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ONE DAY

USCITA CINEMA: 11/11/2011.


REGIA: Lone Scherfig.
ATTORI: Anne Hathaway, Jim Sturgess, Patricia Clarkson, Romola Garai, Jodie Whittaker.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2011. GENERE: Sentimentale. DURATA: 107 Min.

VOTO: 6,5

Se a St. Swithin ti piove in testa, vedrai vedrai vedrai… che qualcosa resta”.

E’ un piovoso 15 Luglio (giorno di festa in Inghilterra) del 1988. Emma e Dexter (Anne Hathaway e Jim Sturgess) si sono appena laureati, e trascorrono insieme una notte apparentemente uguale a tante altre. Invece la ciclicità di questo giorno profetico sarà fondamentale durante il corso delle loro intere vite. Ogni anno è una parentesi della memoria, è una canzone d’epoca, intervallata da qualche felice (altro…)

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GLI AMORI FOLLI

Un film di Alain Resnais.

Con Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric.

Titolo originale Les Herbes Folles. Drammatico, durata 104 min. – Francia, Italia 2009. – Bim. Uscita: venerdì 30 aprile 2010.






VOTO: 7


E’ appurato che il maturo Alain Resnais gira in stato di grazia. “Les herbes folles” non è un’eccezione, per fortuna. Indugiando sulla folta chioma di capelli rossi e ricci di Azéma, sfarfallando all’interno di un appartamento per raccontare di un tormentato passato familiare che ridiventa presente e piacevole, allontanandosi timido per lasciare i personaggi alle loro confessioni, rabbuiando il filtro della sua macchina da presa per dar modo di accendere la luce e rendere magnificamente l’idea del trascorrere del tempo.

Imbevuto di una dolcezza ambiguamente crudele, lo stile di Resnais diventa quasi un fotoromanzo strambo con ricorrenti sfumature e chiusure su di uno schermo nero, che concede poco al sentimentalismo tout court perché si fa spumeggiante, emancipato e lacunoso come l’Amore. Si perde un po’ tra i facili simbolismi del colore dei semafori, di soldi gettati su di un tavolo di un bar, tra occhi annacquati da elementari romanticismi e mani arrendevoli sulla poltroncina del dentista. O su di una cerniera lampo che invita a sfidare la gravità degli amori azzardati. Non sempre centra il bersaglio, perdendo per strada l’utilizzo della voce narrante la quale ritorna ad essere intensa solo in chiusura.

Tuttavia i grandi alleati (più che attori, oramai) del regista francese, giganteggiano senza pari. Creature superficiali e pitturate (!), brillano con discontinuità come desidera il Maestro e agiscono in modo illogico e un po’ assurdo. Sabine Azéma recita con i piedi, e in questo caso non è motivo di dissenso: corteggia e accarezza un aeroplano allo stesso modo in cui lusinga un André Dussollier coraggioso e opprimente allo stesso tempo, tenacemente devoto alla fatalità e alla comprensione del destino.

Esistono erbe che nascono dove meno te lo aspetti. Spuntano improvvise in mezzo all’asfalto, si ergono verdi e rigogliose nonostante il cemento e i gas che le circondano. Fanno capolino da sotto le ceneri del conformismo. E a volte sopravvivono.


TWILIGHT

USCITA CINEMA: 21/11/2008.


REGIA: Catherine Hardwicke.
SCENEGGIATURA: Melissa Rosenberg.
ATTORI: Kristen Stewart, Robert Pattinson, Taylor Lautner, Michael Welch, Justin Chon, Peter Facinelli.

PAESE: USA 2008. GENERE: Azione, Horror. DURATA: 110 Min.




VOTO: 7


Un amore con (ri)morso. Un invaghimento ponderato. Un “vorrei ma non posso” crucciato quanto basta. E una variazione sui vampiri, visti nella società di oggi, abbastanza sorprendente e riflessiva. Questo, in estrema sintesi, è il romanzo della Stephenie Meyer che ha avuto il merito di scrivere bene una storiella d’amore adolescenziale, inserita in un contesto fantastico attraente e suggestivo.

Una volta usciti dalle pagine del libro e catapultati nella traduzione filmica ecco che nascono le prime valutazioni. Balza subito all’occhio il personaggio di Isabella interpretato da Kristen Stewart: scoordinata e imbranata nel giocare a pallavolo o anche semplicemente nel camminare, leggiadra nel rivolgere lo sguardo verso il suo adone, accorta in certi battiti di ciglia, inciampa e scuote la testa con grazia. Il suo apporto attoriale è abbastanza accidentato e riuscito.

Robert Pattinson, al contrario, non rende al massimo l’idea di un personaggio riservato e tormentato insieme. Manca quel sorriso che spesso affiora tra le pagine del libro. Il suo Edward è più simile a un replicante che a un vampiro che perde la testa per amore. Cerei damerini, per una volta i vampiri sono più smaglianti degli umani: i vestiti bianchi e l’abitazione moderna con i vetri trasparenti fanno da contraltare a maglioni a collo alto, abiti consunti e case arrangiate. Gli umani ritengono ormai la loro decadenza routine. Fondamentale in questo confronto l’apporto di una fotografia algida, riflettente i toni del blu e del verde.

Con inquadrature puntuali sugli occhi cangianti del non-morto, e indagando su altri dettagli fondamentali presi in prestito dalle piacevoli pagine del romanzo, la macchina da presa vaga nelle notti insonni della cameretta di Forks, tra i cappelli dei diplomi, i piovaschi e la sensazione di umidità dell’Olympic Rain Forest e dei suoi scenari.

Tutto ciò è frutto del lavoro della regista Catherine Hardwicke (la ricordo nel suo bell’esordio, “Thirteen”), la quale innalza “Twilight” a un film non solo per ragazzi. Il suo trattenersi nel mostrare comode soluzioni sessuali (che comunque non sono presenti nel romanzo) rende la regia universale, quasi retrò, con quella pudicizia necessaria a descrivere un amore discreto che nasce a poco a poco e che non è per niente scontato.

La sua direzione spigliata, sarcastica, che lascia spazio anche all’eccentrico (vedi la bella partita di baseball) è una delle più vigorose allegorie della modernità: gli adolescenti che si guardano a lungo senza avere il coraggio di proporsi veramente e si abbandonano con facilità alle sirene delle ricchezze, della bellezza, dell’eleganza e dello sfarzo. E’ uno stile che si fa complice della scrittura di Melissa Rosenberg (già autrice della serie tv “Dexter”) a cui ogni tanto scappa di mano la plausibilità di una ragazza che “cede” così volentieri e senza troppe menate ai canini dei vampiri. E può spiazzare e irritare chi non ha letto la novella.


(500) GIORNI INSIEME

Regia: Marc Webb.

Attori: Zooey Deschanel, Joseph Gordon-Levitt, Chloe Moretz, Matthew Gray Gubler.

Produzione: Fox Searchlight Pictures. Distribuzione: 20th Century Fox.

Paese: USA 2009. Uscita Cinema: 27/11/2009. Genere: Commedia. Durata: 95 Min.





VOTO: 6


Una panchina che da’ le spalle alla cinepresa, come quella di Woody Allen in “Manhattan”. Non siamo vicini al ponte di Brooklyn e il paesaggio non è altrettanto romantico: ci troviamo sull’altra sponda, quella losangelina (e quella di differente capacità di introspezione cinematografica). Anche qui i due protagonisti vanno per mostre ma non ci sono le elucubrazioni mentali tipiche di Allen, solo qualche banale e terrena considerazione su un avanguardismo artistico troppo azzardato.

Lui è Tom Hanson del New Jersey: precocemente esposto al pop inglese malinconico e “vittima” di un’astrusa lettura del film “Il laureato”, aspetta da sempre la donna dei suoi sogni, crede nell’Amore con la “A” maiuscola.

Lei si chiama Sole ed è del Michigan. Dopo l’esplosiva separazione dei suoi genitori, ama solo due cose: i suoi lunghi capelli castani e la facilità con cui riesce a tagliarseli non provando rimorso. E’ una donna che, nonostante il semplice nastrino azzurro a legargli la folta chioma, ha le idee chiare e preferisce rimanere libera e indipendente, lo si capisce da subito, senza troppe altre sottigliezze (che comunque, nel film, non ci sono).

Preferisce l’amicizia, quella con la “a” minuscola, per evitare ogni malinteso, non vuole complicazioni sentimentali, preferisce non sentire il fiato sul collo di un legame “definitivo”. In compenso non esclude il sesso e neppure un certo attaccamento verso i fidanzati. Il suo è un mondo fatto di distanza, riserbo e disinvoltura autoreferenziale. Però sogna di staccarsi da terra e volare anche se a un tratto si rende conto di essere completamente sola.

Summer (questo il nome nella versione originale) si trasferisce a Los Angeles per lavoro e negli stessi uffici trova proprio Tom, impegnato nella realizzazione di biglietti d’auguri non scevri da sciocchi stereotipi. Fino a che, tra una fotocopia e l’altra, non gli si avvicina e lo bacia. Lui allora sorride al mondo e il mondo sorride a lui, tra Harrison Ford che gli fa l’occhiolino, balletti sui vialetti dei giardini e uccellini animati che, cinguettanti, si posano sulla sua spalla.

Ma basta poco per cambiare il clima di festa. Tom ci narra delle storie di quotidiana vicinanza con Sole: tra alti e bassi, sorrisi e pianti, malintesi e gioie. Tutte le volte che ritorna alla realtà comincia con dichiarazioni vittimiste tipo “E’ finita” o “Sono perdutamente innamorato di lei”; lo racconta guardando in macchina, agli amici, alla sorella, riflettendo(si) allo specchio, alle nuove possibili fidanzate. Tutto gira intorno a… Sole. Mentre Tom è un tipico baccalà, o pesce lesso che dir si voglia, imbabbocciato di fronte al primo sorriso di lei.

I propositi di inattendibilità di un vero rapporto amoroso tra Tom e Sole sono ben espressi attraverso le scene di finta vita familiare riprodotte dai due protagonisti mentre visitano gli arredamenti IKEA. La scelta di richiamare, grazie a inserti di filmati in bianco e nero, i pensieri in libertà sull’amore e altre “tegole” da parte degli amici e del capo della ditta dove lavorano i piccioncini, così come di introdurre la voce off che ogni tanto narra, puntualizza e anticipa gli eventi, non è un meccanismo narrativo sempre coinvolgente e nuovo. Così come l’idea di splittare lo schermo in due citando alcune frizzanti scene di “When Harry met Sally” buttandoci dentro le paranoie e le facilonerie alla “Sliding doors”.

Durante i suoi frequenti periodi di crisi, Tom si affoga in un cinema sognandosi protagonista di film del periodo della Nouvelle Vague o cavaliere alle crociate che sfida a scacchi un angelo, ribaltando i canoni del “Settimo sigillo” bergmaniano. I tentativi di virare sul poetico e il sognante avrebbero potuto salvare il film da un facile schematismo.

Invece, nell’andirivieni di numeri che scorrono sullo schermo come le cifre di una slot machine a indicare il grado di avanzamento della storia negli annunciati 500 giorni, uno si chiede cosa mai sarà potuto succedere affinchè i bei propositi della bella amicizia con sesso instauratasi tra i due possa essere finita male. In realtà non succede un bel niente. L’instabilità e l’incertezza tanto sventagliate da Sole, non sono altro che esigenze proprie dell’Amore stesso. La protagonista lo scoprirà troppo tardi, quando il gioco dei giovani, carini e (meglio se) disoccupati sarà stato tirato oltremodo per le lunghe.

Tra l’altro è la stessa commedia che annuncia fin dall’inizio una trasfigurazione sociale del concetto classico di famiglia e di approccio all’amore, quando il capo della ditta propone a Tom di disegnare un nuovo biglietto per il giorno delle coppie lesbiche. Voler procedere senza omologazioni ne’ etichettature è rischioso. Alla stessa stregua di proporre, sui titoli di testa, una volontaria dedica a una certa Jenny Beckman, definita senza mezzi termini come “Bitch”. Pare che lo sceneggiatore Weber abbia conosciuto una “tipa” così. E c’era bisogno di servirsi di due attori 30-enni per metterlo in piazza? Prima dove ha vissuto? Stava ancora avvolto nelle fasce?

“(500) giorni insieme” è un po’ come il karaoke: fa piacere riconoscere la base ma la traccia originale è tutta un’altra cosa.