moderne che tanto si sono vantate di esistere grazie all’accumulo di informazioni, senza che si siano dannate troppo a decifrarle criticamente. Bastava servirsi del piacere dato dal libro/testo e rompere con il piacere dato dalla sostanza. Probabilmente le vere innovazioni si sono come esaurite. Sono rimaste le mute apatie.

L’opera di Tarantino resta un fenomeno di costume e un cult ormai indiscusso. Ostenta legioni di fedelissimi, pronti a citare a memoria alcune battute del film e a esaltarne la cultura pop. Lo stesso regista, come per giustificarsi e dare un tono autorevole a ciò che sta per esporre, all’inizio del suo film ci informa che l’American Heritage Dictionary definisce “pulp” una massa di materia informe e molle (viscere, carne martoriata e cervelli sbriciolati?), oppure un libro che tratta di argomenti sinistri, normalmente stampato su carta di qualità inferiore. Per l’appunto.


IL MONDO DEI REPLICANTI

Un film di Jonathan Mostow.

Con Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike, James Francis Ginty, Boris Kodjoe.

Titolo originale Surrogates. Azione, Ratings: Kids+13, durata 95 min. – USA 2009. – Walt Disney. Uscita: venerdì 8 gennaio 2010.






VOTO: 5,5


In un futuro prossimo venturo le persone fisicamente disabili saranno in grado di comandare corpi interamente sintetici grazie ai cosiddetti “surrogati”, cloni inventati da uno scienziato e prodotti da una multinazionale. In verità tutti potranno avere un aspetto perfetto anche solo per sfizio, senza impegnative sedute in palestra o interventi di chirurgia plastica; non sarà neppure necessario uscire di casa, e di conseguenza si avranno diminuzioni di malattie sessualmente trasmissibili e di atti criminali. Ma i replicanti riusciranno veramente a far parte di una comunità a se’ stante? Dopo che un paio di cervelli umani connessi ai loro modelli si liquefanno attraverso l’uccisione del replicante le cose si complicano…

L’assurdo cyborg “blonde version” di Bruce Willis (immaginate il copricapo pilifero di Robert Redford poggiato sul cranio calvo del possente Bruce e avrete un’oscena idea del risultato) avrebbe bisogno di un upgrade, inguardabile com’è, con la frangetta e lo sguardo mutabile come un fermo immagine.

La versione umana è addirittura più forte di quella finta: si stacca da sola la flebo in ospedale ed esce a prendere aria fresca, resiste alle armi da fuoco, a un pestaggio e sopravvive a un incidente d’auto manco fosse Lazzaro resuscitato. Una volta di più Willis si tuffa a capofitto in una rappresentazione dell’eroe duro e puro, vista ormai troppe volte nel cinema d’azione. Sarebbe l’ora che si dedicasse anche ad altri ruoli più impegnati e vari. La cospirazione che lo circonda è eccessivamente complicata e si perde in un gioco di specchi non sempre originale e coinvolgente.

Più interessante è il ritorno del suo personaggio a una scoperta della vera umanità, la connessione con il suo passato emozionale che nessuna macchina potrà mai sostituire. Giustamente si pone il problema di come fare se poi in vacanza ci vanno i surrogati e gli umani veri si spaparanzano sui lettini iperspaziali e supertecnologici (chiamati poltrone stimolanti, di cosa non si sa), barricati sempre tra le quattro mura domestiche, vestiti in pigiama e con le pantofole ai piedi. Dov’è che uno può trovare il piacere?

A Bruce Willis comincia a pizzicargli il pisellino e chiede alla moglie una vacanza romantica. Lei invece preferisce sballarsi dandosi scosse elettriche (visto che i replicanti non traggono vantaggi dallo sniffare cocaina) e trastullarsi nel salone di bellezza dove lavora. Anche l’amore diventa di plastica e, come c’insegna Carmen Consoli, non può accontentarci.

A farcire ulteriormente la vicenda ci si mettono anche i cosiddetti dissidenti, coloro i quali non accettando di essere assoggettati al progetto di “replicazione” si sono riuniti in piccoli gruppi sparsi per tutti gli Stati Uniti, dotati pure di una sovranità territoriale e di un leader chiamato “il profeta”, una specie di nuovo Messia. In questi frangenti c’è un vago sentore di messa in scena di serie B, quella nostalgica di solito usata in passato da Carpenter quando con pochi mezzi a disposizione riusciva a fare film di grande contenuto.

Anche “Il mondo dei replicanti” richiama, seppur maggiormente votato all’effetto speciale da vero kolossal, questo spirito. Più volte si fa riferimento a “Essi vivono”, sia nella piccola popolazione dissidente che nell’aspetto dei robot quando si vedono in volto scoperchiati della loro pelle sintetica. Tirando le somme, il film è un condensato piuttosto male arrangiato de “Il mondo dei robot” di crichtoniana memoria, un frullato rimediato dai modesti escamotage di “Visitors”, si ispira (e aspira) ai racconti di Philip K. Dick e bussa furbescamente alle porte di “Avatar”.


SOLO 2 ORE

Solo 2 oreUn film di Richard Donner.


Con Bruce Willis, Mos Def, David Morse, Cylk Cozart, Heather Dawn.



Titolo originale 16 blocks. Azione, durata 105 min. – USA 2006.


data uscita 31/03/2006.



VOTO: 4,5

Jack Mosley, detective della polizia di New York,  è un uomo segnato dalle esperienze della vita e conduce un’esistenza apatica, stanca, che lo porta a  bere come una spugna. Non è più giovane e nel torrido clima estivo della Grande Mela anche l’attività più ordinaria lo lascia col fiato corto, pronto ad accendere ventilatori e condizionatori per poter respirare meglio. La gamba malandata non lo aiuta di certo, altro “tallone d’Achille” che lo fa arrancare vistosamente.

Tuttavia Jack è uno navigato, sa il fatto suo, non gradisce più il lavoro “pesante”, che ad ogni occasione lascia volentieri ai colleghi più giovani e ancora pieni di energie o di ideali; aspetta solo la fine della giornata per tornarsene a casa e chiudersi nella sua tana mediocre, dove in compagnia di se stesso e di una bottiglia da pochi dollari se ne sta in panciolle fino all’alba successiva.

Un mattino qualunque (e non lo sarà) si ritrova a fare da baby sitter ad una “piccola emorroide”, un giovane prigioniero di colore, Eddie Bunker, che dovrà testimoniare al tribunale che si trova a 16 isolati di distanza (i “16 blocks” del titolo originale). Jack cerca di evitare l’incarico, ma visto che si tratta di una faccenda di un paio d’ore, alla fine accetta seppur malvolentieri; durante il tragitto verso il Palazzo di Giustizia non resiste al richiamo dell’alcool e si ferma in un piccolo negozio per prendere una bottiglia, tanto una piccola sosta non cambierà certo la sua mattinata…

Ed è invece quella l’occasione attraverso la quale scoprirà che il suo stesso corpo di Polizia intende eliminare lo scomodo testimone e coprire così le ingombranti responsabilità di abusi, estorsioni e mazzette che “macchiano” le divise di quel distretto. Da lì in poi inizia un inseguimento serrato e una caccia all’uomo vorticosa tra le vie trafficate del centro e all’interno degli edifici della zona.

Jack rantola e “raucheggia” per tutto il film e ciononostante si trovi costantemente sotto il fuoco “amico”, riesce sempre a cavarsela per un pelo attraverso soluzioni e metodi un po’ troppo elementari. Dopo 40′ di tallonamenti e rocambolesche fughe, durante le quali riesce a disarmare e ammanettare un buon numero di poliziotti, si capisce già come il suo personaggio sia destinato all’immortalità. Ogni situazione rischia di diventare paradossale (il coinvolgimento dei procuratori, i quali attendono in aula il testimone oculare, è un appiglio di sceneggiatura eccessivo).

Spettacolare e di sicuro effetto, ma anche dura da digerire, è la scena dove il Nostro si mette a giocare all’autoscontro con le pattuglie della polizia, usando un autobus con le ruote a terra per  infilarsi in un vicolo cieco ed eludere come niente fosse un centinaio di sbirri.

La storia è senz’altro seducente, ma non abbastanza originale per distaccarsi da altri classici del genere poliziesco; per fortuna che alla regia c’è Richard Donner, ottimo mestierante che rende la visione almeno funzionale.

Bruce Willis, volto scavato e sguardo accigliato quanto basta per renderlo una figura memorabile,  viene malamente sprecato all’interno di questo insignificante “calderon-movie”. Attenti che mira bene!

I vagheggiamenti del giovane Eddie sono gli unici riempitivi di racconto ai quali sostenersi per godere un po’ della narrazione. Ecco un esempio dei suoi monologhi:

“Tu sei su una macchina che ha un solo altro posto libero e sta arrivando un uragano.

Un uragano, capito?

Alla fermata dell’autobus c’è una vecchia che sta male, il tuo migliore amico che ti ha salvato la vita e la donna dei tuoi sogni.

Chi fai salire sulla macchina ?”.

In fondo la sua è una figura sensibile, un po’ naif e quasi poetica nella sua ostinazione a voler raggiungere il sogno di fare il pasticciere.

Alla fine Eddie riuscirà a farci spendere una lacrimuccia, coronando il suo sogno di aprire un’invitante pasticceria e preparare torte prelibate.

Ma gli sceneggiatori di questa pellicola, tanto si sono rivelati inadeguati, non meriterebbero di assaggiarne nemmeno una fetta!