www.pompieremovies.com

storico

THE WAY BACK

Un film di Peter Weir.

Con Dragos Bucur, Colin Farrell, Ed Harris, Alexandru Potocean, Saoirse Ronan.

Drammatico, durata 133 min. – USA 2010. – 01 Distribution. Uscita: venerdì 6 luglio 2012.

VOTO: 9

Un gruppo di persone, composto ora da 6 ora da 7 individui, secondo un’alternanza che sembra ricondurre alla precarietà di un nucleo familiare, fugge da un gulag siberiano all’inizio della seconda guerra mondiale. L’evasione così imbastita sembra rivestita da un’indole quasi estemporanea: i latitanti non si raccontano quasi niente di se, non si fidano, fanno progetti itineranti ma in pochi credono di poter arrivare alla meta del lago Baikal e poi oltre, fino ai confini mongoli. Inizia per loro una vera e propria via crucis (vedere per credere), con tanto di cappello/corona di spine, documentata dal libro di Slavomir Rawicz intitolato “Tra noi e la (altro…)

Annunci

IL DISCORSO DEL RE

Un film di Tom Hooper.

Con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle.

Titolo originale The King’s Speech. Storico, durata 111 min. – Gran Bretagna, Australia 2010. – Eagle Pictures. Uscita: venerdì 28 gennaio 2011.





VOTO: 7


La recitazione di un personaggio schivo e titubante, fin nella parola, non è di per se’ semplice. Colin Firth offre alla figura del duca di York (il futuro re Giorgio VI) una partecipazione emotiva senz’altro encomiabile, tuttavia non completamente condivisibile visti i premi ricevuti e quelli che ancora riscuoterà. Il difetto espressivo sembra quell’handicap così tanto amato da chi osserva le performance attoriali al punto da accompagnare il giudizio con un misto di accondiscendenza e pietà. Di tutt’altra pasta è la brillante caratterizzazione, fornita da un superbo Geoffrey Rush, dell’esperto e originale logopedista di origini australiane Lionel Logue, che aiuta il duca ricorrendo più alla psicologia che all’esercizio muscolare. Dopotutto, ciò a cui deve far fronte il regnante sono i pomposi incarichi sovrani e le apparizioni pubbliche nei confronti di un paese sull’orlo della seconda guerra mondiale, bisognoso di lusinghe e speranze.

“Il discorso” abbina un’ironia lieve (le scene in stile “atelier teatrale” in presenza della Bonham Carter e di Rush sono le migliori) a una, a tratti faticosa, coerenza storica. Coesione che non manca quando si tratta di sottolineare il peso delle oppressioni in età da fanciullo e la freddezza règia subita dal povero Albert “Bertie” Frederick Arthur George Windsor. Peccato che l’approfondimento duri poco e che il regista Tom Hooper passi presto “al servizio di sua Maestà”, dimostrando quanto sia bravo nella direzione degli attori piuttosto che nelle disamine visive, ogni tanto sfuggenti al suo sguardo; fanno eccezione i microfoni, che diventano magnifici e intollerabili oggetti ansiogeni.

Nonostante la musica molto piacevole composta da Alexandre Desplat, che contribuisce a rendere scorrevole alcune scene, “The king’s speech” risulta tuttavia tacciabile di inveterato voyeurismo (che succede nelle stanze dei piani nobili?) e finto permissivismo (gli americani, quei divorzisti…), e soffoca le intenzioni in una cronaca quasi fotoromanzata. Prima di essere strangolati, però, è preferibile liberarsi. Per cui meglio dare sfogo alla sciolta eloquenza e a un istinto primario quanto utile, riscoprendo un discorso che non fa una grinza: *UCK, F*CK, FU*K, e FUCK.


VINCERE

Un film di Marco Bellocchio.

Con Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio Bellocchio.

Drammatico, durata 128 min. – Italia, Francia 2009. – 01 Distribution. Uscita: mercoledì 20 maggio 2009.






VOTO: 7,5


Nella vita di Mussolini c’è uno scandalo segreto: una moglie e un figlio – concepito, riconosciuto e poi negato. Questo segreto ha un nome: Ida Dalser. Una donna che grida la sua verità fino alla fine, nonostante il disegno del regime di distruggere ogni traccia che la colleghi al Duce. Per la dittatura fascista Ida è una minaccia, una donna da rinchiudere in un ospedale psichiatrico – lontano dal figlio, dalla famiglia, dalla gente – dove tuttavia, incapace di sbiadire nell’ombra e forse salvarsi, continua a rivendicare il suo ruolo di moglie legittima del Duce (fonte: Virgilio).

Avvalendosi spesso del cinema nel cinema, grazie agli schermi dei cinegiornali che entrano nei tipici luoghi deputati e non (splendida la scena nell’infermeria dov’è ricoverato il Mussolini ferito), “Vincere” ha la forza del verismo storico, pur non rappresentandolo direttamente, e la voracità di chi, interessato quasi morbosamente alle vicende dei personaggi, vede nella storia di Ida Dalser un parallelo con la propria vita. La malattia (o l’ingiustizia) mentale che sopravvive tra i manicomi, gli internamenti, le visite presso gli ospedali psichiatrici non poteva non interessare Bellocchio, pervaso ancora oggi da un felice estro creativo.

In questo ragionamento sul vigore e sulle contraddizioni del potere, ben si inserisce il commento musicale à la Bernard Herrmann. Con slanci epici e un po’ ridondanti che sottolineano alcune scelte “grafiche” dei titoli che attraversano, spesso sovrapponendosi, le immagini di repertorio, il film acquista in solennità. Carlo Crivelli ha lavorato rivolto anche a certe smancerie, non perdendo però di vista il grande turbamento che accompagna le scene più forti e imperiose.

I temi della pazzia (in questo caso ondeggiante tra quella vera e quella indotta), la famiglia ibrida e scomoda, la religione come spietata e sorda panacea delle sofferenze umane, e il connubio perfetto tra la politica e il Vaticano, in un matrimonio che continua il suo sodalizio ancora oggi, sono elementi di una lucida analisi sull’Autorità. D’altronde, il fascismo nelle sue varie sfaccettature pubbliche e private, circonda incurante il nostro quotidiano, e contiene una gravità che fa piacere sondare, passo dopo passo, nel ritmo avvolgente imposto da Bellocchio.


INVICTUS

Un film di Clint Eastwood.

Con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern.

Titolo originale Invictus. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 134 min. – USA 2009. – Warner Bros Italia. Uscita: venerdì 26 febbraio 2010.






VOTO: 8


Nelson Mandela è uno che si rifà il letto da se’, che ha l’abitudine di passeggiare presto al mattino quando fuori è ancora buio e bere un bicchiere di latte caldo alla sera. Un uomo che si interessa delle questioni personali di tutti i suoi collaboratori e stringe con loro rapporti individuali e intimi. Personaggio solitario e scomodo, alla presidenza di un Paese complicato dal 1994, deve affrontare gravi problematiche quali la disoccupazione, la crisi economica, l’aumento della criminalità e riuscire a conciliare le aspirazioni di libertà dei neri con le paure dei bianchi.

“Invictus” si fa portavoce di un perdono che libera l’anima e cancella la paura, riscopre la forza e l’importanza della comprensione, della moderazione e della generosità. Morgan Freeman nei panni del presidente, con i suoi sorrisi disarmanti, il suo lento e incerto incedere, la luce negli occhi che si fa forte di una dignità impareggiabile propria di chi ha imparato per davvero ad amare il proprio nemico, rimanda gli affari di Stato e le relazioni diplomatiche per qualcosa all’apparenza di più marginale ma che, alla fine, gli consentirà di danneggiare seriamente l’esecrabile discriminazione dell’apartheid.

In perfetto equilibrio tra spirito sportivo e impegno politico, quello di Eastwood è un cinema fatto di concetti rettilinei e potenti affetti che spiega bene la vita di Mandela e quella del Sud Africa. Lo stile del regista avvince e coinvolge. Grazie alla sua duttilità, un corridoio in controluce di un ospedale che ha appena conosciuto un episodio di eutanasia può assomigliare a uno che conduce su un campo di rugby e che odora di speranza e di rinascita.

Una regia sicura e ai limiti della perfezione per quasi tutto il film che al momento della (lunga) partita finale si sfilaccia un po’ e perde di fantasia, sfiora la retorica, si adagia sull’eredità della messa in scena di Huston in “Fuga per la vittoria” e perde l’appoggio di una sceneggiatura “parlata” fino a lì emozionante e ben suddivisa. In ogni caso le bidonvilles di legno e lamiera di Clint battono quelle di “District 9” 15-9.


IL COLOSSO DI RODI

Il colosso di RodiRegiaSergio Leone.

InterpretiRory Calhoun, Lea Massari, Georges Marchal, Conrado San Martin.

Durata: h 2,22.
Nazionalità:  Italia, Spagna, Francia, 1961.
Genere: storico.

Al cinema nel Dicembre 1961.





VOTO: 5,5


Rodi è l’isola della pace, delle rose e delle belle donne. Almeno questa è la visione che hanno del luogo il sovrano e i suoi tirapiedi. Ma il popolo è, in realtà, ridotto in schiavitù e versa sudore e sangue, lottando per la libertà. I reali di Rodi pensano in grande, come pervasi da un senso di folle megalomania; la posizione al centro dei mari è preziosa e l’idea è quella di diventare lo scalo più protetto del Mediterraneo, nella certezza di potersi svincolare da Atene grazie all’alleanza con i Fenici. Il paese è in pericolo perché sta per essere venduto allo straniero, oltretutto all’insaputa del Re Serse. L’unico che sembra in grado di salvare il destino dell’isola è Dario (Rory Calhoun), coraggioso ateniese vincitore dei Persiani.

Considerato il debutto di Sergio Leone, anche se egli aveva già codiretto “Gli ultimi giorni di Pompei”, “Il colosso di Rodi” ha in se’ i germi di quelli che in seguito saranno le pellicole aventi propositi di kolossal, quelle che animeranno in specie gli ultimi anni di lavoro del grande regista italiano. i traditori

Girato con l’idea di divertirsi e basta, ma soprattutto con lo scopo di  procurarsi denaro, si inserisce in modo un po’ anomalo nel filone dei film di genere storico-mitologici visto che Leone fa di tutto per ridimensionare i contenuti tipici di questo movimento. L’attendibilità storica viene lasciata volutamente fuori della porta: il soggetto allude alle recenti guerre persiane combattute, in realtà, dagli ateniesi solo nel secolo precedente la costruzione del colosso di Rodi.

Forse prendendo spunto da “Intrigo internazionale”, ultimo Hitchcock dell’epoca, si mette al centro della vicenda un uomo qualunque (l’ateniese Dario) che cerca di trascorrere solo un breve periodo di riposo e lo si getta in pasto a una guerra che egli di certo non auspicava. Dario sembra essere interessato solo alle donne e alle feste di corte, e il partecipare alle lotte con traditori e subdole sovrane gli provoca non pochi fastidi.

E’ vero che qui, al posto del monte Rushmore, c’è una ben più scivolosa e poco praticabile statua ma gli effetti ottenuti dal regista romano sono molto al di sotto delle vertigini e delle apprensioni assicurate dal maestro inglese. Il “segno del Leone” è ancora un po’ lontano dal manifestarsi, insomma; l’autore riflette il senso estetico dell’epoca quasi controvoglia, come se in realtà fosse lui l’uomo “qualunque” al centro di affari cinematografici che non lo riguardano. America, aspettami!

Come Hitchcock, Leone si serve dell’ironia per accostarsi in maniera più disinvolta a una materia per la quale prova un coinvolgimento approssimativo. Ecco dunque che, in alcune scene, la forza drammatica si indebolisce e favorisce l’inserimento dell’umorismo (vedi l’aggressione notturna a Dario mentre l’amico Lisippo dorme con i tappi nelle orecchie per non essere infastidito dai tuoni). La produzione che emerge, dunque, risulta un po’ imbarazzata di fronte all’ostico profumo di sandalo.

La varietà dei protagonisti, per quanto popolare e propria del genere, da’ l’imbeccata per qualche considerazione. L’eroe è, fin da adesso, un’immagine relativa per Leone. Peliocle, il capo dei ribelli, sembra perfetto per incarnarlo, è taciturno, robusto, sincero, carismatico, ma viene lasciato da parte, di lui si sapranno poche cose, il suo personaggio emergerà a intermittenza perché, evidentemente, l’audacia usuale non incuriosisce più di tanto gli autori.

Forse l’unico che potrebbe fregiarsi del titolo di “eroe” è Dario, anche se sembra più un inespressivo turista termale a cielo aperto sorpreso da un temporale, preoccupato più dell’integrità della sua tintarella e di mantenere i denti puliti piuttosto che un combattente dedito alle vicende storiche, alle quali partecipa come fosse più un novello agente segreto che un uomo d’azione.

Il film è caratterizzato da numerosi costumi (alcuni un po’ troppo arrangiati e artigianali nel peggior senso del termine, in verità), da scenografie sfarzose ricostruite il più fedelmente possibile, ma non certo vergini, negli studi di Cinecittà, da interessanti scene di massa realizzate con impronte peculiari (i baccanali di corte, l’arena con il pubblico entusiasta di fronte allo spettacolo con bighe e animali) e ovviamente dalle sequenze distruttive finali, molto poco drammatiche perché falsate da pareti di cartapesta che crollano all’infinito. Quest’ultime sembrano consuetudini di genere alle quali Leone non ha potuto sottrarsi e il risultato è un po’ finto, come se non si fosse trovato un espediente narrativo migliore per correre incontro al termine della vicenda. Mancano ancora lo stile elegiaco e le grandi atmosfere che il regista saprà, via via, affinare nel tempo.