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21 JUMP STREET

Un film di Phil Lord, Chris Miller.

Con Jonah Hill, Channing Tatum, Brie Larson, Dave Franco, Rob Riggle.

Titolo originale 21 Jump Street. Commedia/Azione, durata 109 min. – USA 2012. – Sony Pictures. Uscita: venerdì 15 giugno 2012.

VOTO: 2

A volte esistono film indifendibili. Rigurgiti che progressivamente vengono su dall’esofago dei testi stupidi “made in USA”, e che vengono rigettati in pasto ai soloni estivi chiusisi dentro un cinema perché non avevano niente di meglio da fare. Nell’ultima decade la produzione adolescenziale americana ha sempre faticato a interfacciarsi con l’enigmatica e volubile società che ha tentato di descrivere. E visto l’impegno che una tale complessità antropologica richiederebbe, spesso ha scelto la via più corta e irritante del turpiloquio programmatico.

La storia di “21 Jump Street” appartiene a quest’ultimo gruppo, e prende le mosse nel 2005 (per poi ritornarvi (altro…)

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(500) GIORNI INSIEME

Regia: Marc Webb.

Attori: Zooey Deschanel, Joseph Gordon-Levitt, Chloe Moretz, Matthew Gray Gubler.

Produzione: Fox Searchlight Pictures. Distribuzione: 20th Century Fox.

Paese: USA 2009. Uscita Cinema: 27/11/2009. Genere: Commedia. Durata: 95 Min.





VOTO: 6


Una panchina che da’ le spalle alla cinepresa, come quella di Woody Allen in “Manhattan”. Non siamo vicini al ponte di Brooklyn e il paesaggio non è altrettanto romantico: ci troviamo sull’altra sponda, quella losangelina (e quella di differente capacità di introspezione cinematografica). Anche qui i due protagonisti vanno per mostre ma non ci sono le elucubrazioni mentali tipiche di Allen, solo qualche banale e terrena considerazione su un avanguardismo artistico troppo azzardato.

Lui è Tom Hanson del New Jersey: precocemente esposto al pop inglese malinconico e “vittima” di un’astrusa lettura del film “Il laureato”, aspetta da sempre la donna dei suoi sogni, crede nell’Amore con la “A” maiuscola.

Lei si chiama Sole ed è del Michigan. Dopo l’esplosiva separazione dei suoi genitori, ama solo due cose: i suoi lunghi capelli castani e la facilità con cui riesce a tagliarseli non provando rimorso. E’ una donna che, nonostante il semplice nastrino azzurro a legargli la folta chioma, ha le idee chiare e preferisce rimanere libera e indipendente, lo si capisce da subito, senza troppe altre sottigliezze (che comunque, nel film, non ci sono).

Preferisce l’amicizia, quella con la “a” minuscola, per evitare ogni malinteso, non vuole complicazioni sentimentali, preferisce non sentire il fiato sul collo di un legame “definitivo”. In compenso non esclude il sesso e neppure un certo attaccamento verso i fidanzati. Il suo è un mondo fatto di distanza, riserbo e disinvoltura autoreferenziale. Però sogna di staccarsi da terra e volare anche se a un tratto si rende conto di essere completamente sola.

Summer (questo il nome nella versione originale) si trasferisce a Los Angeles per lavoro e negli stessi uffici trova proprio Tom, impegnato nella realizzazione di biglietti d’auguri non scevri da sciocchi stereotipi. Fino a che, tra una fotocopia e l’altra, non gli si avvicina e lo bacia. Lui allora sorride al mondo e il mondo sorride a lui, tra Harrison Ford che gli fa l’occhiolino, balletti sui vialetti dei giardini e uccellini animati che, cinguettanti, si posano sulla sua spalla.

Ma basta poco per cambiare il clima di festa. Tom ci narra delle storie di quotidiana vicinanza con Sole: tra alti e bassi, sorrisi e pianti, malintesi e gioie. Tutte le volte che ritorna alla realtà comincia con dichiarazioni vittimiste tipo “E’ finita” o “Sono perdutamente innamorato di lei”; lo racconta guardando in macchina, agli amici, alla sorella, riflettendo(si) allo specchio, alle nuove possibili fidanzate. Tutto gira intorno a… Sole. Mentre Tom è un tipico baccalà, o pesce lesso che dir si voglia, imbabbocciato di fronte al primo sorriso di lei.

I propositi di inattendibilità di un vero rapporto amoroso tra Tom e Sole sono ben espressi attraverso le scene di finta vita familiare riprodotte dai due protagonisti mentre visitano gli arredamenti IKEA. La scelta di richiamare, grazie a inserti di filmati in bianco e nero, i pensieri in libertà sull’amore e altre “tegole” da parte degli amici e del capo della ditta dove lavorano i piccioncini, così come di introdurre la voce off che ogni tanto narra, puntualizza e anticipa gli eventi, non è un meccanismo narrativo sempre coinvolgente e nuovo. Così come l’idea di splittare lo schermo in due citando alcune frizzanti scene di “When Harry met Sally” buttandoci dentro le paranoie e le facilonerie alla “Sliding doors”.

Durante i suoi frequenti periodi di crisi, Tom si affoga in un cinema sognandosi protagonista di film del periodo della Nouvelle Vague o cavaliere alle crociate che sfida a scacchi un angelo, ribaltando i canoni del “Settimo sigillo” bergmaniano. I tentativi di virare sul poetico e il sognante avrebbero potuto salvare il film da un facile schematismo.

Invece, nell’andirivieni di numeri che scorrono sullo schermo come le cifre di una slot machine a indicare il grado di avanzamento della storia negli annunciati 500 giorni, uno si chiede cosa mai sarà potuto succedere affinchè i bei propositi della bella amicizia con sesso instauratasi tra i due possa essere finita male. In realtà non succede un bel niente. L’instabilità e l’incertezza tanto sventagliate da Sole, non sono altro che esigenze proprie dell’Amore stesso. La protagonista lo scoprirà troppo tardi, quando il gioco dei giovani, carini e (meglio se) disoccupati sarà stato tirato oltremodo per le lunghe.

Tra l’altro è la stessa commedia che annuncia fin dall’inizio una trasfigurazione sociale del concetto classico di famiglia e di approccio all’amore, quando il capo della ditta propone a Tom di disegnare un nuovo biglietto per il giorno delle coppie lesbiche. Voler procedere senza omologazioni ne’ etichettature è rischioso. Alla stessa stregua di proporre, sui titoli di testa, una volontaria dedica a una certa Jenny Beckman, definita senza mezzi termini come “Bitch”. Pare che lo sceneggiatore Weber abbia conosciuto una “tipa” così. E c’era bisogno di servirsi di due attori 30-enni per metterlo in piazza? Prima dove ha vissuto? Stava ancora avvolto nelle fasce?

“(500) giorni insieme” è un po’ come il karaoke: fa piacere riconoscere la base ma la traccia originale è tutta un’altra cosa.


PONYO SULLA SCOGLIERA

Ponyo sulla scoglieraTitolo originale: Gake no ue no Ponyo.
Titolo internazionale: Ponyo On The Cliff By The Sea.
Prima uscita:
19 Luglio 2008 in Giappone.


Regia, soggetto e sceneggiatura:
Hayao Miyazaki.


Durata: 100 min. Data di uscita in Italia: 20 Marzo 2009.
Distribuito da:
Lucky Red.




VOTO: 8,5


Il piccolo Sosuke vive con la madre in cima ad una scogliera. Un giorno libera una pesciolina rossa intrappolata in una bottiglia e le da il nome Ponyo. S’instaura un legame tra queste piccole e diverse creature, un’amicizia che arriverà anche a sfiorare l’amore infantile, quando Ponyo, momentaneamente riportata in fondo al mare si trasformerà in una bambina per raggiungere il suo nuovo amico, nonostante gli ostacoli del padre Fujimoto (un ex umano).

Presentato in concorso all’ultimo festival veneziano, “Ponyo sulla scogliera” è l’ennesimo parto geniale del più grande nome dell’animazione -mondiale e non solo giapponese – ed è, manco a dirlo, un film magnifico. Favola dolcissima che rilegge a modo suo “La sirenetta” di Andersen ma che non è estranea al desiderio di umanità di Pinocchio.

Il tema ecologista, ricorrente nella sua opera, è più defilato a vantaggio di una delicata storia d’amore e amicizia infantile in cui gli occhi sbalorditi dei bambini sono gli autentici protagonisti.

La natura e la magia convivono perfettamente in una trama semplice e lineare, senza intellettualismi di sorta. Pur essendo stavolta più sbilanciata verso lo spettatore giovane, il film risulta godibile anche per l’adulto che ha il desiderio di ricordare che cos’è l’infanzia.

Ponyo scopre l’amore in un mondo distante dal suo, non ne ha paura, lo cerca, lo brama e con la sua sola forza d’animo e il suo entusiasmo si fa artefice unica della sua metamorfosi umana, senza fatine e incantesimi ma semplicemente assaporando la vita attraverso il sangue del piccolo Sosuke.

Questo piccolo magico evento diventa una metafora potentissima: si può andare contro la propria natura? Si può amare qualcosa di diverso da noi? Si può trovare un mondo differente da quello che ci ha cresciuti senza amore? Con la fantasia, con l’entusiasmo e una forza vitale che tutti abbiamo, Miyazaki sostiene che si può. Un bacetto in arrivo?

I suoi disegni “ a mano” di grande efficacia e semplicità, raggiungono vertici di lirismo cui l’animazione computerizzata dei giorni nostri può solo aspirare. Un film davvero fuori dal tempo e dallo spazio che invita a sognare e ci ricorda che tutti sappiamo e possiamo farlo.

Numerose le sequenze visionarie, dentro e fuori l’oceano, due mondi non così distanti in realtà, e soprattutto, non così diversi : Ponyo non lo sa ancora ma anche il mondo degli umani ha le sue crudeltà e le sue zone oscure.

Il mondo di Miyazaki è popolato di figure colorate, amabili, deliziose ma anche odiose e pericolose che riesce a farsi amare realmente da adulti e bambini, laddove il cartone animato tradizionale e buonista avrebbe puntato solo al divertimento dei piccoli senza preoccuparsi della coerenza dei sentimenti. Qui non c’è melassa, qui non c’è ricatto emotivo dello spettatore infantile. Solo una parola viene in mente: poesia. La più appropriata. Sarà anche un’opera minore del maestro ma averne di opere minori così belle!

N.B : non è il mio snobismo che mi porta a dire che per godersi il film in tutto il suo splendore è preferibile, almeno per l’adulto, la versione con sottotitoli! Fosse solo per la banale colonna sonora smaccatamente e furbescamente accattivante inserita nella versione italiana. Non è snobismo … è un dato di fatto!