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CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

Un film di Sydney Pollack.

Con Robert Redford, Will Geer, Stefan Gierasch, Delle Bolton, Josh Albee.

Titolo originale Jeremiah Johnson. Western/Avventura, Ratings: Kids+13, durata 116′ min. – USA 1972.

VOTO: 8,5

La gente di città mangia maiali quando al mondo esiste la carne di alce”.

Frase che riassume, in perfetta sintesi, i comodi di una collettività che, poco propensa all’avventura, preferiva le pavide guerre contro gli indiani per conquistare ciò che rimaneva dei territori dell’Ovest. L’uso delle armi come mezzo principale per uccidere i propri simili piuttosto che tentare una sofferta scalata ai monti nel bel mezzo della stagione invernale, a contatto con orsi, castori, cervi e falchi che sorvolano il cielo trafiggendolo in un lampo, la dice lunga sulla civilizzazione raggiunta dall’America della prima metà del XIX secolo. (altro…)

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ROMA

RomaRoma è un film di Federico Fellini del 1972.

Con Peter Gonzales Falcon, Fiona Florence, Pia De Doses, Marne Maitland, Renato Giovannoli, Galliano Sbarra, Paola Natale, Ginette Marcelle Bron, Mario Del Vago, Alfredo Adami.

Prodotto in Francia, Italia. Durata: 126 minuti.






VOTO: 7


“Roma” e’ un film sgangherato ma affascinante. Sembra fatto a pezzi ed ogni pezzo ricucito. Il mosaico che ne risulta e’ affascinante anche se la visione e’ totalmente scombinata… Pero’ e’ prezioso perche’ rappresenta un certo modo di fare cinema che oggi e’ praticamente scomparso.

Prendiamo la fine. Un branco di motociclisti centauri che vaga in una Roma notturna, quasi deserta, come in un film di fantascienza. Sembra che sfuggano a qualcosa e rincorrono Roma che gli offre i suoi monumenti piu’ belli, poi ancora strada, e, ad un tratto, il film si interrompe e finisce li’. Stacco e chiudo. Oggi, in un’ industria cinematografica dominata sempre di piu’ dal profitto, soluzioni cosi’ eccentriche sarebbero completamente fuori luogo. Anni fa si potevano ancora fare. Il cameo di Alvaro Vitali

Pero’, se ci pensiamo bene, se si deve fare un film su Roma, farlo sobrio e lineare non avrebbe dato il senso ad una citta’ che di per se e’ caotica e contradditoria. Quindi, da questo punto di vista, Fellini ha centrato appieno quello che ci voleva dire. E ce lo rende con il suo grande talento visionario.

Le prime immagini che il regista conserva della sua citta’ adottiva sono le messe domenicali trasmesse per radio e le diapositive che il prete gli faceva vedere da bambino. La citta’ eterna era un luogo mentale e immaginario. Poi sappiamo tutti che Fellini approda giovane a Roma e la citta’ gli si presenta in tutta la sua caciaronita’ e il suo caos. Quindi la Roma diventa citta’ reale toccata con mani nude.  E per raccontare quella degli anni ’70, quindi piu’ vicina a noi, si parte con una macchina con a bordo una troupe cinematografica e si percorre la Appia antica dove ci sono solo prostitute e battoni che si concedono. Ma il traffico e il rumore assordante sovrasta ogni cosa e sommerge tutto quello che incontra finendo in un maxi ingorgo sul raccordo anulare.

Tutto si compenetra e si mescola tra pernacchioni, fischi e applausi. In una risata anarchica e liberatoria e un grande scoreggione. Poi il taglio della forbice ci riporta al presente con i lavori alla metropolitana che tanti problemi hanno creato durante la fase di realizzazione a causa dei numerosi reperti archeologici che sembravano non volessero essere contaminati da un brutto presente.

Quest’ opera e’ considerata minore nella carriera di Fellini. Secondo il mio modesto parere, nessun regista ha saputo darci di Roma una visione cosi’ personale che cogliesse l’anima di una citta’ eterna e immutabile nella storia.

Camei di Alvaro Vitali, Anna Magnani, Alberto Sordi e Marcello Mastroianni. Gli ultimi due verranno tolti nella versione dvd che inoltre e’ accorciata dallo stesso regista di alcune scene.


NON SI SEVIZIA UN PAPERINO

Non si sevizia un paperinoRegia: Lucio Fulci.
Sceneggiatura: Sandro Continenza, Lucio Fulci, Ottavio Jemma.



Musica: Riz Ortolani.

(Italia, 1972)
Durata: 110′.
Prodotto da: Edmondo Amati.



Cast: Barbara Bouchet, Tomas Milian, Irene Papas, Marc Porel, George Wilson e Florinda Bolkan.




VOTO: 8,5

Florinda Bolkan scava forsennatamente con le unghie su di un terreno aspro e roccioso, a due passi dall’autostrada, fino a che non rinviene un piccolo scheletro umano

E’ l’inizio di “Non si sevizia un paperino”, uno dei film più conosciuti di Lucio Fulci, che si svolge nell’immaginario paese di “Accendura”, un minuscolo e misero territorio sperso tra i monti della Lucania, dove Bruno Lo Cascio, dodicenne, risulta disperso; il padre ha ricevuto una telefonata anonima, quale richiesta di una somma in denaro come riscatto. Ma non sarà il pagamento a salvare la vita al piccolo. E di lì a poco un altro ragazzino viene ritrovato strangolato…

Strani personaggi animano il piccolo paese: si va dalla fattucchiera (Florinda Bolkan, appunto) impegnata tra arti magiche, bamboline vodoo e spilloni, ai fanciulli cresciuti troppo in fretta che fumano con disinvoltura, dalle poppute meretrici che concedono i loro favori, al guardone del villaggio. Per fortuna che c’è anche Don Alberto, un sacerdote che cerca di togliere dalla strada i giovani per avvicinarli alla Chiesa organizzando attività sportive e ricreative, un prete poco tollerante e bacchettone che censura pure le riviste in arrivo presso l’edicola. La Bouchet si esibisce per un bambino

Tra i nuovi approdati vi sono la signorina milanese ex-tossicomane Patrizia (Barbara Bouchet), una donna procace e sarcastica che prima irretisce un ragazzino mostrandosi nuda e poi apostrofa così l’officiante del paese: “Allora, Don Alberto, che hanno deciso a Roma? Vi potete sposare?”, e Andrea Martelli (Tomas Milian), giornalista de “La notte” di Milano, venuto a rendere conto dei delitti compiuti verso le giovani creature e ben presto coinvolto direttamente nell’intrigo.

Fulci dirige magistralmente uno dei capisaldi dei gialli all’italiana degli anni ’70 e alcune scene sono di sicuro impatto: la telefonata della Bouchet fatta dalla stazione di servizio prima che un altro ragazzino, Michele, venga ritrovato cadavere sotto la pioggia battente è un’arguta operazione depistatoria di montaggio e, al contempo, un modo per invitarci a riflettere sulle apparenze. Così come l’oggetto nella villa che riproduce “in vitro” l’acqua di un mare agitato è un espediente narrativo che può essere adatto a una scena erotica conturbante o a un’altra di concitazione investigativa.

Il transito incerto della Bolkan fra le strade del paese con le vecchierelle che sputano al suo passaggio, che le chiudono in faccia le imposte o che non le rivolgono nemmeno uno sguardo mentre va incontro al suo destino nella splendida e agghiacciante scena al cimitero, è di una mirabile sospensione. Al camposanto attendono inquietanti e rumorose le dediche musicali rock/blues sparate dalla radio accesa a tutto volume e una suadente e romantica Ornella Vanoni che canta “Quei giorni insieme a te”. Moderna Maddalena, la strega subisce le torture peggiori, tanto che non mancano carni martoriate e sbudellate a far da contorno alla mattanza. Fulci traccia le basi per un feroce atto di accusa contro le superstizioni e le discriminazioni sociali; egli si schiera chiaramente contro la giustizia sommaria e l’ignoranza.

Forse addirittura pecca, in un certo qual modo, di eccessivo parteggiamento, magari involontario, perchè c’è un po’ troppo nord moderno, emancipato e avanzato intellettualmente rispetto a un sud retrogrado, asino e credulone. In fondo l’autostrada è lì, a due passi da Accendura: l’Italia moderna sta per portare il Progresso anche all’antiquato paesello. Ma Fulci non cade mai nella trappola della caricatura o in quella della trivialità.

La magia e la religione sono due facce della stessa medaglia: morbosamente attratte o infastidite dal peccato, giudici spietati nei confronti del diverso, prodighe di seducenti litanie di preghiera o di malocchio, entrambe perdenti nei confronti della fanciullezza. La regia rende in modo originale l’atmosfera greve e patologica posta in essere dalle due “fazioni”.

L’individuazione dell’assassino è fin troppo facile. Ma, pure nella prevedibilità del finale, il film di Fulci è un lucido e fermo atto di accusa tremendamente attuale e profondo, che si inserisce alla perfezione in uno dei più gravi e aberranti tra i mali moderni: è un inno all’infanzia, all’innocenza dei bambini e al loro ruolo collettivo, indispensabile per un generale quieto vivere. Insabbiato dalla televisione (visti gli argomenti crudi e scomodi come gli accostamenti tra pedofilia e religione) è fortunatamente reperibile, senza censure, in DVD.


LE LACRIME AMARE DI PETRA VON KANT

Le lacrime amare di Petra von Kant

Titolo originale: Die bitteren Tränen der Petra von Kant.


Regia: Rainer Werner Fassbinder.


Con: Margit Carstensen, Hanna Schygulla, Irm Hermann.


Genere: Drammatico Produzione: Germania Anno: 1972 Durata: 124 min.



VOTO: 10

Nel 1972 Fassbinder decise di adattare per il grande schermo un lavoro teatrale dal titolo “Le lacrime amare di Petra von Kant”, scritto da lui e messo in scena l’anno prima.
La storia si svolge tra le quattro mura della camera da letto di Petra, una ricca disegnatrice di moda che vive con una segretaria tuttofare di nome Marlene. Tra le due donne si intuisce subito che esiste un rapporto di subordinazione e di servilismo, Marlene è oltretutto invaghita della sua padrona. A rendere la vicenda ancora più complicata sarà l’arrivo di Karin, una ragazza di origine proletaria risoluta e priva di soggezioni…

E’ interessante notare come, all’inizio del film, Petra si ponga subito in una posizione di comando rimproverando aspramente Marlene per aver aperto senza troppo riguardo le tendine della finestra e averla svegliata. Morbidissimo è al riguardo il carrello in arretramento di Fassbinder che svela pian piano l’enorme affresco di un Correggio occupante un’intera parete della camera di Petra e la protagonista soavemente assopita.
Petra viene dipinta in poco tempo come una donna indolente e ambigua: lascia parlare a vuoto sua madre a telefono, mentre si distrae bevendo la spremuta d’arancia mattutina e indossando una delle innumerevoli parrucche per improvvisare qualche sfacciato passo di danza con Marlene sulle note di “Smoke gets in your eyes”.

Con l’arrivo dell’amica Sidonie il quadro caratteriale di Petra si arricchisce di ulteriori sfumature; attraverso i lunghi dialoghi intrapresi con la conoscente, apprendiamo del matrimonio fallito di Petra e della sua durata limitata. In quel periodo, favoleggia la padrona di casa, non sono mai esistiti litigi né rimpianti, tutto è stato costruttivo e vorrebbe far credere all’amica di aver vissuto quell’esperienza con la massima intensità e passione, senza alcuna freddezza. La paura di mostrarsi debole evidentemente è troppo insidiosa per la sua credibilità e per la sua fiera autonomia.


Durante queste sequenze appare evidente la matrice teatrale della pellicola; Fassbinder racchiude spesso le protagoniste all’interno di inquadrature dove i manichini usati dalla disegnatrice di moda restano ai lati dello schermo, quasi avessero preso il posto dei drappeggi di un palco di teatro.
A questo punto Petra si rivela come una persona molto dura, amara, che privilegia l’intelletto alle emozioni, sempre più soffocate e negate. Tanto è vero che anche la comprensione, la bontà e la compassione di Sidonie vengono rifiutate.

Karin, giovane ventitreenne, presentata dall’amica a Petra, valica in modo apparentemente ingenuo i confini dell’anima della disegnatrice. La padrona di casa offre alla ragazza una prospettiva di lavoro come modella e il tutto appare come un mero pretesto per cercare di tenerla il più vicino possibile a se’, per proteggerla da non si sa bene cosa o chi (forse da un marito lasciato in Australia in circostanze poco chiare?).
In realtà Petra si è decisamente invaghita e innamorata; la scena dove le due donne cenano e bevono descrive come il comportamento di Petra sia scopertamente accattivante nel tentativo di imprigionare la giovane e “sprovveduta” Karin. Il regista tedesco si diverte a mettere in risalto questo tentativo di “reclusione” girando con la cinepresa attorno ad elementi scenografici rettilinei come le cancellate del letto sul quale le protagoniste sono sedute.

A tutto questo assiste Marlene, come sempre invidiosa e muta (durante il film non pronuncerà una sola parola). Fassbinder ce la mostra sempre attenta a tutto quello che accade nella camera da letto (unico scenario dell’intera pellicola) anche mentre batte a macchina la corrispondenza di Petra o disegna per lei i bozzetti delle sue originali ed eccentriche creazioni. La sua segreta sofferenza viene espressa mirabilmente dall’attrice Irm Hermann, attraverso sguardi dolenti e gesti delicati come la leggera contrazione delle labbra o la mano poggiata arrendevolmente sul vetro di una finestra.

Ma Petra non ha occhi che per Karin e fa di tutto pur di trovare qualcosa che la accomuni alla ragazza anche se il tentativo appare ridicolo e patetico: la disegnatrice infatti è tanto colta, istruita e rigorosa quanto la giovane è ignorante (confonde la passione per l’arte con quella per i film d’amore a lieto fine), grezza, spontanea e dinamica (preferisce la ginnastica all’aria aperta agli esercizi di matematica). Durante questo confronto/scontro il regista sopperisce all’uso dei controcampi avvalendosi degli specchi disseminati nella stanza; l’effetto è particolarmente riuscito, sembra che le immagini delle due donne vadano spesso a sovrapporsi come se stessero per fondersi una nell’altra.
Il fascino innegabile del personaggio di Petra non sarebbe stato possibile senza l’interpretazione di Margit Carstensen: la sua figura arida e sofisticata si presta perfettamente al continuo cambiamento degli eccentrici abiti e rende bene l’idea di una donna ossessionata dalla sua esteriorità.

Trascorrono 6 mesi, il tempo necessario a farci capire che il rapporto tra le due donne non è possibile e che, anzi, i ruoli si siano addirittura invertiti. Karin non vuole costrizioni, ha un rapporto conflittuale con l’idea di disciplina che la sua tutrice vorrebbe imporgli e ha già raggiunto il suo obiettivo: conquistarsi un’autonomia economica. Petra è ormai divenuta servizievole nei confronti di Karin nel disperato tentativo di rimanere aggrappata all’oggetto del suo amore, ma viene trattata dalla giovane come uno dei manichini che riempiono la camera. Karin quindi fugge dal marito una volta che questi rientra dall’Australia.

Il tappeto bianco dai folti ricci che copre completamente il pavimento di camera Kant si macchierà del sangue della sua padrona in un trionfo deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch. L’animo di Petra è stato ormai violato e messo a nudo. Non gli resta che desiderare la morte. Durante il penoso festeggiamento del suo 35° compleanno si rende conto di non aver mai amato Karin ma di averla voluta soltanto possedere. Tentativo di seduzione

Alla fine Petra tenterà di mostrarsi indulgente e gentile con Marlene, per la prima volta le si rivolgerà come solitamente si fa con un’amica. Ma il dominio affettivo ed economico palesato fino a quel momento non serve più, Petra è oramai una donna debole e Marlene non sente più il bisogno di stare con lei se non può più essere sua schiava. Si innesta di nuovo la macchina sadomasochistica della punizione reciproca.
Petra resterà sola, distrutta dal rancore. E le luci, tanto odiate all’inizio del film, si spegneranno.

Il merito di questo capolavoro va ascritto alla straordinaria bravura raggiunta da Fassbinder nel comporre l’evoluzione drammatica e nell’esaltare la ricchezza visiva attraverso perfette carrellate e profondità di campo. “Le lacrime amare di Petra von Kant” è il più invidiabile esempio di un dramma che, accogliendo tutte le più improbabili sfide della convenzione teatrale (pochi personaggi, lunghi dialoghi e recitazione sommessa), si trasforma in un accorato e fantastico film.