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poliziesco

LA BANDA DEL BRASILIANO

Un film di John Snellinberg.

Con Carlo Monni, Luke Tahiti, Alberto Innocenti, Luca Spanò, Gabriele Pini.

Poliziesco, durata 90 min. – Italia 2009.

VOTO: 8


Vaiano, comune in provincia di Prato. Paese di diecimila anime che ha dato i natali a Fiorenzo Magni, uno dei pochi ciclisti in grado di rivaleggiare con Coppi e Bartali. Un “vecchio” come non ce ne stanno più, esponente di una generazione che qualcuno considera ancora sana e di imbattibile caratura morale.

La pensano così gli autori de “La banda del brasiliano”, film che ricorda da subito i classici poliziotteschi degli anni ’70, dato il poster in bella vista di “Roma violenta” con Maurizio Merli, e quelli di altri film di Castellari, Fulci, Lenzi. Grazie ai movimenti nervosi della macchina a mano e alle gradevolissime musiche originali con tanto uso di basso, chitarra elettrica, sax e tromba, votate spesso a ritmi sincopati, i volti da “kriminali”, rappresentanti di una generazione allo sbando senza riferimenti economici stabili, danno un senso al valore culturale in cui avevano creduto quando erano giovani, quando correvano con i go-kart, si baloccavano con i filmini super 8 e tiravano tardi al night.

Una progenie arrabbiata assai, che perde il lavoro anche se laureata, che non ha locali dove potersi divertire, non è ascoltata dai familiari nelle loro piccole grandi ambizioni. E’ questo il leit-motiv principale dell’intera pellicola che, partendo appunto dalla provincia, arriva fatalmente ad abbracciare un interesse di livello nazionale. Ha le idee chiare su come la politica si sia ripercossa sull’Italia attuale (pensioni basse, soldi rubati), anche se le pretese non sono quelle di contestare la condizione della collettività in maniera luttuosa, tutt’altro. Viene privilegiata la tragicomicità. Singolari in tal senso l’improbabile confronto all’americana tra sospetti arrangiati e raccattati a caso (c’è perfino un sordomuto), la bottiglia di J&B sempre sul tavolo a calmare gli animi, e il tratto girato in FI-PI-LI che ci ricorda il tentativo di fuga in autostrada di Gastone Moschin in “Milano calibro 9”.

Carlo Monni recita con gli occhi nascosti dai Ray-Ban e, dalla stanza anonima di un hotel, da vita alla figura un po’ malmessa dell’ispettore Brozzi, un uomo che forse ha passato troppo tempo da solo e adesso non sa più cosa pretendere dalla vita. Di altro spessore è il questore: una colorita controfigura di Vittorio Feltri che si prodiga in un pistolotto contro i giovani d’oggi considerati arroganti e viziati, riducendo immancabilmente il tutto a una questione su chi abbia più “palle”. Le inflessioni dialettali inevitabili rendono l’atmosfera casereccia al punto giusto, semmai è il tono con il quale vengono pronunciate le battute ad assumere lineamenti troppo dilettanteschi; si fa inoltre un abuso esagerato di parole come “cazzo” o “stronzo”. Per fortuna c’è chi parla poco e preferisce comporre cruciverba o giocare al solitario.

La regia è multiforme (nel film c’è anche l’uso di un carrello) e lucida, il montaggio sfavillante, e una dolce malinconia è garantita dalla “FINE” gigantesca scritta sullo schermo a suggellare, come non si usa più, il termine della vicenda. Da qualche parte il cinema italiano doveva pur abitare, seppure povero di mezzi e di soldi (pare che abbiano realizzato il tutto con 2 mila euro, 3 stipendi di oggi). Correte a recuperarlo in DVD oppure, se avete il vantaggio di abitare in toscana, aspettate un’altra proiezione “clandestina”.

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NEMICO PUBBLICO N. 1

Un film di Jean-François Richet.

Con Vincent Cassel, Cécile De France, Gérard Depardieu, Ludivine Sagnier, Mathieu Amalric.

Azione, durata 240 min. – Francia, Canada, Italia 2008. – Eagle Pictures – VM 14






VOTO: 7


Tu sei romantica, amica delle nuvole…” cantava Tony Dallara.

L’animo opposto dell’imprendibile Jacques Mesrine, sentimentale dissidente: fugge dalla famiglia, ingravida una donna spagnola e poi la picchia, rapina, uccide barbaramente, seduce con astuzia le prime femmes che incontra, va in prigione. Mosso da un grande ego, Mesrine fu scaltro a costruire la propria mitologia, condizionando i media e deformandosi in un Robin Hood a suo modo contro il sistema. Occhi irrequieti, attraversati con vitalità da quel cocktail di autocompiacimento e indisciplina, il superbandito protagonista della malavita tra i ’60 e i ’70 è interpretato al meglio da Vincent Cassel, il quale presta volto e corpo trasformandosi nelle molteplici identità delle quali il criminale si servì per tentare di sfuggire alla cattura.

In appoggio a questa bella performance attoriale, l’appassionante montaggio spaziato voluto dall’abile regista Richet, il quale splitta lo schermo diverse volte permettendosi anche tempi di ripresa fuori sincrono. Nel film ci sono passione e angoscia, nuance che virano verso il “polar”, esagerazioni e guasconate. Ci si trova immersi nella giungla accanto a Cassel, senza principi ne’ morale. Nemmeno nei carceri di massima sicurezza il ladruncolo “impara” il rispetto che lui stesso pretende tanto. Comunque non importa: tutto scivola sull’epidermide da elefante di Jacques. “Non, rien de rien, non je ne regrette rien…”.

Resta il fastidio del rumore di fondo delle news accostate alle vicende narrate. Qual è il senso di far comparire i comunicati dell’affare Moro alla tv, per poi riprenderne il filo sul sottofinale con l’intenzione di Jacques di andare a Milano per incontrare le Brigate Rosse? Più che di collera sovversiva, si dovrebbe parlare di odio personale. Raccontare le vicende dell’uomo più ricercato di Francia avrebbe voluto dire anche soffermarsi di più a evidenziare il tempo storico di un paese diviso tra gli imbarazzi della guerra d’Algeria e gli assetti polizieschi di 20 anni dopo.

L’ “Ennemi public n. 1” è un continuo alternarsi vorticoso dell’eterno gioco fra guardie e ladri. E allora non ci si dovrebbe prendere il disturbo a mettere in scena una storia vera, bensì a presentarla così com’è, senza filtri, senza nomi, date, riferimenti. Perché tutto è già romanzato di per se’, la storia ha i crismi per supportare una sceneggiatura visti i molteplici (e spesso simili) accadimenti: rapina ardimentosa sino al masochismo, ammazzamenti, arresto, fuga temeraria, scopata. E poi via da capo, per la modesta durata di circa 4 ore.

Sintesi, signori. Sintesi.


IL CAVALIERE OSCURO

Un film di Christopher Nolan.

Con Christian Bale, Heath Ledger, Gary Oldman, Michael Caine, Aaron Eckhart.

Titolo originale The Dark Knight. Azione, Ratings: Kids+13, durata 152 min. – USA 2008. – Warner Bros Italia. Uscita: mercoledì 23 luglio 2008.






VOTO: 5,5


La voce di Batman è così bassa da farlo sembrare malato di tiroidite cronica. E anche quando smette i vestiti neri in perenne restauro, il suo tono monocorde rischia di addormentare come il suono delle Vuvuzela, grazie all’apporto indolente di Claudio Santamaria. Attento a migliorare le fattezze del nuovo costume, il Cavaliere “mascarato” è libero di muovere la testa in ogni direzione evitando fastidiosi torcicolli e si avvale di lame retrattili, deleterie per chi ha la pelle un po’ disidratata. Insomma, il Cavaliere sembra più testosteronico e combattivo che mai: le tecnologie e la fantasia di 007 gli fanno una pipa.

Ci si è sforzati di far apparire l’uomo vestito da pipistrello in una dimensione reale e attuale, indebolendo le sue certezze e il suo consenso popolare, con l’idea di renderlo antipatico fino a farlo sembrare un nemico. Ma quello che non funziona è soprattutto il dramma che vorrebbe entrare così prepotentemente nelle scene d’azione, le quali, con il Joker in ballo, dovrebbero essere un po’ più leggere, o magari emozionanti. Invece diventano una corsa, un affanno continuo in giro per Gotham City a salvare quello o quell’altro dalle minacce e dalle lune storte del criminale. Si respira aria di Michael Mann, proveniente soprattutto da “Heat”, e il dualismo tra gli ego oscuri diventa accademia.

Le apparizioni “improvvise” del Joker, infagottato in modo da apparire sporco e untuoso, col trucco pesante e slavato, con due occhi neri e una bocca rosso sangue, sono così numerose da risultare prevedibili: ora infiltrato in banca oppure travestito da infermiera è pronosticabile nella sua insospettabilità. Il caos e l’anarchia che egli predica sono all’ “ordine” del giorno, peccato non siano supportati da una buona sceneggiatura, sprecata a difendere le identità dei personaggi.

Il nemico di Batman è sostanzialmente uno psicotico, del tutto privo di coscienza, interpretato con grande senso di perspicacia da un Ledger-lingua-di-serpente che pare leccarsi le ferite del suo osceno sorriso. Il nuovo Joker, doppiato felicemente da Adriano Giannini, non è smorfioso come quello di Nicholson, bensì diabolico e scettico sulla lealtà della razza umana.

Ben si adatta a queste atmosfere fosche e decadenti lo score di Hans Zimmer. Coadiuvato da James Newton Howard, i due hanno composto una ruvida colonna sonora, spaziando dall’heavy metal a sinfonie appesantite dall’uso delle percussioni.

Memorabile la scena dei traghetti sul punto di saltare in aria, con la messa ai voti dei 600 e passa viaggiatori. E’ il punto più basso di uno script senza morale e suspense, la più risibile fra le galoppate notturne del film, ed è una delle ragioni per la quale il nuovo episodio fa venir meno l’interesse verso le vicende narrate, spesso troppo serrate e affastellate. Cosa non si fa pur di pompare la hero-mania! Le edicole si stanno trasformando in cinema (vedi le enormi quantità di DVD che escono ogni giorno) e i cinema si riducono a cappelle votive per i patiti del fumetto, sicuri di trovare soddisfazione dai colpi di pixel sparati dallo schermo.


MILANO CALIBRO 9

Un film di Fernando Di Leo.

Con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet, Frank Wolff.

Poliziesco, durata 101 min. – Italia 1972.

 

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Ugo Piazza, alias Gastone Moschin, esce dopo 3 anni dalla prigione di San Vittore grazie a un’amnistia e l’accoglienza che riceve non è quella delle più simpatiche. Alcuni scagnozzi inviati da un tipo chiamato l’Americano lo seguono, lo sequestrano e lo picchiano, cercando di farlo parlare in merito alla sparizione di 300.000 dollari americani avvenuta poco prima del suo arresto. Nella colluttazione gli vengono sottratti anche la carta d’identità e il permesso rilasciato dal carcere. A Piazza non rimane altro che rivolgersi al commissario di polizia che lo conosce benissimo per i suoi trascorsi, il quale gli chiede una collaborazione per capire come si svolge il passaggio tra corrieri nello smistamento di soldi riciclati dall’organizzazione dell’Americano…

Buonissimo film di genere, il cosiddetto “poliziottesco”, ma con evidenti venature noir, “Milano calibro 9” è diretto Fernando Di Leo, un artigiano nel senso più stretto del termine. Si vede che l’approccio verso lo strumento cinema è spesso arrangiato e un po’ approssimativo, tuttavia il film si presenta come un valido prodotto indipendente girato con un budget risicato.

Ispirato al romanzo postumo di Giorgio Scerbanenco “Stazione Centrale, ammazzare subito”, si avvale di una scrittura spesso ingenua e di bassa lega ma di sicuro impatto emotivo e a suo modo carismatica e ruffiana la quale, nonostante dimostri un po’ i suoi anni, centra perfettamente il bersaglio che intende colpire. I caratteri rissosi, sbruffoni e suscettibili del commissario di polizia e di Rocco, il capo esecutivo del gruppo dei malavitosi, rischiano la caricatura, non ci si appella a sottigliezze psicologiche. Nonostante ciò i personaggi restano, nella loro brutale definizione, verosimili e consistenti.

Il lavoro di Di Leo sull’utilizzo della cinepresa è ammirevole: passiamo da soggettive cariche di tensione a riprese dal basso che puntano sui volti, sulle oscillazioni istintive dei corpi, catalogandone le incomunicabilità, segnalandoli come preminenti rispetto a una cerchia comune e paradossale di personaggi perimetrali. La macchina da presa scorre anche attraverso sequenze filmate a bordo di un’automobile fino alle panoramiche notturne, a mitizzare lo “skyline” della città meneghina.

C’è, tra le maglie della sceneggiatura e nella messa in scena, un’evoluzione di analisi e di accusa sociale: scopriamo che nel giro di soldi riciclati ci sono banchieri, industriali e ricchi possidenti che mandano i loro capitali all’estero. L’essere ammanicati con commissari, finanzieri e magistrati sembra essere la premessa per la riuscita di queste operazioni. Diventa così interessante vedere come il regista approfondisca il tema della trasformazione della Mafia, da “semplice” cancro di periferia a spirale metropolitana riscontrabile in una banda di criminali italo-americani e approdante a un disfattismo che non lascia spazio alle suppliche o ai revisionismi, dove tutti sono destinati a rimetterci.

Le scene degli scontri verbali tra il commissario capo conservatore e il suo vice riformista sono un po’ banali e troppo tese a sottolineare l’inclinazione politica del regista. E’ vero che quelli erano gli anni di Lotta Continua, di manifestazioni e dissapori sociali, ma una mano più leggera sarebbe stata gradita e avrebbe reso meno sbilanciato il messaggio del film.

Da invidiare la bella schiera di attori di questo balletto criminale: Moschin, di solito inappuntabile commediante, si presenta con un volto granitico e provato. Troppe volte inquadrato con la sigaretta in bocca, è impossibile cancellare l’aspetto di infida canaglia innocente che riesce ad assumere. Mario Adorf è incantevole nei panni di Rocco, il tirapiedi dal temperamento rude e mordace. Philippe Leroy è Chino, uno dei personaggi più sofferti e apparentemente ai margini della vicenda; l’attore francese lo porta sullo schermo con tutta la generosità di cui è capace.

Ricca oltre ogni modo è l’orchestrazione che accompagna le immagini della pellicola. Attraverso l’uso di archi e violini conferisce al film un senso continuo di dinamicità e di imminente instabilità dei fatti mostrati; si ha la sensazione che stia per accadere qualcosa di improvviso, pericoloso, violento e definitivo. Riproponendo slanci psichedelici e romantici, ora a sottolineare gli atti feroci ora quelli apparentemente mansueti, la colonna sonora di Bacalov sostenuto dal gruppo napoletano rock-progressive degli Osanna rende la pellicola malinconica, sferzante e amara.

Le tante scene girate in esterni ci fanno riscoprire una Milano triste e nichilista: l’ambiente affascinante e un po’ decadente dei navigli, quello degli alberghi di terza categoria, quello lussuoso e moderno del Pirellone e dei grandi palazzi grigi del potere. La metropolitana e la stazione centrale, con il loro background opprimente, bisunto, sono quasi un manto di ineluttabilità e sofferenza che schiaccia tutto e tutti.

Barbara Bouchet, la signora dalla casa arredata in bianco e nero, entra in scena dopo oltre mezz’ora di film e ciononostante è affascinante e sensuale come non mai. Il suo appartamento, così come l’habitat circostante, è lo specchio perfetto di quello che accade nel film: si ha la sensazione di due opposte fazioni che si scontrano (il bianco e nero, per l’appunto) le quali non si accorgono del rosso “rivoluzionario” pronto a destabilizzarle entrambe. E’ il rosso imprevedibile del tradimento e della conseguente ferocia delle ultime, sanguinolente e censuratissime scene.


NEMICO PUBBLICO (2009)

Nemico pubblico (2009)Un film di Michael Mann.

Con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff.

Titolo originale Public Enemies. Drammatico, durata 143 min. – USA 2009. – Universal Pictures. Uscita: venerdì 6 novembre 2009.






VOTO: 5


Depp incarna lo spirito di John Dillinger in modo monolitico: sguardo torvo o sornione, a seconda che si trovi in pericolo o si goda la bella vita. Dopo aver passato 10 lunghi anni in prigione ha voglia di un immediato riscatto, e probabilmente le corde usate da Depp non sono quelle giuste per farci capire appieno alcune sfumature emotive.

Molto meglio la recitazione sofferta, profonda e concisa di Christian Bale che vince il confronto alla grande. Così come Dante Spinotti che rende affascinanti tutti i personaggi, anche quelli sfacciatamente più similari a quelli veri, grazie alla sua balenante fotografia.

Saturo di dialoghi strafottenti (la corte alla bambola/pupa di turno Billie da parte di Dillinger è quasi parodistica) e pieno di imprecazioni a vuoto, il “Nemico pubblico” del 2009 si trascina stancamente per l’intera sua durata, come accade di solito nel cinema di Mann. Un regista disinvolto e fin troppo pignolo nella messa in scena che non esce mai da una rappresentazioneNemico pubblico, processo pubblico forte e virile, alla lunga stancante e barbosa. Che descriva figure moderne o storiche la differenza non si vede, basta che i protagonisti vestano abiti firmati.

La figura del gangster dipinta anche come gentiluomo, altruista, il Robin Hood affascinante che ruba, ma solo un po’, non è nuova in Mann (ma da un regista così abile nel muovere la macchina da presa mi aspetterei anche un cambiamento dei soggetti rappresentati, finiranno prima o poi questi “bravi ragazzi”). Gli anni successivi alla Grande Depressione sono dalla sua parte.

“Dilly” rapina per il gusto di farlo, senza aver piani o progetti per il futuro. E’ un “Re del mondo” che crede di poter andare dove gli pare, immortale passeggero di un Titanic che affonda. E’ così romantico da permettersi frasi languide persino durante i lenti (miele, miele, miele). Sfugge agli arresti e alle carceri svicolando meglio di Berlusconi e dei suoi avvocati.

Ogni epoca ha il coglione che si merita.


FAST & FURIOUS – solo parti originali

Fast & Furious - solo parti originaliRegia: Justin Lin. Sceneggiatura: Chris Morgan.

Attori: Vin Diesel, Paul Walker, Michelle Rodriguez, Jordana Brewster, John Ortiz.


Fotografia: Amir M. Mokri. Montaggio: Fred Raskin, Christian Wagner. Musiche: Brian Tyler. Produzione: Neal H. Moritz Productions, One Race Productions, Original Film, Universal Pictures. Distribuzione: Universal Pictures Italia.

Paese: USA 2009. Uscita Cinema: 17/04/2009.

Genere: Azione.

Durata: 107 Min.


VOTO: 8

Dopo 8 anni dal primo episodio di quella che poi sarebbe diventata una serie tra le più adrenaliniche degli ultimi tempi, ecco far ritorno Vin Diesel nei panni di Dominic Toretto, fuggito in Messico perché ricercato dalla polizia. L’unico affetto rimasto al nostro eroe è Letty (Michelle Rodriguez, poi vista anche nella serie tv “LOST”) con la quale compie ancora azioni spericolate a bordo di macchine truccatissime.

Sarà a causa di questa esistenza così ai limiti che Dom perderà Letty, uccisa spietatamente. La sete di vendetta lo spingerà a ritornare a Los Angeles, dove troverà di nuovo l’agente Brian O’Conner e, con lui, darà la caccia a quello che si scoprirà essere un nemico comune…

Il quarto episodio della saga “F&F” è anche quello tra i più riusciti. Oltre a richiamare in azione il carismatico Vin Diesel, costruisce una trama che va oltre la messa in scena di macchine che corrono solo per il gusto della sfida clandestina e dell’ebbrezza della velocità. La storia è sufficientemente intricata e menziona a gran voce il genere poliziesco tipico di certo cinema di Richard Donner e Walter Hill, con il racconto che viene costellato da battute spiritose volte a stemperare i contenuti, altrove più drammatici. Ed è per questo che il film suscita una certa ammirazione e sorpresa.

Già l’inizio è splendido con la messa in scena di un grandioso furto di un carico di benzina destinato alla Repubblica Dominicana; Justin Lin ci da’ una grande prova di come si dirige una scena d’azione e, come potete ben immaginare, questa non sarà la sola del film (date un’occhiata ai momenti dove le auto sfrecciano a tutto gas attraverso tunnel accidentati scavati nella grotta). Un ulteriore pregio del regista sta nell’aver saputo decelerare e prendere le dovute distanze dall’abuso di corse automobilistiche ai limiti del possibile, alternando le sequenze più in”trip”pate a occasioni dove far prevalere il dialogo e l’approfondimento psicologico dei personaggi. Una volta tanto è necessario liberarsi della puzza sotto al naso che contraddistingue solitamente il critico votato al cinema d’autore e riconoscere il giusto e meritato valore di cinema un po’ triviale, dozzinale e di minor pregio.

Vin Diesel (che, a dispetto del cognome, ancora una volta va a benzina) si conferma decisamente adatto per le parti del “tosto ma tenero”, quello che ti conviene avere dalla tua parte piuttosto che essergli contro. Ha un seducente sorriso canzonatorio e muscoli oliati ben in vista che ne fanno un degno successore dei fenomeni dei film d’azione come Stallone o Schwarzenegger. La Plymouth Roadrunner di Letty

Toretto si muove tra musica rap sparata a palla a far da sottofondo, qualche fondoschiena sculettante di troppo e bacini ancheggianti sbattuti in primo piano a far salire gli ormoni dei giovanotti (il connubio donne e motori, si sa, è sempre vincente da questo punto di vista). E pare che vada di moda e tiri parecchio anche il bacio saffico: evidentemente stuzzica gli appetiti sessuali del maschio più di quanto non sembri.
Dispiace sentire che, in un paio di occasioni, la parola “finocchio” sia stata usata ancora come insulto e dispregiativo. Era forse necessario distinguere un ambiente votato alla meccanica, alla rincorsa della gonna corta e della coscia lunga come esclusivamente machista?! Quello di “F&F” è un mondo di macchine truccate con una serie di automobili risalenti agli anni ’70 di tutto rispetto, come la Plymouth Roadrunner di Letty o la Ford Gran Torino (e con quella di Eastwood, già al cinema da un po’, facciamo il paio) di Fenix. L’attenzione ai dettagli nella cura e nell’esposizione delle auto è quasi maniacale.

Spesso le scene di azione “in corsa” vengono accompagnate da una colonna sonora che spazia dal rap, all’hip hop, all’R&B; ritroviamo artisti del calibro di Busta Rhymes e Robin Thicke. I brani sono tutti ben cadenzati e nervosi, adatti alle sequenze di inseguimento. Certo è che una track list così uniformata e livellata si ricorda solo per la mancanza di qualsiasi pretesto di creatività.


SOLO 2 ORE

Solo 2 oreUn film di Richard Donner.


Con Bruce Willis, Mos Def, David Morse, Cylk Cozart, Heather Dawn.



Titolo originale 16 blocks. Azione, durata 105 min. – USA 2006.


data uscita 31/03/2006.



VOTO: 4,5

Jack Mosley, detective della polizia di New York,  è un uomo segnato dalle esperienze della vita e conduce un’esistenza apatica, stanca, che lo porta a  bere come una spugna. Non è più giovane e nel torrido clima estivo della Grande Mela anche l’attività più ordinaria lo lascia col fiato corto, pronto ad accendere ventilatori e condizionatori per poter respirare meglio. La gamba malandata non lo aiuta di certo, altro “tallone d’Achille” che lo fa arrancare vistosamente.

Tuttavia Jack è uno navigato, sa il fatto suo, non gradisce più il lavoro “pesante”, che ad ogni occasione lascia volentieri ai colleghi più giovani e ancora pieni di energie o di ideali; aspetta solo la fine della giornata per tornarsene a casa e chiudersi nella sua tana mediocre, dove in compagnia di se stesso e di una bottiglia da pochi dollari se ne sta in panciolle fino all’alba successiva.

Un mattino qualunque (e non lo sarà) si ritrova a fare da baby sitter ad una “piccola emorroide”, un giovane prigioniero di colore, Eddie Bunker, che dovrà testimoniare al tribunale che si trova a 16 isolati di distanza (i “16 blocks” del titolo originale). Jack cerca di evitare l’incarico, ma visto che si tratta di una faccenda di un paio d’ore, alla fine accetta seppur malvolentieri; durante il tragitto verso il Palazzo di Giustizia non resiste al richiamo dell’alcool e si ferma in un piccolo negozio per prendere una bottiglia, tanto una piccola sosta non cambierà certo la sua mattinata…

Ed è invece quella l’occasione attraverso la quale scoprirà che il suo stesso corpo di Polizia intende eliminare lo scomodo testimone e coprire così le ingombranti responsabilità di abusi, estorsioni e mazzette che “macchiano” le divise di quel distretto. Da lì in poi inizia un inseguimento serrato e una caccia all’uomo vorticosa tra le vie trafficate del centro e all’interno degli edifici della zona.

Jack rantola e “raucheggia” per tutto il film e ciononostante si trovi costantemente sotto il fuoco “amico”, riesce sempre a cavarsela per un pelo attraverso soluzioni e metodi un po’ troppo elementari. Dopo 40′ di tallonamenti e rocambolesche fughe, durante le quali riesce a disarmare e ammanettare un buon numero di poliziotti, si capisce già come il suo personaggio sia destinato all’immortalità. Ogni situazione rischia di diventare paradossale (il coinvolgimento dei procuratori, i quali attendono in aula il testimone oculare, è un appiglio di sceneggiatura eccessivo).

Spettacolare e di sicuro effetto, ma anche dura da digerire, è la scena dove il Nostro si mette a giocare all’autoscontro con le pattuglie della polizia, usando un autobus con le ruote a terra per  infilarsi in un vicolo cieco ed eludere come niente fosse un centinaio di sbirri.

La storia è senz’altro seducente, ma non abbastanza originale per distaccarsi da altri classici del genere poliziesco; per fortuna che alla regia c’è Richard Donner, ottimo mestierante che rende la visione almeno funzionale.

Bruce Willis, volto scavato e sguardo accigliato quanto basta per renderlo una figura memorabile,  viene malamente sprecato all’interno di questo insignificante “calderon-movie”. Attenti che mira bene!

I vagheggiamenti del giovane Eddie sono gli unici riempitivi di racconto ai quali sostenersi per godere un po’ della narrazione. Ecco un esempio dei suoi monologhi:

“Tu sei su una macchina che ha un solo altro posto libero e sta arrivando un uragano.

Un uragano, capito?

Alla fermata dell’autobus c’è una vecchia che sta male, il tuo migliore amico che ti ha salvato la vita e la donna dei tuoi sogni.

Chi fai salire sulla macchina ?”.

In fondo la sua è una figura sensibile, un po’ naif e quasi poetica nella sua ostinazione a voler raggiungere il sogno di fare il pasticciere.

Alla fine Eddie riuscirà a farci spendere una lacrimuccia, coronando il suo sogno di aprire un’invitante pasticceria e preparare torte prelibate.

Ma gli sceneggiatori di questa pellicola, tanto si sono rivelati inadeguati, non meriterebbero di assaggiarne nemmeno una fetta!