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DONNIE DARKO

Donnie DarkoUn film di Richard Kelly.

Con Jake Gyllenhaal, Jena Malone, Noah Wyle, Mary McDonnell, Drew Barrymore, Maggie Gyllenhaal, Patrick Swayze.



Drammatico, durata 108 min. – USA 2001. Uscita: venerdì 26 novembre 2004.





VOTO: 9


Accompagnato da una colonna sonora che è parte integrante del film, “Donnie Darko” si avvale di pezzi cupi e profetici come un coro greco (su tutti la splendida “Mad World”, riproposta in questa occasione da Gary Jules e da un pianoforte accogliente, struggente e lirico, e l’ipnotico valzer “in the 4th dimension”) e di alcune tra le migliori pop-songs degli anni ’80 (INXS, Tears For Fears, Duran Duran, Joy Division).

Il riferimento alla musica è una premessa necessaria a comprendere gli intenti del regista Richard Kelly: egli non ha voluto rappresentare solo il classico “nerd”, lo sfigato per antonomasia del liceo [pochi amici, cattivi rapporti coi professori, scarso seguito nella scuola (“Went to school and I was very nervous, No one knew me, No one knew me”)]. Donnie ha, infatti, una doppia personalità, è sonnambulo (“And I find it kind of funny, I find it kind of sad, The dreams in which I’m dying Are the best I’ve ever had”), sociofobico, schizzato, si muove catatonico (“No expression, No expression”), dipendente dai suoi medicinali, goffo, inadeguato, con i capelli “sparati” quasi come Jack Nance in “Eraserhead” e tormentato dalla pubertà (che vivi a fare se non hai il pisello?).

Ecco, dunque, che la musica ci aiuta a capire che le realtà con cui entra a contatto Donnie sono numerosissime e da queste ne viene plasmato, come fossero un viaggio alla scoperta della propria identità (le tematiche liriche sono come quelle narrative: a tratti volutamente ridicole, fantastiche, assurde). Maleintenzionato

Non possiamo non paragonare certi contenuti a quelli di Lynch e, in particolare, al film “Velluto blu”: ambedue iniziano in un giardino con utilizzo massiccio di scene al ralenty; il verde che si estende davanti alle case di provincia (“All around me are familiar faces, Worn out places, Worn out faces”) nasconde l’orrore degli scarafaggi oppure è presagio di imminenti sventure (la madre di Donnie legge “IT” di Stephen King, il trauma nascosto dietro l’apparente felicità).
Tutt’e due le pellicole hanno nel personaggio di Frank (Dennis Hopper nella “versione” dell’86, un coniglio in quella del 2001) la raffigurazione del male, quella che (s)muove, invita, esorta Jeffrey Beaumont/Donnie Darko ad avvicinarsi alla vita, a rinascere, ad aprire gli occhi (o le orecchie), a crescere.

Di tempo ne rimane poco: 28 gg, 6h, 42′, 12″, giusto 4 settimane.
Un arco temporale sufficiente per introdurre il pensiero sovversivo del film: la distruzione come moto primo che porta al cambiamento, alla RI-costruzione (l’elemento ACQUA per allagare la scuola, l’elemento FUOCO per bruciare la casa dell'”Anticristo/Pedofilo” prestato da Patrick Swayze). Donnie agisce per conto di Frank (in realtà suo perfetto alter ego) con un sorriso un po’ ebete ma decisamente consapevole che le sue vendette siano, in qualche modo, giustificate; un invito esplicito, insomma, a rivedere l’intero sistema educativo americano.

I cosiddetti “grandi”, le persone mature, quelle che dovrebbero rappresentare la guida per i giovani, trascinano invece questi ultimi nell’apatia e nella follia precostituita nel nome del senso di responsabilità, della moralità e del richiamo ai valori familiari (chissà dove potremmo posizionarli sulla Linea della Vita? FEAR <———————–> LOVE). Oscuri presagi

Siamo nel 1988, alla vigilia delle elezioni presidenziali (lo scontro politico è tra Dukakis e Bush senior), e il film è sarcastico sulla fine dell’era reaganiana, anticipando pure un aereo che porta distruzione (“It’s a very very Mad world, Mad world”. Nel 2001 la sua prima uscita registrò incassi modestissimi).

Ricordo la bella regia di Kelly: i movimenti sinuosi della sua mdp, il sapiente uso del ralenty soprattutto nelle scene ambientate nella scuola (i piani sequenza che riescono a caratterizzare i personaggi senza farli parlare, con i Tears For Fears in sottofondo), la sua ricerca d’intimità nel momento in cui Donnie decide di “cedere” al tempo che sta per scadere (“Hide my head I want to drown my sorrow, No tomorrow, No tomorrow”), perché “Ogni creatura sulla terra quando muore è sola”.

Questo film rimane un’esperienza individuale, un insieme di emozioni liberate dall’immaginazione; il suo bello è che nessuno può arrivare a una conclusione e a un’interpretazione obiettiva e univoca (“Going nowhere, Going nowhere”).

Where is Donnie?

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IL PIANETA DELLE SCIMMIE (2001)

Il pianeta delle scimmieUn film di Tim Burton.


Con Mark Wahlberg, Tim Roth, Michael Clarke Duncan, Helena Bonham Carter, Paul Giamatti.



Titolo originale Planet of Apes. Fantascienza, durata 120 min. – USA 2001.



VOTO: 5

Se ci si poteva aspettare che il “nuovo”, attesissimo, Pianeta delle Scimmie non sarebbe stato una mera copiatura di quello girato nel ’68 da Franklin J. Schaffner, di certo non avremmo pensato di trovarci di fronte a un prodotto con poca anima e rilevanza, lontano da qualsiasi forma di passatempo e, soprattutto, senza il benchè minimo senso dell’avventura.

Il Tim Burton che l’ha girato, infatti, risulta essere completamente anonimo, privo di qualsiasi fantasia e la scrittura è decisamente molle, insulsa e ai limiti del paradossale (vi si ritrovano solo accenni a un’eventuale parabola antirazzista).

La messa in scena è grandiosa quanto funerea, inutilmente rissosa e guerresca. Niente a che vedere, dunque, con il suo nobile predecessore (il film con Heston resta un grande spettacolo, un racconto di fantascienza sottilmente angosciante, una metafora sui rischi della guerra fredda, una satira che ha saputo capovolgere i principi di Darwin). Helena mascherata

Mark Walhberg, poi, dimostra che sa recitare meglio di uno scimpanzè ed è il solito piacentone da passerella plastificato, potendo suscitare, al più, la stessa pietà della scimmia con la gamba spezzata.
La mancanza di veri attori conduce la pellicola verso una deriva lontana, ahinoi, da quella visivamente provocante e filosoficamente sfuggente che accolse, una volta, la semisommersa Statua della Libertà.


TOMB RAIDER

Tomb Raider

Titolo originale: Lara Croft Tomb Raider
Anno: 2001
Durata: 100 minuti
Genere: Avventura
Regia: Simon West
Produttore: Lawrence Gordon, Lloyd Levin


Interpreti e personaggi
Angelina Jolie: Lara Croft
Jon Voight: Lord Richard Croft
Daniel Craig: Alex West


VOTO: 5,5

In perfetto stile col celeberrimo videogame dal quale è tratto, “Tomb Raider” narra le vicissitudini dell’archeologa Lara Croft. Il suo incarico è trovare le due parti di un potente oggetto prima che se ne impossessi il malvagio di turno.

Azione genuina, quintessenza del movimento, figure in esercizio fisico perenne che zompano, combattono, volano, utilizzano e maneggiano arnesi per interagire con la realtà che li circonda; il film diretto da Simon West è quasi tutto qui.
Lara Croft, interpretata da Angelina Jolie, è un’ereditiera scaltra e benestante appartenente alla nobiltà britannica. La sua dedizione ai templi e alle tombe inesplorate è formidabile; un hobby costoso ma estremamente allettante. Questa volta, però, la mansione della bella Lara è più importante del solito: salvare il mondo dalla setta massonica degli Illuminati, intenzionati a controllare il Tempo, grazie al rinvenimento di un inconsueto e poderosissimo orologio astrale (il suo aspetto richiama epoche di Leonardiana memoria).
Le saranno di aiuto anche gli altri 2 abitanti del maniero dove vive: un maggiordomo che, in caso di bisogno, si trasforma in infallibile cecchino e un supertecnico robotico dedito in modo pressoché esclusivo al mondo della meccanica informatica (questi ultimi sono anche i personaggi che permettono alla sceneggiatura di servire gli assist migliori per le battute più simpatiche ed esilaranti).

Il film non può certo essere definito originale, dato il suo chiaro riferimento alla serie di Indiana Jones, ma è coinvolgente quanto basta, seppure la sua trama risulti un po’ scontata e a volte incerta. Anche le tecniche visive, gli effetti speciali e le pirotecniche acrobazie di Lara non costituiscono certo eventi imprevedibili per chi guarda.
L’assetto episodico e meccanico del videogioco viene introdotto senza alcuna variazione anche nell’organismo filmico: i passaggi di livello tipici dei balocchi utilizzabili alla consolle corrispondono, in questo caso, anche all’avanzamento delle sequenze cinematografiche.

Il momento più scenografico e riuscito è senza dubbio l’attacco notturno al lussuoso castello di 83 stanze di proprietà Croft; in quei frangenti, la nostra eroina si sta deliziosamente librando in aria, stile bungee jumping, grazie ad alcuni elastici che la sorreggono e che gli permettono di muoversi al ritmo della musica classica che funge da sottofondo.
L’incursione a sorpresa nella sua residenza è fronteggiata da Lara con estrema naturalezza, evitando i proiettili grazie alla sua enorme abilità, compiendo impossibili acrobazie con la sua moto e sfidando ogni regola della fisica, come nei cartoni animati.
Peccato che in questi frangenti non si sia utilizzata, come viene invece fatto soltanto durante i titoli di coda, l’accompagnamento musicale di “Elevation” degli U2, un brano trascinante che invita al movimento, impreziosito dalle chitarre distorte e dalla formidabile ritmica. Il videogioco

Lara Croft costituisce perciò il simbolo più evidente di “tecnologia prestata al corpo” e di “corpo prestato alla tecnologia”; un processo di metamorfosi biunivoco al quale si concede benissimo la nostra attrice Los-Angelina la quale mette bene in risalto le sue forme sinuose.
Una riprova di questa spersonalizzazione da laboratorio la si ha quando, nel corso dell’avventura, Lara incontra una notevole serie di uomini e pur interagendo esclusivamente con loro, conserva un atteggiamento algido, distaccato, quasi che il suo personaggio vivesse ormai solo in un passatempo tecnologico e fosse affrancato da qualsiasi tipo di passione.