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Articoli con tag “ambizione

L’ENIGMA DI KASPAR HAUSER

Un film di Werner Herzog.

Con Bruno S., Brigitte Mira, Walter Ladengast.

Titolo originale Jeder für sich und Gott gegen alle. Drammatico, durata 110′ min. – Germania 1974.

VOTO: 8

Alla larga da copioni stanchi, nel 1974 Werner Herzog rovistò, in vena di rielaborazioni avanguardiste, nella nozione di genesi, alla ricerca del primo concetto di Mondo, della prima volta che qualcuno avesse aperto gli occhi, dell’alba dell’uomo. Non gli importava se c’erano da attraversare deserti, navigare mari o scalare montagne. Quello di Kaspar Hauser (Bruno S.), trovatello esistito veramente intorno al 1830 nei pressi della città di Norimberga e lì condotto per mano da un losco figuro “padre” pentito, fu un percorso ispirato e sognante che dal mare si allontanò per salire, non senza affanni, la montagna irta e faticosa del rischio.

Più volte assistiamo, durante la proiezione, a scenari sfocati, sospesi tra il sogno e un antico ricordo. Il forte (altro…)

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PRIMA LINEA

Un film di Robert Aldrich.

Con Eddie Albert, Jack Palance, Lee Marvin, Robert Strauss.

Titolo originale Attack!. Guerra, Ratings: Kids+16, b/n durata 107 min. – USA 1956.

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Inserito all’interno di una regia dallo stampo neanche tanto classico, “Prima linea” si avvale di una  direzione degli attori sempre molto precisa e puntuale. Aldrich si concede carrelli e dissolvenze di notevole imprinting, alimentando uno stile rapido di ripresa che promuove la concitazione degli eventi e degli animi. Ma più di tutte risaltano certe inquadrature dal basso a ingigantire uomini, volti, case, carri armati, barbari e poderosi tutti. Continuando la sua analisi sull’indole venduta del Potere, il regista racconta la storia di un’insurrezione individuale tra le forze armate statunitensi, accerchiate dall’artiglieria pesante nazista al principio dello scontro sulle Ardenne, nel 1944. Un’opposizione doppia quella messa in scena: da una parte il nemico vero e dall’altra un ostacolo interno. Il doppio contrasto è destinato a generare sconfitte; perché l’Autorità è come un carro armato che schiaccia inesorabilmente chi tenta di scalzare coloro i quali sono votati all’egemonia politica, per merito o per stupida ambizione, sotterrando il cosiddetto “peso popolare” del comando in un accidioso inserimento nel Sistema ormai votato alla cancrena.

Da questo si può facilmente capire come l’America e le forze militari dell’epoca fecero il possibile, visto che Aldrich non conosceva esaltazione per l’amor di patria, nell’osteggiare la produzione e la distribuzione di “Attack!”. Di conseguenza l’ambientazione dove poter svolgere le azioni di guerra vere e proprie fu ridimensionata, e ciò non fece altro che acuire la drammaticità di alcune scene girate in spazi ristretti, lasciando perdere quelle ambizioni di ariosità e panoramicità che avrebbero apportato le scene di attacco aereo. Tra le curiosità della pellicola, c’è la doppia ripresa dalla stessa angolazione dello stesso cingolato, proprio per i motivi suddetti.

Suggestiva la dualità tra il potere ottuso e i soldati di prima linea più deboli, che subiscono perdite fisiche e morali (ci si salva per il rotto della cuffia e ironizzando, non senza aver regalato qualche arto rotto prima di far ritorno a casa). Soprattutto il personaggio interpretato da Jack Palance (il Tenente Joe Costa), è davvero una volpe fragile. Scaltro e tutto d’un pezzo in battaglia, è costretto a scontrarsi con qualcosa che nemmeno conosce e immagina: una debolezza a metà tra lo psicologico e il corruttibile che lo obbliga a trascinarsi per terra, ai piedi di una figura più gracile eppure più spalleggiata di lui. Il rapporto di forza sulle strategie d’attacco giocato con Eddie Albert (il Capitano Erskine Cooney, interpretato dall’attore che ritornerà, altrettanto odioso, in “Quella sporca ultima meta”), mette in evidenza la posizione dell’uomo sbagliato nel posto sbagliato, colui che si trova in quell’avamposto per accontentare un desiderio paterno.

Un nesso che smuove una serie di emozioni così articolate: c’è la paura degli uomini del reparto militare più avanzato, la fiducia quasi incondizionata che essi riconoscono al loro tenente, la validità e l’importanza della parola nel rapporto tra uomini integri, e c’è il bilanciamento del trasformismo di certi colonnelli, il tradimento dei valori umani, le vigliaccherie di chi non sa svolgere i suoi compiti, fino ad arrivare all’omicidio. Nessuno brilla come modello integerrimo e non c’è riabilitazione nemmeno per il Tenente Woodruff che agirà per conto di Costa, offrendosi alla mercé di una democrazia che ormai presta fede senza riserve all’arte del compromesso dei suoi superiori. Leggermente disordinato per l’elevato numero di personaggi coinvolti nell’affaire, tra i quali un Lee Marvin lasciato nell’ombra, “Prima linea” rimane un film dal grande impatto visivo e dalla forte connotazione socio-politica.


REVOLUTIONARY ROAD

Un film di Sam Mendes.

Con Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Kathryn Hahn, David Harbour, Ryan Simpkins, Kathy Bates, Michael Shannon.

Drammatico, durata 119 min. – USA, Gran Bretagna 2008. – Universal Pictures. Uscita: venerdì 30 gennaio 2009.






VOTO: 7


C’è una macchia di sangue sul tappeto di una linda casina della provincia americana. Una chiazza che non andrà più via.

Di nuovo insieme sullo schermo dopo l’affondamento del “Titanic”, Leonardo Di Caprio e Kate Winslet (fenomenale nel ruolo della moglie tormentata, e degna erede di Meryl Streep) tornano di nuovo insieme per mettere in scena un altro tipo di naufragio, quello di una coppia della medio borghesia americana immersa nel perbenismo e nella calma esteriore del Connecticut, colorato coi pastelli tipici degli anni ’50. A sgretolare il nucleo del sobborgo residenziale ci pensa l’ambizione del successo personale, unita a una realtà che sembra insipida.

Sam Mendes ha realizzato un film asciutto, con pochi fronzoli, seguendo con una regia splendida le performance attoriali della moglie (Winslet) e di un Di Caprio non sempre antiquato come l’epoca del film richiederebbe, ma decisamente funzionale. D’altronde è questo che rende l’opera ancora più attuale. A prima vista potrebbe sembrare una storia risaputa e poco emozionante; per fortuna l’intervento registico risulta decisivo nelle brevi pennellate del primo incontro, nel pedinamento dei volti durante le fortissime scene dei litigi, nelle sovrapposizioni di immagini che descrivono il nulla esistenziale di due persone sconfitte e insoddisfatte dalla vita, ma più ancora inidonee a qualsiasi rapporto amoroso.

Sorretto dalla dosata fotografia di Roger Deakins e da un lento quanto tormentante score musicale ideato da Thomas Newman, “Revolutionary road” rende bene l’idea di una prospettiva che vede serrati i panorami che la circondano, e si realizza in una situazione collettiva e spaventosamente autentica: il divario incolmabile tra le brame giovanili e le transazioni “adulte”, la voglia di emancipazione che si arrende di fronte al conformismo, l’interstizio bloccato tra fantasie e realtà. In questo quadro d’insieme, il cosiddetto “vuoto disperato”, ecco che spicca la figura del matto (?) John Givings (ben interpretato da Michael Shannon), il solo in grado di dire cose sagge e lungimiranti. Anch’egli figlio “sbagliato” di una moltitudine di coppie che si credono perfette, mentre la loro muta prole trascorre il tempo fissando la tv.