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Articoli con tag “bianco e nero

PI GRECO – Il teorema del delirio

Un film di Darren Aronofsky.

Con Sean Gullette, Mark Margolis, Ben Shenkman, Pamela Hart, Stephen Pearlman, Samia Shoaib, Ajay Naidu.

Titolo originale Π. Thriller, durata 84 min. – USA 1997.

VOTO: 8,5


Non bisogna mai guardare fisso il sole. Perché non solo si rischia di offendere gli occhi, ma anche la mente. La quale potrebbe capitolare sotto i colpi delle emicranie e delle epistassi, degenerando in corto circuiti irrecuperabili. E a poco servirebbe l’uso di betabloccanti, di iniezioni di adrenalina, l’abuso di steroidi e aspirine, mescolate a caffeina e marijuana. Un cocktail pericoloso che condurrebbe sull’orlo, se non proprio sull’abisso, della farneticazione, intervallata da squarci di lucidità. (altro…)

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SEGRETI DI FAMIGLIA

Un film di Francis Ford Coppola.

Con Vincent Gallo, Alden Ehrenreich, Maribel Verdú, Klaus Maria Brandauer, Carmen Maura.

Titolo originale Tetro. Drammatico, durata 127 min. – USA, Argentina, Spagna, Italia 2009. – Bim. Uscita: venerdì 20 novembre 2009.






VOTO: 6


Due tra le opere più interessanti degli ultimi tempi sono accomunate dal fatto di essere state presentate al 62-esimo Festival di Cannes, ma soprattutto di essere state girate in bianco e nero. Una cifra stilistica che, se da una parte viene scelta per esaltare certi modi di ritrarre i personaggi e il contenuto delle storie grazie a una fotografia vivace e/o tagliente (quella de “Il nastro bianco”, per intenderci), dall’altra ci fa sorgere qualche considerazione.

Come ha detto Francis Ford Coppola: “Il cinema di oggi sembra rendere illegale tutto ciò che non è a colori”. Ma c’è di più: sembra che per rappresentare le brutture e le fatiche relazionali del presente l’unico modo (o quantomeno quello più efficace) sia quello di un ritorno al passato, come se il cinema avesse bisogno di guardarsi bene allo specchio per ritrovare una propria identità, un segno tangibile della sua individualità.

Magari all’inizio avrà bisogno di reggersi un po’ sulle stampelle, prima di proseguire nel lancio senza paracadute o senza ritorno che sembra promettere l’ammaliante mondo delle tecnologie in 3D (viste da Coppola come estremamente limitative e ritenute un linguaggio morto prima ancora di nascere). Ciononostante non si può non fare i conti con quel cinema prettamente commerciale che, nell’ultimo week end di programmazione, ha cancellato dalle sale il film dell’autore americano trionfando senza storia.

E se il bianco e nero di “Segreti di famiglia” rappresenta il presente, il passato viene raccontato a colori e a schermo ridotto a sottolineare la lontananza e la forzata rimozione di ciò che è già avvenuto, in una serie di “Infinity lies” ben supportate dall’utilizzo di una macchina a mano quanto mai preziosa. La storia è quella del giovane Benjamin, quasi diciottenne, che va a trovare il fratello Angelo (adesso conosciuto come Tetro). Benny lavora su una nave da crociera come cameriere e nel tentativo di riavvicinare la figura di Angelo/Tetro si ritrova di fronte a una porta chiusa a chiave. Il ragazzo ha addosso la febbre del viaggio presa dal fratello fuggito ufficialmente di casa per andare a fare lo scrittore. Proprio come ha fatto lui lasciando il padre, considerato uno dei più grandi direttori d’orchestra.

L’ultimo Coppola ha la stessa precarietà delle scarpe lasciate appese a prendere aria, è un verso libero che non fa rima e non ha un numero fisso di sillabe, sottolinea l’urgenza di un ritorno al passato per vedere meglio l’oggi ma lo fa senza lasciare sufficientemente spazio alla modernità di linguaggio, soprattutto quello del copione. Diventa così inutile tagliuzzare collericamente i “modaioli” vestiti di Armani, distruggere le chitarre e scrivere al contrario per mettere in discussione l’espressività dell’Arte. Tra le altre cose che vanno in frantumi c’è il rapporto col padre padrone Klaus Maria Brandauer: dispotico, assolutista e cinico, soffoca i desideri artistici di Angelo umiliandolo nelle sue aspirazioni da romanziere.

Lo schermo si riempie di luci abbaglianti e di flash illuminanti di ambulanze e macchine della polizia tutte le volte che Tetro torna indietro con la memoria, un modo per richiamare il suo trauma vissuto alla guida di un auto con accanto la madre soprano cantante d’opera. Da qui la sua “semplicistica” rimozione verso le opere d’arte rappresentate in versi a teatro.

Tutta la parte relativa al Festival di Patagonia è acquosa e dispersiva, l’obiettivo e il nucleo del film si sciolgono ai piedi dei ghiacciai sudamericani. Subentrano un pizzico di dissonante glamour, discrepanze nello scritto fattosi improvvisamente spettacolare e meno intimista, sfacciati aspetti melodrammatici sorretti da un ribaltamento dei ruoli del quale non se ne sentiva il bisogno. Come se Coppola avesse ceduto alla tentazione di inscenare un teatrino delle più ovvie implicazioni psicanalitiche.


IL BUIO OLTRE LA SIEPE

Il buio oltre la siepeUn film di Robert Mulligan.

Con Frank Overton, Gregory Peck, Paul Fix, Brock Peters, Mary Badham.


Titolo originale To Kill a Mockingbird. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 129 min. – USA 1962.

VOTO: 9


Siamo nel 1932, a Maycomb, nell’Alabama. Una piccola e vecchia città nel profondo sud degli Stati Uniti dove trascorrono senza troppi sussulti le calde giornate estive. Un posto dove le otto e mezza della sera significa che è già tardi ed è tempo di dormire; non ci sono altri luoghi dove andare, niente da comprare. Anche perchè manca il denaro; la crisi del 1929 ha rovinato molta gente e i contadini sono le povere vittime della Grande Depressione.

La storia di Atticus Finch (un lodevole Gregory Peck) e di un processo per molti versi clamoroso è raccontata dalla voce off ormai matura di sua figlia. Il legale è una delle persone più rispettate della città, grazie alla profonda rettitudine che contraddistingue la sua vita professionale e non. La sua realtà sembra destinata a cambiare il giorno in cui Tom Robinson, un nero della zona, viene accusato di aver violentato Mayella, una ragazza bianca, figlia di una delle famiglie più povere e malviste dei dintorni. Il giudice, conscio della situazione in cui versa Tom, decide di nominare Atticus suo difensore d’ufficio.

I figli dell’avvocato, Jeremy detto Jem, e Jean Louise detta Scout, sono orfani di madre. Soprattutto la figura di Scout emerge come quella principale tra le due. E’ una ragazzina che di femminile ha veramente poco; una scavezzacollo che preferisce correre, sudare, sporcarsi e farsi male come i ragazzi piuttosto che comportarsi come una lady e stare seduta a far niente tutto il giorno, vestita di tutto punto. Una bambina-maschiaccio poco avvezza al salotto, al thè, ai biscotti o ai pettegolezzi.

Atticus cerca di crescere entrambi insegnando loro il valore del rispetto del diverso e l’importanza della capacità di comprendere gli altri, coadiuvato dalla bambinaia di colore Calpurnia, anche lei donna saggia di sani principi. C’è una sorta di soggezione nei confronti dell’avvocato da parte dei figli: lo chiamano addirittura per nome e gli rispondono “sissignore”, come si farebbe con un comandante dell’esercito. L'usignolo strappato

L’autrice del libro dal quale il film è stato abilmente tratto, Harper Lee, si è basata su storie della sua infanzia. Attraverso i dialoghi del film sentirete il caldo di Maycomb, tornerete al primo giorno di scuola, piangerete per le ingiustizie che le persone affrontano. La penna sensibile e vivace degli sceneggiatori consente di meditare sull’umana incoerenza, in una società che maschera il suo razzismo senza affrontarlo.

Il nucleo fondante del romanzo viene da una vicenda che aveva turbato la scrittrice nella sua infanzia, più precisamente i processi di Scottsboro del 1931. Durante quei dibattiti, nove ragazzi di colore furono accusati di stupro da una donna, che si era inventata la cosa per non essere a sua volta condannata perchè stava portando una minorenne in un altro stato per scopi poco ortodossi. Uno dei nove era dodicenne all’epoca dei fatti, tutti furono riconosciuti colpevoli in un primo momento e diversi di loro furono anche condannati a morte; la giustizia fece il suo corso e i ragazzi vennero scagionati dal primo all’ultimo senza che nessuna condanna definitiva fosse stata eseguita, ma qualcuno di loro passò diversi anni in galera. Harper Lee ha reso coinvolgenti anche le ingenti parti dedicate esclusivamente alla discussione del caso in tribunale, laddove il film sembra perdere qualche colpo a causa di una scrittura piuttosto piatta e di una regia particolarmente statica.

L’attacco della pellicola è, invece, straordinario: un pianoforte dolce e una nenia canticchiata da un bimbo che apre una scatola di ricordi e giochi infantili (pastelli, una spilla da balia, biglie, una chiave, qualche moneta, un orologio a scandire il tempo che passa, due statuine fatte col sapone), una serie di dissolvenze a svelare il disegno che si sta formando sotto la mano incerta e fantasiosa del ragazzino, presto seguite dall’orchestra imponente di Elmer Bernstein che ci fa librare con l’immaginazione. Il disegno è quello di un volatile, strappato subito dopo dal bambino mentre ride compiaciuto.

La centralità del mondo infantile è costante in tutta l’opera cinematografica: questi “uccellini” imberbi si arrampicano sugli alberi del giardino, hanno voglia di giocare a football, si vantano di aver imparato a leggere prima degli altri fanciulli (come sono cambiati i tempi…) e si accontentano di trascorrere le giornate dondolandosi a un’altalena, tirando di fionda e misurandosi in piccole prove di coraggio. Quando arriveranno i primi giorni di scuola bisognerà dismettere i vestimenti di tutti i giorni per lasciare spazio a quelli formali e rigidi voluti per l’apprendimento, l’adolescenza bussa alle porte più velocemente di quanto essi stessi non si aspettassero.

Il pericolo dei cani rabbiosiL’importanza del ruolo fanciullesco è esaltata anche dalla descrizione e dalla caratterizzazione che viene fatta dei personaggi secondari, in particolar modo dei vicini. L’anziana bisbetica che ha bisogno di riverenze e sottili devozioni per smorzare il suo lato stizzoso e antiquato insegna ai ragazzi dell’avvocato l’importanza della mediazione, mentre il vicino silenzioso che rinchiude e incatena in casa il figlio che l’ha ferito con le forbici li educa al rispetto e all’obiettività. Elemento, quest’ultimo, fondamentale per la chiusura dell’intera vicenda.

La scelta di girare il film in bianco e nero è funzionale, soprattutto nelle scene notturne: sono ottimamente rappresentati il buio, le ombre di animali ostili e di uomini cattivi al di là delle siepi, dove si covano vendette e frustrazioni, dove il razzismo diventa uno sfogo per la troppa rabbia sopportata e mai espressa. Bianco e nero, proprio come i colori delle pelli della gente del sud. Destra e sinistra, come due opposti schieramenti politici, modi di pensare, lati antitetici ed equivalenti di una stessa fisicità. Proprio quella materialità che durante il processo sarà decisiva per capire da quale parte sta l’innocenza e dove la vera colpa.

I meschini uomini di Maycomb, vittime della povertà e dell’ignoranza, mettono a repentaglio la vita di un uomo. Il loro senso di colpa motiva il contegno di una società arroccata intorno a codici antichi e severi che sono ancora ben lungi dal poter essere superati. Con la cinica sicurezza che nessuno possa mettere in dubbio le loro parole, i loro intenti. I preconcetti sono duri a morire, è ancora troppo presto per la rigida società dell’epoca che non cerca mai di vedere le cose da un altro punto di vista. Nonostante la schiavitù non esista più formalmente, di fatto si è creata una comunità che fa dei neri degli emarginati. Chi si oppone a questa realtà deve ovviamente pagarne lo scotto.

Piuttosto che rispondere con la violenza alle prevaricazioni e alle provocazioni di una collettività che si sente troppo sicura di se’, pronta a sparare a un usignolo (“To kill a mockingbird”, come recita lucidamente il titolo originale), è meglio controbattere con lo sguardo puro di un bambino e rimuovere lo sporco con una passata di fazzoletto o con una carezza. Anche perché la violenza non può che portare, inevitabilmente, altra violenza.

La regia equilibrata ed essenziale, quasi invisibile a chi assiste alla proiezione, coinvolge lo spettatore magistralmente e lo conduce lungo un sentiero che è ben delineato, analizzando passo passo una vicenda che si fa sempre più intensa, coinvolgente, penetrante, ben scritta e foriera di riflessioni importanti.

Prendiamoci a cuore i bambini che sono al centro delle nostre vite, riconosciamo loro l’importanza che meritano, per una volta buttiamo il cuore oltre l’ostacolo e, con audacia, incrociamo i loro sguardi, sentiamo cosa vogliono dirci. Alcuni di loro saranno oltremodo scaltri e vivaci, altri troppo sinceri e indolenti non scenderanno mai a compromessi. Ma appariranno tutti splendidamente genuini nella loro innocenza. A ognuno di noi è riservata una scatola dei ricordi da aprire, prima o poi. Dentro potremmo scoprire i motivi per i quali siamo ancora in vita: un candido messaggio di speranza per un futuro migliore.


ERASERHEAD. La mente che cancella

Eraserhead. La mente che cancellaUn film di David Lynch.

Con Jack Nance, Charlotte Stewart, Jean Lange.


Titolo originale: “Eraserhead”. Fantastico/Drammatico, b/n, durata 90 min. – USA 1977.






VOTO: 10


Il primo Lynch non si scorda mai.

Quando l’occhio sgranato di Jack Nance emerse dal fondo dello schermo, la testa fluttuante nell’àere in un memorabile preambolo spaziale, alcune impressioni, durante l’intera proiezione in anteprima mondiale al Filmex di Los Angeles il 19 marzo 1977, furono perentorie: nessuna possibilità di far cassetta. E come sarebbe stato possibile con un film del genere? Rifiutato sia a Cannes che al New York Film Festival, a salvarlo dall’estinzione ci pensarono i cosiddetti “midnight movie”, i quali assicurarono al primo lungometraggio di David Lynch un’approvazione del tutto inconsueta che gli concesse di diventare un vero e proprio film di culto.

Fu chiaro fin da allora che la pellicola avrebbe prodotto in chiunque l’avesse vista effetti inusuali, fossero stati buoni o cattivi: “Eraserhead” resta un lavoro a tratti indecifrabile, sprovvisto di punti di riferimento, un film da “provare” piuttosto che da “capire” nel senso classico e formale del termine. Sembra sottrarsi a qualsiasi catalogazione e a ogni tentativo di imprigionarlo in uno spazio, fosse anche approssimativo. Nessuno mai avrebbe immaginato che, proprio il regista di quest’opera onirica e ultramoderna sarebbe stato in grado, poco più di 10 anni dopo, di conquistare le platee mondiali con un serial televisivo.

Il regista del Montana si assicurò il consenso dell’American Film Institute per poter girare il film in 35 mm. e in bianco e nero. Scelta, quest’ultima, oltre che necessaria visti i pochi fondi a disposizione, anche azzeccata considerato che i toni della pellicola erano tesi a esaltare gli spunti “balzani” e a contribuire a una lettura “a intermittenza” piuttosto che a una trama lineare vera e propria.

E poi il lungometraggio è un’opera che non può essere relazionata a un intreccio vissuto da sagome pulite e ben delimitate; il bianco e nero è perfetto per sfumarne i contorni. In effetti la messa in scena lynchana è pervasa da un impianto onirico/fantastico che genera una serie di visioni e di turbamenti senza soluzione di continuità, in cui è difficilissimo dividere il sogno dalla realtà, il letargo della coscienza dalla lucidità.

Le riprese iniziarono nel maggio del 1972. Le sei settimane di lavorazione previste divennero quattro anni; un’odissea realizzativa che costò un impegno psicofisico e finanziario fuori dal normale per le possibilità di Lynch. Forse gli vennero in soccorso le tecniche di meditazione trascendentale che nel frattempo imparò e che lo aiutarono a non imporre le proprie idee nei tempi desiderati. Nella prospettiva di dover interrompere del tutto le riprese del film, il regista arrivò a pensare di fabbricare un fantoccio con i lineamenti di Henry, il protagonista, e a terminare la pellicola con scene concepite con la tecnica dello stop motion. Jack Nance nei panni di Henry Spencer

Jack Nance, presenza ricorrente nei successivi film di Lynch, interpreta Henry Spencer; insoliti capelli sparati verso l’alto a richiamare l’epoca del punk, sguardo allucinato e affettato, movimenti goffi e impacciati, pantaloni troppo corti. A suo modo romantico perché ingenuo, sembra una macchietta uscita pari pari dalle comiche del muto. Se non fosse che Henry si trova in un mondo un po’ kafkiano, angoscioso, inquietante e assurdo.

Tutti gli interpreti scelti dal regista sono sconosciuti. L’importante, per Lynch, è immergerli in un universo in putrefazione e segnarli da alterazioni fisiche o mentali. La famiglia X (così “identificata” dai titoli di coda del film), da cui deriva Mary, la moglie di Henry, ne è un bizzarro modello: il padre ha un braccio diventato inerte e insensibile tanto da non reagire alle percosse, Mary soffre di epilessia dalla quale rifiorisce grazie alla madre che le pettina i capelli, la nonna è in stato catatonico. Come se non bastasse, il pollo che viene servito per cena è sintetico e muove freddamente le zampe effondendo un fluido nauseante.

La decadenza dell’ambiente e quella dell’uomo, dunque, sembrano segnare marcatamente i contenuti di “Eraserhead”. Per questo il film riveste un’importanza basilare: perché avanguardista nel suo anticipare alcune gravi problematiche che l’uomo, 30 anni dopo, ancora non è riuscito a risolvere. Lo sguardo lyncheo si contraddistingue da subito; la sua capacità di essere “avanti” nel tempo è disarmante. L’essere umano è considerato alla stessa stregua degli animali e la campagna è trasformata in un inferno dove dominano industrie già cadute in disgrazia ancor prima di nascere.

I pochi esterni sono girati nei dintorni di Los Angeles: il set è invaso solo da fabbriche in rovina abbandonate, da ferrovie inutilizzate, dai pressoché continui clangori industriali, da sirene che non si sa se richiamano qualcuno al lavoro (ma chi, visto che in giro non c’è un’anima?) o se stanno lì come fossero allarmi che insinuano oscuri presagi.

E poi casermoni impenetrabili dalle finestre chiuse, tubature collegate male e non più funzionanti preda di polvere e ragnatele in mezzo ad acquitrini fangosi. Uno spazio assolutamente improprio, dove ogni forma di vita sembra lontana. Lungi da Lynch l’idea di fare un film politico sull’imbarbarimento dettato da un capitalismo sfrenato, egli è semmai il portabandiera di un cinema estremo solo da un punto di vista artistico. Diventa politico solo di riflesso.

I numeri civici fuori dalle porte sono quasi umoristici. Anche perché basta entrare nelle case per scoprire, all’improvviso, arredamenti e pareti consunti, una cassetta delle lettere con tante celle morte e inutilizzate, un citofono dal suono sinistro, un ascensore dentro al quale non poteva mancare una luce “intermittente”, corridoi angusti, appartamenti senza sbocchi verso l’esterno. La Creatura

Gli uomini sono murati vivi, in uno scenario adatto a una “covata malefica”. Il figlio di Henry e Mary non può essere, così, che una creatura deforme con la testa che somiglia a quella di un coniglio spellato e con il corpo completamente rivestito da un bendaggio. Il pietoso neonato è stato costruito dallo stesso regista con una costanza sconcertante. L’esserino così deforme produce nello spettatore un senso di imbarazzo, terribilmente disgiunto com’è tra sembianze infinitamente disturbate e caratteristiche assai naturali come i toccanti occhioni che supplicano indulgenza o i pianti strazianti che somigliano così tanto a quelli di un bambino vero.

I mattoni di casa che sbarrano anche le finestre e che difendono Henry da una zona e da un ambiente ostili, sono anche quelli che trasmettono un senso di claustrofobia e uno spavento molto forte. C’è profumo di aggressività e rifiuto intorno alla sporca vita di Henry, anche se questi pericoli non vengono in realtà mai mostrati. Anzi, forse proprio perché non si vedono mai, acquistano un senso di oppressione ancora maggiore dato che Lynch lascia tutto all’immaginazione dello spettatore che può vivere, così, il suo incubo personale.

Con “Eraserhead”  arrivano anche i primi isterismi di un rapporto a due (lei che abbandona il tetto e il letto coniugale esasperata dal pianto del bebè vi ricorda qualcosa riguardo a notizie di recente attualità?), con la crisi d’identità e di coppia che pervade gran parte del film. La vicina di casa di Henry appare come una scappatoia alla monotonia e ai pericoli che si nascondono dietro a un matrimonio. Un’istituzione come questa, universalmente riconosciuta come naturale e ovvia, all’interno del mondo di “Eraserhead” viene a cadere perché non esiste un ordine distinto a cui fare riferimento.

Il concepimento, poi, sembra fatalmente considerato come qualcosa di sconvolgente e disgustoso; la pellicola è marcata da un’antipatia verso il sesso, la riproduzione, la paternità. Quando Henry alza le coperte, mentre si trova a letto con Mary, individua che dal sesso di lei sta fluendo un essere che è un incrocio tra un embrione e uno spermatozoo gigante; lo prende su con ripugnanza e lo scaraventa contro il muro della stanza. L’atto sessuale è così negato, allontanato. L’uomo si svincola dal peso di una genitorialità fastidiosa e disprezzata (non dimentichiamoci che proprio lo stesso Lynch era appena diventato padre di Jennifer, nata con una malformazione ai piedi).

La madre di Mary tenta di sedurre il marito della figlia con un atteggiamento licenzioso che assomiglia tanto alla madre-strega di Indovina cosa c'è per cena?“Cuore selvaggio”. In ogni film del regista americano ci sono robuste ostilità intergenerazionali, di solito circoscritte all’ambiente domestico, con retroscena a carattere sessuale; c’è sempre una specie di trattato artistico di vicende edipiche.

A causa di tutte queste animosità e tormenti si può, letteralmente, perdere la testa… Per questo l’idea di una capoccia cancellante, richiamata fin dal titolo del film, diventa qui qualcosa di geniale e ironico. La mente cancella perché capace di far tabula rasa dei suoi problemi, delle sue vicende assurde e dolorose così come è in grado di pulire, osceno cancellino su un foglio bianco. La follia viene rappresentata anche con un’agghiacciante metafora di infanzia violata, stavolta da una forbice. Ecco che così viene mostrata l’ossessione di un infanticidio, visto come esclusivo ripiego agli insopportabili tormenti della ragione.

L’ynchendiario autore è abile nell’eccitare passioni e sentimenti violenti. La dura realtà sembra così assurda da essere fantastica e i sogni, nella loro insondabilità, sono dei veri e propri incubi che aiutano a capire meglio la spietata realtà.

Ne è un esempio il teatrino che si apre grazie alla Donna del Radiatore: una cantante dalle guance ingrossate da due tumefazioni dovute probabilmente a un tumore che si muove su una musichetta old-style presa in prestito dalle farse dei cortometraggi comici del muto, dapprima attenta a non calpestare i feti che cadono sul palco diventa ben presto compiaciuta nello schiacciarli. Perchè “in Heaven everything is fine”. Ed Henry è attratto da questo senso di apparente liberazione: sembra così facile conquistare il Paradiso che basta eliminare l’ostacolo in modo radicale.

La tecnica di ripresa del regista è piuttosto tradizionale: le inquadrature e i movimenti di macchina sono pressoché ordinari e sporadicamente ingaggiano punti di vista anticonformisti o prospettive estrose. Semmai, la cosa insolita sta nei tempi narrativi dilatati, sospesi. La scena che sta quasi all’inizio del film, quella durante la quale il protagonista rientra nel suo appartamento salendo in ascensore, canalizza un senso di sottile inquietudine che non è indotto dal tipo di inquadratura scelto da Lynch, bensì da un accentuato propagarsi dell’elemento temporale. Le porte dell’ascensore (marchingegno che sarà “out of order” in “Velluto blu”) sembrano non chiudersi mai e lo spettatore teme che stia per accadere qualcosa di sinistro e di indefinitamente pericoloso.

I lunghi silenzi sono accompagnati soltanto dai rumori industriali di sottofondo; le folate di vento sempre uguali, i mormorii meccanici monotoni e minacciosi, provocano uno stordimento ipnotico a tratti insostenibile. Perché se la fotografia in bianco e nero può dare origine a percezione, il suono può modificare un’emozione in modo ancora più amplificato.

C’è odore di zolfo nel mondo di “Eraserhead”. Un Creato concepito da uno dei geni più eccelsi della storia del cinema. Un uomo la cui provenienza, quasi sicuramente aliena, ci costringe a pensare che possa abitare su di un abbozzo di pianeta dalla superficie irregolare, non meglio identificato, come quello che vediamo nel film.

E’ lì che lui, come l’uomo dalla pelle lacerata la cui immagine viene riflessa da un vetro rotto, piagato sulla gran parte del corpo, comanda le leve del destino meccanico, biologico e cinematografico. Alla fine l’astro si spacca. Lynch, esausto, ha messo tutte le sue energie dentro quest’opera che pare scoppiare tanto è pregna di significati; ma può essere anche che il posto, ormai rivelato nella sua intimità, ha bisogno nuovamente di essere celato. L’uomo dal volto deturpato perde il controllo delle leve, non sa e non vuole più mostrarci altro, lasciandoci da soli di fronte a un’autentica quanto sconvolgente meraviglia della settima arte, monumento di eccellente pregevolezza.