www.pompieremovies.com

spionaggio

LA TALPA

Un film di Tomas Alfredson.

Con Gary Oldman, Kathy Burke, Benedict Cumberbatch, Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt.

Titolo originale Tinker Tailor Soldier Spy. Spionaggio, durata 127 min. – Gran Bretagna, Francia, Germania 2011. – Medusa. Uscita: venerdì 13 gennaio 2012.

VOTO: 7

La faccenda è scottante. Una talpa russa si è infiltrata fra i più alti livelli dei servizi segreti britannici. Bisogna smascherarla al più presto, prima che fornisca informazioni preziose al suo paese. È così che entra in scena la figura elegante di George Smiley, un pezzo grosso del SIS (Secret Intelligence Service), interpretato in maniera impeccabile da Gary Oldman. L’attore è esemplare nel mettere in evidenza l’eremitaggio e la sofferenza, esibendo un fantastico volto affilato non del tutto abbattuto dal passato, e non dimentico delle amarezze e delle paure che possono nascondersi dietro ai sorrisi. Un saggio di (altro…)

Annunci

RED (2011)

USCITA CINEMA: 11/05/2011.



REGIA: Robert Schwentke.
ATTORI: Bruce Willis, Morgan Freeman, Helen Mirren, John Malkovich, Mary-Louise Parker, Richard Dreyfuss, Ernest Borgnine, Brian Cox.




PAESE: USA 2011. GENERE: Azione, Spionaggio. DURATA: 111 Min.


VOTO: 6

Frank Moses (Bruce Willis) è uno che si alza alle 6.00 in punto, come se avvertisse i rumori dei led sulla sveglia elettronica. Prende le sue pillole quotidiane, si tiene in forma facendo ginnastica e apre la posta in attesa degli assegni pensionistici. Non c’è molto di emozionante da fare nel freddo dell’inverno di Cleveland. A parte stare con occhi e orecchie ben aperti. E in questo Frank è davvero bravo. Anche quando si unisce agli altri RED (“Ritirati ed Estremamente Dannosi”), un team di ex agenti della CIA in pensione.

Se siamo disposti a sorvolare sulla verosimiglianza di certe situazioni (esagerate ma con brio), è divertente seguire le vicende di questo gruppo di agenti segreti attempati, coraggiosi ed efficaci, introdotti con una certa temperanza e finezza. Il film, variegato rendiconto qua e là simpatico, è un pretesto per mettere in scena un pacchetto spionistico “di mischia” per il quale le regole sono cambiate. I tempi non sono più quelli degli anni ‘70: le conquiste tecnologiche satellitari e comunicative sono una condanna senza appello per chi cerca di sfuggire al controllo di Istituzioni sempre più grandi e progredite.

Distensivo, con qualche sgangherato funambolismo e trovate puramente istintive, “Red” è un insieme di cartoline colorate da proiettili, tranelli, auto in corsa dalle quali si scende impassibili, armi sempre più esagerate e sofisticate (attenti ai peluche rosa a forma di maialino!) con le quali Helen Mirren, che recita controvoglia, si trova un po’ a disagio. Nella seconda parte il gingillo mostra un po’ il fiato corto: certe imprevedibilità diventano… immaginabili, alcune alleanze inevitabili, le battute si riciclano con in sottofondo un basso elettrico che “slappa”, e il groove narrativo si aggrooviglia oltre la soglia di tolleranza, tra milioni di “pallottole su Chicago” e sconfinamenti politici inconcludenti. Dopotutto Robert Schwentke è famoso per la sua indole cinematografica un po’ vagabonda, esibita già in “Flightplan”.

In questo frenetico tour intorno agli USA, alla fine si è pensato bene di sconfinare in Moldavia, e inviare da lì l’ultima (?) cartolina. I discreti incassi ottenuti suggerirebbero un possibile (in)seguito. Se poi pensiamo che “Red” è stato perfino candidato ai Golden Globe come Miglior Film Commedia, è facile constatare come la situazione delle messinscene light sia scarsina ma apprezzata: certi giornalisti schivano le pellicole migliori che nemmeno le spie con i proiettili.


NOTORIUS – L’amante perduta

Un film di Alfred Hitchcock.

Con Cary Grant, Claude Rains, Louis Calhern, Ingrid Bergman, Reinhold Schünzel.

Titolo originale Notorious. Thriller, durata 101 min. – USA 1946.

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Evidentemente influenzata da schemi di lettura giallo-rosa, la struttura da thriller di “Notorius” si tinge di propositi sentimentali e, combinata alla spy story, sintetizza splendidamente tali generi sfuggendo a qualsiasi classificazione. In quella, si sottrae pure a una guerra che giunge molto lontana, assente ed edulcorata in un contesto scenografico sfarzoso. Più che a chiavi di porte o cantine, l’abilità di Hitchcock ci ammalia grazie a chiavi che potremmo definire del cuore, costruendo una storia pervasa da un rosa amoroso, continentale e calcolato; nel quale i personaggi si amano (il triangolo sì), si baciano e si ingelosiscono. Partendo da una festa a Miami, per finire a Rio de Janeiro, e transitando da una scena che all’epoca passò alla storia come il bacio più lungo mai scambiato sugli schermi cinematografici.

Bisogna considerare che il trasferimento dall’Inghilterra agli Stati Uniti generò nel regista un senso di malessere e disagio, il quale viene recepito quando ci fa notare quella che sembra essere la condotta abituale degli americani (alcool e festini, con tanto di guida in stato di ebbrezza), sempre sull’orlo di una depravazione morale che obnubila la mente e la vista (in più di un’occasione il personaggio di Ingrid Bergman è avvolto da una foschia appannante causata dal bere prima, e dal veleno e dai calmanti poi).

Il gruppo segreto di nazisti nostalgici è SPIEtato in modo intermittente tanto che, cercando di andare diritto allo scopo e senza riservare nessuna carità per chi sgarra, non potrebbe permettersi divagazioni facendosi incastrare dai toni del melodramma. Ed è proprio così che Hitchcock si inserisce all’interno di un racconto “serio”, dando la priorità a una (non banale) storia d’amore che contende il palcoscenico al senso del dovere e facendo diventare l’intero complotto una semplice scusa. I criminali non appaiono mai come vere personificazioni ostili, e accompagnano la storia con tratti altruistici e tolleranti (Sebastian accoglie Elena senza riserve proponendogli addirittura un matrimonio lampo). Indugiando su questi aspetti si può capire come l’opera sia interamente assoggettata a una simulazione della realtà, grazie alla quale il geniale “Hitch”, in maniera stabile e predeterminata, imbastisce coscientemente una storia parallela a quella “vera”.

Perfettamente ideato per creare diversi momenti di tensione, “Notorius” non lesina suspense. Costruita in modo preciso a partire dalla chiave sottratta mentre un’ombra sinistra si agita nella stanza attigua, l’apprensione cresce in occasione di una semplice stretta di mano amorosa, per sublimarsi nel dolly all’interno del salone della villa sul mare; quello che ci informa su chi possieda la chiave e dove la tenga nascosta, in un’idea registica non molto dissimile dalla carrellata in avvicinamento a svelare il volto del colpevole nel finale di “Giovane e innocente”.  Così come il corteggiamento rivolto a una tazzina da caffè evoca il paragone con il dubbio contenuto del bicchiere ne “Il sospetto”. Un buon ricevimento non può esser definito tale senza servire lo champagne. E quando la cassa si esaurisce in fretta aumentano le palpitazioni e le possibilità di un cambiamento di postura sulla poltrona.

L’ombra di Claude Rains ci viene mostrata in tutte le forme. Ora allungata, poi deformata, infine sola immagine allo specchio, Sebastian è un fantasma diabolico ma sfocato. Come la scoperta dell’uranio: elemento che avrebbe potuto aprire infinite parentesi sul conflitto nucleare e che invece si risolve tutto in una ramazzata nel tentativo di farlo sparire. Il regista lo fa rimanere sullo sfondo, come minuzia generata tipicamente da un Mac Guffin, tanto che con l’avvicendarsi dei rapporti tra i tre protagonisti resta privo di significato e importanza.


BASTARDI SENZA GLORIA

Bastardi senza gloriaUn film di Quentin Tarantino.

Con Brad Pitt, Eli Roth, Michael Fassbender, Christoph Waltz, Diane Kruger.


Titolo originale Inglourious Basterds. Azione, Ratings: Kids+16, durata 160 min. – USA, Germania 2009. – Universal Pictures. Uscita: venerdì 2 ottobre 2009.






VOTO: 8


“Inglourious basterds”, ovvero quando il contesto storico diventa un pretesto per alimentare la voglia e l’interesse esclusivo per il pulp, il pop, i “rimasticamenti”. Quentin Tarantino non è incuriosito dai fatti così come sono avvenuti per davvero, anche se mette riferimenti temporali e di luogo, piuttosto a giocare con il cinema e le sue enormi potenzialità. Se potevamo aspettarci i rimandi ad autori come Ford e Clouzot, e ad attori quali Marlene Dietrich e Danielle Darrieux, inattesi ci giungono i riferimenti alle inquadrature e ai colori tipici di certo cinema di Fassbinder.

Contaminati dai film di guerra, dalle commedie, dai gangster-movie e dallo spionaggio, i “basterds” sembrano muoversi come un perfetto gruppo di guasconi che appare e scompare alla maniera di un film di intelligence e servizi segreti. Professionisti fai-da-te, come una sporca dozzina improvvisata e decisamente più cattiva, sono sadici e spietati.

Suddivisa in capitoli, la sceneggiatura è, come consuetudine, tesa ad allungare i tempi narrativi e gioca ad anticipare quello che sta per accadere. Tarantino, così facendo, crea suspense e ci mette al corrente delle carte che ha in mano prima ancora di calarle in tavola. Un vezzo accattivante che è diventata quasi una firma della sua autorialità. Lo sbriciolìo dei capitoli, già visto nell’ultimo “Kill Bill”, nuoce un po’ al film perché lo rende parziale ed eccessivamente ponderato. E’ come se, nel tentativo di allungare i singoli episodi, si approdasse a una prevaricazione narrativa. Incisioni d'autore

Se consideriamo che l’autore ha sofferto dieci anni nella preparazione del soggetto e nella scrittura, non mi spiego come il contenuto delle “storielle” (intese come novelle inferiori alla Storia vera) non sia poi così interessante; fiumi di parole che danno spesso l’idea di un avanzo di idea, ogni tanto sporcati da un’espressività oltremodo teatrale. Come Tarantino stesso c’insegna, non ci si può togliere l’uniforme una volta indossata. Rimane incancellabile, come un marchio scolpito sulla fronte. Mi domando quand’è che gli verrà l’ambizione di oltrepassare la sua stessa arte.

Ricordati di meLa regia e il punto di vista della macchina da presa sono splendidi, sia nell’uso delle panoramiche che nella profondità di campo (che cosa non fa lo scostamento di un lenzuolo messo ad asciugare). La messa in scena è invidiabile, mai banale e pregna di significati, riesce a raccontarci sempre qualcosa.

Questa genialità visiva autorizza il regista statunitense a mescolare “Per Elisa” di Beethoven con un lento incedere musicale ripreso dai film western. Più volte si è detto che Tarantino sarebbe l’unico in grado, se lo volesse, di ereditare lo stile di ripresa cinematografico di Sergio Leone; ecco, quindi, l’uso di primi piani in avvicinamento e di ralenty. E (perché no?) la citazione in un momento altamente drammatico, attraverso la ripresa di un esterno assolato da un interno buio, di “Sentieri selvaggi”. Quentin è come un bambino che gioca con i Lego: smonta il Cinema così come fa’ l’addetta parigina che toglie dal cartellone le lettere del titolo del film tedesco con Leni Riefenstahl. E per di più, si permette di dargli fuoco, usandolo come perfetto strumento di vendetta.

I tedeschi sono così cretini nella loro rappresentazione macchiettistica che non possono che soccombere, l’umorismo è così potente da stendere più delle (e come le) armi. L’unico teutonico serio sembra essere Christoph Waltz (meritatamente vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Cannes come Miglior Attore) nei panni dell’odioso colonnello nazista Landa, inesorabile predatore di ebrei ai quali “fare le scarpe”. Mentre Brad Pitt, grossa cicatrice all’altezza del collo, sembra essersi divertito molto a interpretare il ruolo di Capo Bastardo e incisore perfezionabile di svastiche sulle capoccie dei nazisti. Nessuna morale, nessun basamento politico ispiratore, solo poetica tarantiniana.

Questa è la forza che può sconfiggere anche i tiranni. Adieu, Hitler!


INTRIGO INTERNAZIONALE

Intrigo internazionaleUn film di Alfred Hitchcock.

Con James Mason, Martin Landau, Cary Grant, Eva Marie Saint, Jessie Royce Landis.


Titolo originale North by Northwest. Spionaggio, durata 136 min. – USA 1959.






VOTO: 9,5


Nel mondo della pubblicità non esistono bugie, solo parecchia esagerazione. Ecco quindi che un brillante pubblicitario, Roger Thornhill (Cary Grant), dallo sguardo così sornione e seducente, grazie a un equivoco, è oggetto di uno scambio di persona. I suoi rapitori, prendendo un granchio, credono che egli sia un certo Sig. Kaplan e lo conducono presso la maestosa abitazione di Lester Townsend, nello stato di New York. Da lì, una serie di avvenimenti frenetici e irreversibili daranno da fare al nostro Roger il quale, sballottato da una situazione incomprensibile all’altra e in costante pericolo di vita, sarà costretto a cavarsela in quale modo.

Tutte le piste che proviamo a seguire, alla ricerca di tracce e indizi che possano permetterci di comprendere qualcosa sui perché della storia, sembrano chiudercisi in faccia, come le porte dell’autobus sul volto di Hitchcock all’inizio del film. Il regista si diverte a farci smarrire in questo labirinto e, tutto quello che è in grado di concedere, sono particolari futili e ingegnosamente ironici (ci fa sapere, per esempio, che Kaplan ha la forfora ed è di qualche taglia inferiore a Thornhill).

L’ironia la fa da padrona; poche volte come in questo film Hitchcock se ne è servito per sciorinare battute a raffica. Tutta la prima parte con tanto di madre al seguito (una raggiante e salottiera Jessie Royce Landis) che riprende causticamente le situazioni nelle quali si è cacciato il figlio Roger è fresca, invitante e briosa. Una signora viziata dalle partite di bridge con le amiche, che si concede di accettare i soldi del figlio per ottenere la chiave di una camera d’albergo, è un modo non convenzionale di narrazione. Si vede che il nuovo “complice” nella sceneggiatura, Ernest Lehman, ha intenzione di riportare quell’allegria sepolta dalle vicende de “La donna che visse due volte”. Il lavoro del prosatore ridà luce ai personaggi, trionfando con i suoi dialoghi brillanti e astuti. Galeotto fu il treno

Benchè molti sostengano che “Intrigo internazionale” sia un film dalla trama troppo complessa, si può smentire facilmente questa ipotesi ribattendo che è, invece, una pellicola scritta in stato di grazia, piena di spirito, sofisticata e affascinante.

E’ una spy story prettamente hitchcockiana che a tratti somiglia, viste le parentesi rosa che prendono momentaneamente il sopravvento, ad alcuni scritti della conterranea Agatha Christie. Come lei, il regista rimane apolitico e lontano dalla vera Storia; i rischi che corre il Sig. Thornhill vengono da organizzazioni criminali instabili e provvisorie. Il cinema, d’altronde, stava per accogliere le avventure di 007.

E ci si può permettere pure di far incontrare l’ironia con la suspense, visto che i rapitori sono pronti a mostrar le pistole senza tanti cerimoniali. In tal senso, la scena dell’ascensore, con Thornhill che cerca di sfuggire a un possibile attentato alla sua vita, si risolve in una fragorosa risata che rilassa solo i presenti dell’angusto spazio in movimento ma non lo spettatore che ha tutte le informazioni per capire che c’è ben poco da stare allegri. Come dice un signore a capo dell’ufficio dei servizi segreti: “è una cosa triste ma a me viene da ridere”.

Poco dopo, Hitchcock fa incocciare la suspense con la paura vera e propria, mettendo in scena un assassinio con tanto di prova “inconfutabile” ancora  a carico di Thornhill; più che un inseguimento a opera di sconosciuti, quello perpetrato ai danni di Cary Grant sembra un  pedinamento orchestrato dal suo regista che lo fa passare per ladro, alcolizzato e assassino vendicativo. Hitchcock ci mostra che noi stessi saremmo potuti diventare, con una certa facilità e pur conducendo vite ordinarie, vittime ignare di segreti, tradimenti e perfino di trame governative. Una scena memorabile

Una fuga vissuta pericolosamente quella di Roger. Indimenticabile a tal proposito, ed entrato di diritto nella storia del cinema, il tentativo di uccisione tramite il mitra piazzato sul biplano. Una concessione all’action dai risultati strabilianti. Un campo di mais battuto dal sole cocente, una strada pressoché desolata e 7 minuti di girato quasi senza dialoghi, durante i quali accadono un sacco di cose. Suspense cristallina ancora oggi insuperata, e supportata solo dal brontolio del motore dell’aereo che tallona Thornhill e che viola il silenzio del deserto.

Ambientazioni e scenografie a tratti futuristiche accompagnano questo viaggio non previsto; a parte i “soliti” titoli di testa meravigliosamente gestiti da Saul Bass e “proiettati” geometricamente sui vetri del Palazzo delle Nazioni Unite, alcune architetture sono costruite con tecniche avanguardiste e le riprese dall’alto non fanno che esaltare la loro regolarità. Anche la villa di Philip Van Damm (James Mason) nel South Dakota risulta costruita con forme ardite; edificata in pietra e provvista di grosse vetrate con vista mare è caratterizzata da una struttura rigorosa.

E’ il nuovo che si sposa con la Storia del monte Rushmore, lì a due passi. Lode al grande talento di quello scenografo che fu Robert Boyle. Nemmeno lo stile, però, può farla franca e non sfugge ai contenuti esilaranti dello script: la presa in giro si estende fino a una galleria d’asta spassosa, dove Grant offre pochi dollari per opere d’arte considerate di pregio assoluto.

L’aeroporto NordOvest (il misterioso “North by Northwest” del titolo ha, allora, un significato?) dove la Polizia di Chicago conduce Grant secondo le indicazioni dei servizi segreti, è un luogo chiarificatore di molte figure che partecipano segretamente all’intrigo. Roger, il protagonista, guada l’America da costa a costa rendendo omaggio ad alcuni siti emblematici dello Stato, come il palazzo delle Nazioni Unite e il monte Rushmore, conducendo la sua “tranquilla” gitarella nello stile del road thriller nato già ai tempi de “Il club dei trentanove” e di “Giovane e innocente”.

Ecco che l’arbitrarietà di linguaggio, espresso da Hitchcock nei suoi giochi di parole e nei futili tentativi di dare un senso preciso alle sue intenzioni, non è altro che un poderoso e illogico spunto per mettere in scena una suggestione emotiva a danno della plausibilità. Il Maestro ha una totale padronanza dello spazio e del tempo, ordini del tutto malleabili da trasformare in funzione dell’autonomia creativa.

Il romanticismo (elemento che inizia e si compie su di un treno), si diceva, stempera le corse di questi uomini malamente affaccendati in vicende che, alla lunga, sarebbero state poco interessanti. Ma anche questo elemento non fa altro che renderci vittime di continui depistaggi: quella che crediamo possa essere una vera infatuazione oppure un soccorso messo in atto dai “buoni” è solo fumo negli occhi, un calcolato corteggiamento abbinato a freddo distacco, e il risultato è che veniamo sballottati come passeggeri su un accelerato per Chicago.

A volte i baci sono avvelenati ed è impossibile non confrontarsi con l’astuzia e la bruta malvagità della squadra di donne bionde a disposizione di “Hitch”. Il corteggiamento è giunto al termine

L’ultima arrivata si chiama Eva Marie Saint, ed è inevitabile un confronto con le altre ragazze dal capello dorato quali Grace Kelly, Tippi Hedren e Kim Novak. La Marie Saint appare indecisa, con meno carisma e fascino. Non ha molte variazioni di espressività e non bastano nemmeno le pettinature sofisticate di Sydney Guilaroff o gli abiti sfavillanti scelti dallo stesso regista a salvarci da un sottile imbarazzo.

Ciononostante resterà per sempre nella nostra memoria. Quantomeno perché protagonista di una delle scene più originali e subdole richiamanti un coito. Il treno che, sul finale, entra in galleria (e che viene introdotto da un magnifico stacco, attraverso il quale Hitchcock ribalta una situazione di estrema tensione in una di maliziosa intimità) la fa’ in barba al moralista Codice Hays. Ovvia l’allusione all’atto sessuale mostratoci qui con veemenza subliminale.

“North by Northwest” è un film che ha retto alla prova del tempo. L’incomparabile regia di Hitchcock, la solida sceneggiatura di Lehman e la splendida interpretazione di Cary Grant creano ancora una magia alla quale partecipiamo, da spettatori, sempre molto volentieri.

Le avventure di questo giovanotto che resta in giro per giorni e giorni, quasi sempre con lo stesso vestito macchiato di whisky, pesticidi, sangue, impolverato a più riprese, rinfrescato da un solo cambio di camicia, che passa da una stazione di polizia all’altra, da un mezzo di trasporto all’altro (treni, aerei, autobus), che si strappa i pantaloni e sgualcisce pure gli abiti delle signorine… sono impagabili.

Caro Grant, impertinente scavezzacollo che non sei altro, per una volta lascia perdere la guerra fredda e ricordati che la mamma ti aspetta per cena. D’altronde “Psyco” è alle porte e ben altre figure materne sono in sinistra attesa…