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ANIME SPORCHE

Un film di Edward Dmytryk.

Con Jane Fonda, Barbara Stanwyck, Anne Baxter, Laurence Harvey.

Titolo originale Walk on the Wild Side. Drammatico, b/n durata 114 min. – USA 1962.

VOTO: 4,5


America, anni ‘30.

Eddie (Lawrence Harvey), giovane texano, giunge a New Orleans per rintracciare l’unica donna che ha realmente amato.La sua ricerca è costellata dall’incontro con altre donne: Kitty (Jane Fonda), vagabonda che subito sembra innamorarsi di lui; Teresa (Anne Baxter), matura proprietaria di un locale dove si trova ad alloggiare, anch’ella attratta dal giovane e Jo (Barbara Stanwick), ambigua tenutaria di un bordello dove Eddie ritrova la sua Hallie (Capucine).

Non mi è del tutto chiaro cosa avesse in mente Dmytryk realizzando questo cupo melodramma e soprattutto come mai, visti gli eccelsi collaboratori, il risultato sia così tronfio. La sceneggiatura, con tutta la buona volontà dell’abile regista (controverso, spesso diseguale nella sua lunga carriera), scritta a più mani da Clifford Odets, Ben Hecht e John Fante,… rasenta il ridicolo involontario, ma con un soggetto così improbabile, come quello che fornisce il romanzo di Nelson Algren (“A walk in the wild side“ in Italia uscito come “Passeggiata selvaggia”), cosa si sarebbe dovuto fare?

Forse gettare la spugna perché qui non funziona proprio nulla: dagli attori sprecati e sovente fuori parte (vedi Capucine, che ha l’aria di tutto tranne che di una squillo); un personaggio principale che più tonto non si può (un Harvey svogliatissimo) che cade dalle nuvole nello scoprire che la sua vecchia fiamma, amatissima, ritrovata in un bordello si prostituisce; una pesantezza registica che vorrebbe bilanciare le amenità contenute nel plot con un’eleganza che è pura facciata e una diva attempata (Barbara Stanwick) che nel ruolo della maitresse russa e lesbica cerca invano di accentrare i riflettori su di sé con sguardi torvi e battute che cercano l’immortalità (“Cosa può capire un uomo dei sentimenti di una donna?”). Jo ama Hallie e questo è fin troppo evidente. In generale, quest’ultimo personaggio, sembra essere costruito con l’unico scopo di sfidare il Codice Hays, creato all’inizio degli anni ’30 per morigerare tutto il cinema americano, ma il risultato anche in questo caso risulta non del tutto riuscito e si rivela un’occasione mancata.

I tentativi di rinverdire i fasti del noir, del quale Dmytryk aveva dato ottimi esempi negli anni ‘40, naufraga su tutti i fronti calati in una forma da romanzo di appendice qual è quello di Algren.

I titoli di testa e di coda, curati da Saul Bass col suo solito genio, c’entrano poi come i cavoli a merenda e la belle musiche di Elmer Bernstein non fanno che acuire il rimpianto per un parterre di lusso notevolmente sprecato. Stendiamo un velo pietoso, infine, sul titolo italiano che, involontariamente, sembra ricordarci la vicenda politica di questo cineasta un tempo interessante e poi, macchiato di infamità per aver tradito i colleghi perseguitati dal maccartismo, laddove lui stesso era stato perseguitato, vide la sua carriera precipitare proprio nel periodo in cui uscì quest’opera sbagliata. Ma questa è un’altra storia.

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QUERELLE DE BREST

Querelle de BrestTitolo originale: Querelle.

Regia: Rainer Werner Fassbinder.


Con: Franco Nero, Brad Davis, Jeanne Moreau, Laurent Malet.

Genere: Drammatico.


Produzione: Francia/Germania.

Anno: 1982. Durata: 108 min.



VOTO: 7

Tratto dal romanzo omonimo di Jean Genet, “Querelle de Brest” è stato l’ultimo film diretto dal grande Rainer Werner Fassbinder, prima della sua morte a causa di un presumibile abuso di droghe. Arrivò sugli schermi del Festival di Venezia nel 1982, pochi mesi dopo il decesso dell’autore, sull’onda di fragori sensazionalistici a causa dei contenuti e di alcune scene provocanti.

La pellicola racconta le vicende del marinaio Georges Querelle (Brad Davis), sbarcato a Brest con la nave “Vengeur” a capo della quale governa il tenente Seblon (Franco Nero), invaghito dalla bellezza di Querelle. Ma nel porto della cittadina francese il giovane uomo di mare farà la conoscenza dell’ambiguo Nono (Gunther Kaufmann), gestore, insieme alla moglie Lysiane (Jeanne Moreau), di un bordello famigerato chiamato “La Feria”, e incontrerà suo fratello Robert, amante della consorte di Nono. In un paese costiero tutto ricostruito in studio come fosse un porto di una città equatoriale, Querelle vivrà avventure amorose, intrallazzi ricettatori, corteggiamenti subdoli e meschini tradimenti.

La macchina investigativa dei sentimenti messa in moto da Fassbinder ci conduce, come naufraghi stremati, su queste rive perigliose, a diretto contatto con uno dei personaggi più sofferti della filmografia del regista tedesco. Querelle, infatti, attraverso una serie di vicende complicate e un po’ sconclusionate “corre il pericolo” di… trovare sé stesso, di sapere in definitiva qualcosa di più sulla sua identità. E’ egli un angelo, un assassino, un martire, un ladro, un diavolo tentatore? Forse tutte queste personalità allo stesso tempo. Querelle sta per essere "avvicinato" da Nono

Brad Davis, qui al suo meglio per doti recitative e prestanza fisica, regala a Querelle una perfetta aderenza ai progetti contenuti nel romanzo di Genet e a quelli cinematografici pretesi da Fassbinder. Di statura media, rigoroso, ben proporzionato, con gli occhi sprezzanti, i lineamenti regolari, l’espressione severa del viso, i suoi modi glaciali e ombrosi, Davis riesce a sembrare naturalmente impenetrabile, come vuole il copione.

A fare da sfondo, le scenografie, dicevamo, opportunamente e volutamente finte, ricostruite in studio. L’arredamento ha rilievi barocchi e misteriosamente conturbanti (gli specchi e i vetri che disseminano il set sono “marchiati” con stampe e disegni particolarmente increspati ma anche con figure fallocentriche ed esplicite scene di sesso). Disegni osceni di membri turgidi etichettano gli angoli del porto e la zona delle latrine, dietro alla quale corrono i desideri repressi del tenente, in perenne attesa di un allarme che suoni a risvegliare la sua coscienza. D’altronde  le dinamiche che legano tra loro i personaggi hanno tutte un’origine sessuale e nascono da un unico fondamento, il desiderio.

La fotografia si presenta con una grandiosa resa cromatica, evocatrice di un’atmosfera irreale e simbolica, in grado di catturare la percezione dello spettatore e di ammaliare, così, le sue sensazioni. I colori virano dal giallo (quello dominante) al rosso (celebrativo di scene passionali), al blu (più marginale). Le immagini scorrono spesso infuocate come a invocare ardenti propositi di decadenza e morte. Anche i costumi sono realizzati in modo fastoso e stravagante, tra lustrini, paillettes, anelli e pendagli. Nonostante indossi alcuni di questi monili, il personaggio di Lysiane, interpretato da una matura Jeanne Moreau, non è per niente carismatico, attraversato com’è da un insieme di prototipi: amante, amica, veggente e madre.

Tra marinai affaccendati e sudati, senza maglietta o in canotta, alcuni raffigurati con le dovute guance dure e incavate, fa capolino il sesso: stringere un uomo contro il proprio corpo nudo e risplendente è il desiderio di molti fra i protagonisti. La scena della sodomizzazione di Querelle da parte del possente e animalesco Nono è il trionfo della carnalità; tra dolore fisico e morale, e con la saliva grondante sui corpi accaldati, entra di diritto a far parte dell’immaginario omosessuale. Ma, al contrario di Querelle, non c’è nessuna passione in Nono: lui gioca senza voler inquinare i sentimenti. Pretende (e ottiene) solo divertimento, senza alcuna complicazione; ancora una volta l’amore è più freddo della morte.

Il film è disseminato da citazioni e riferimenti letterari, tra l’etica di Plutarco e quella Genetiana. “Ogni uomo uccide ciò che ama”, canta Lysiane in una delle più significative scene del film: per l’uomo sembra possibile amare solo con la fantasia gioiosa e rapida del bambino e, dopo il “crimine” della crescita e della presa di coscienza, gli è concesso unicamente di penetrare in un mondo di sentimenti violenti.

Questa continua letterarietà che traspare per tutta la pellicola, innalza il film a totem estremamente intellettualistico e cerebrale, allettante dal punto di vista culturale ma senza anima. Con “Querelle” abbiamo a che fare con infinite strutture simmetriche, propense a un turbinio di avvenimenti e di concetti. Il risultato è dubbio; ora esplicativo, ora intuibile o epidermico. Quella che è mancata a Fassbinder è la coesione tra fatti e riflessioni: il gioco degli sdoppiamenti voluto dal regista è troppo dichiarato e, nell’ultima mezz’ora del film, compiaciuto e noioso.

Da rimarcare la pubblicazione dell’opera in DVD, rieditata circa 3 anni fa: oltre al film, un’interessante intervista a Franco Nero (che racconta di episodi curiosi sul set e fuori) e un prelibato cortometraggio con Fassbinder protagonista, intitolato “Chambre 666”, dove il regista e attore tedesco ci saluta (quasi come fosse un presagio) da un’anonima stanza-avamposto.

Per ricordare il genio e il vulcano di idee che è stato quel talento debordante di Fassbinder, è necessario rinnovare la visione delle sue opere, prodighe di discussioni e confronti. La sua febbrile e pressante figura avrebbe avuto ancora molto da dire sulla società dei nostri tempi.