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noir

KILLER JOE

Un film di William Friedkin.

Con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Juno Temple.

Noir/Drammatico, durata 103 min. – USA 2011. – Bolero. Uscita giovedì 11 ottobre 2012. VM 14.

VOTO: 8

È sempre più difficile, al giorno d’oggi, scegliere come investire i propri soldi. Riduzione degli stipendi, disoccupazione, debito pubblico: non mancano i motivi per avere paura. Quasi tutti i tipi di mercato presentano una volatilità che farebbe perdere la fiducia a chiunque. Tuttavia esiste un settore alternativo che presenta una certa stabilità. Una branca nella quale è possibile investire una cifra e raddoppiarla nel giro di poche ore. Basta trovare un sicario. E in culo all’austerità.

Lode alla famiglia completamente disgregata, “Killer Joe” è dominato da vecchi rancori, matrimoni finiti, figli allo sbando, junk food che gira disinvolto come una tigre del Bengala nella foresta, ora raffigurante la (altro…)

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OCCHI SENZA VOLTO

Un film di Georges Franju.

Con Alida Valli, Pierre Brasseur, Edith Scob, François Guerin, Alexandre Rignault, Claude Brasseur.

Titolo originale Les yeux sans visage. Giallo/Fantascienza/Noir/Thriller, b/n durata 87′ min. – Francia, Italia 1960.

VOTO: 7

Una serie di alberi spettrali e spogli assediano il percorso di un’auto che incede nella notte. Alla guida una donna tormentata pulisce il vetro, un po’ per cercare di vederci meglio data la foschia invernale, un po’ per dare sfogo alle sue preoccupazioni. Sul sedile di dietro una figura indistinta è scossa dalle irregolarità dell’asfalto. La strada percorsa è secondaria, sembra deserta. Invece un’altra macchina si avvicina, punta i fari sulla scia della vettura che la precede, poi sorpassa facendo tirare un sospiro di sollievo all’autista. Ci si aspetta un contrappunto musicale alla “Psyco” e invece affiora la musica febbricitante e oscura di Maurice Jarre. Anche qui dopo tutto c’è una donna al volante che sembra in fuga da qualcosa o qualcuno, e il suo (altro…)


HENRY

GENERE: Commedia, Azione, Noir.

  • ANNO DI PRODUZIONE: 2010.
  • NAZIONE: Italia.
  • DURATA: 86 minuti.
  • ANNO DI DISTRIBUZIONE: 2012.
  • DATA DI USCITA: 02-03-2012.

VOTO: 5

La polizia di Roma, dopo aver indagato peracottaramente su un duplice delitto avvenuto nell’ambito della droga, arresta Giovanni (Michele Riondino, conosciuto per il ruolo del giovane Montalbano), un fannullone innamorato trovato in possesso di 10 grammi di eroina e subito imputato di omicidio. Il tutto senza preoccuparsi di confrontare le impronte del ragazzo con quelle lasciate sull’arma del delitto. Giusto per ridere, Giovanni viene messo al fresco per due/tre giorni, in una cella abitata da detenuti non molto ospitali, mentre (altro…)


DRIVE (2011)

USCITA CINEMA: 30/09/2011.


REGIA: Nicolas Winding Refn.
ATTORI: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Ron Perlman
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PAESE: USA 2011. GENERE: Drammatico, Noir, Thriller.  DURATA: 100 Min.

VOTO: 6

Un giovane senza nome si interessa al basket NBA. E non per ragioni sportive. Lo Staples Center di Los Angeles, città con oltre 100.000 strade, è un ottimo rifugio per confondersi con i tifosi all’uscita della partita e per sfuggire agli inseguimenti della polizia. Il mestiere scelto dal trentenne dalla faccia pulita è piuttosto complicato: un driver, ovvero una specie di taxista in appoggio a rapinatori che da soli non saprebbero come fuggire col bottino, e allora richiedono le sue prestazioni. Anonime (perché usare tutte le volte un cellulare differente quando il lavoro sporco lo si fa senza coprirsi il volto?), silenziose (il Nostro (altro…)


PULP FICTION

Un film di Quentin Tarantino.

Con John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Amanda Plummer, Eric Stoltz, Bruce Willis, Ving Rhames, Uma Thurman, Rosanna Arquette, Harvey Keitel, Maria de Medeiros, Christopher Walken, Steve Buscemi, Quentin Tarantino.

Hard boiled, durata 154 min. – USA 1994.

VOTO: 8

La faccenda non è la bambina in pericolo. La faccenda è una rapina in banca fatta con un cazzo di telefono!”.

Mentre la funzione del cinema classico era quella di utilizzare le “contraffazioni” narrative per generare interesse nello spettatore, “Pulp Fiction” fa vedere come le illusioni e i McGuffin prestino servizio a un disordine nei ruoli, a uno scombussolamento d’animo solo per il gusto di togliere gli equilibri e le certezze in chi vede. Non si sa più per chi parteggiare (ammesso che ciò sia indispensabile). Non si sa cosa c’è dentro la celeberrima valigetta, però siamo contenti di osservare i personaggi mentre la rincorrono, la possiedono, guardano cosa c’è dentro, divisi tra stati d’animo opposti. La valigetta non è nient’altro che quell’elemento-icona un po’ misconosciuto che ritroviamo sui nostri desktop, e che non siamo in grado di sapere bene a cosa serve finché non ci clicchiamo. Ammesso che il sistema operativo permetta questa funzione.

E’ un’incertezza che non tocca minimamente l’idea registica che Tarantino ha avuto per svolgere questo film. Pochi movimenti, macchina da presa quasi fissa, qualche stacco, nessuna iperbole visiva e la rinuncia a un montaggio rapido. La preferenza è ancora una volta verso i tempi lunghi, ingranditi così tanto da risultare quasi insostenibili. Tra quelli che restano maggiormente indelebili c’è il pigro piano sequenza in steadicam che riprende Vincent e Jules prima dell’incursione nell’appartamentino degli spacciatori e, con le stesse caratteristiche ma leggermente più corto, il trepidante rientro a casa di Bruce Willis nel tentativo di recuperare “The gold watch”.

Delizioso è il pedinamento che, fatto alle spalle di John Travolta, ci introduce all’esplorazione del “Jack Rabbit Slim’s”, locale dalle morfologiche sembianze risalenti a un’altra epoca. Le panoramiche ondeggianti in semisoggettiva, ci permettono di distinguere i camerieri-controfigura di Zorro, Marylin Monroe, James Dean, Mamie Van Doren. A questa sequenza segue la gara di twist, diretta con un’invidiabile attenzione verso il tempo reale, con tanto di ricognizione sulla levata di scarpe di Travolta e Thurman a dare un senso naturale di consequenzialità. Una delle scene più belle è in aggiunta il “buco” di Vincent Vega: montaggio in parallelo tra la preparazione della dose nella casa dello spacciatore, con inquadrature tutte provenienti dal basso, e il viaggio in auto, i capelli al vento e, all’orizzonte, un fondale smaccatamente “dipinto” da immagini girate in precedenza, un po’ come si faceva nei vecchi film d’epoca. Quasi tutti gli spostamenti in auto sono così: è l’esaltazione della simulazione e lo svelamento di personaggi sempre più somiglianti a eroi dei disegni animati (lo “sconfinamento” di “Kill Bill” sarà, al riguardo, illuminante e accolto da chi scrive con enorme liberazione).

Non tutto il lavoro prodotto ha i suoi buoni risultati. A volte il ritmo ne risente: la pellicola si carica di staticità per via di una sceneggiatura che si dipana lentamente. La parola è sovrana, domina l’intera scena e ci coinvolge nella sua arte affabulatoria, offrendoci una mistura vigorosa di elementi di genere acquietati da un cerimoniale lessicale nel quale i dialoghi alternano mediocrità a intelligenza, non spingono mai verso un’azione certa (e il non sapere il futuro mette ansia in chi guarda/ascolta), avvicendando stili beffardi ad altri stolti e fingendo di rappresentare una filosofia che non c’è.

Ha problemi di peso”.

Cosa deve fare, poveraccio, è samoano!”.

Per fortuna arriva in soccorso l’ironia. Tarantino e Avary, autori dello script, hanno inserito alcune mirabili perle di sarcasmo, turpi e sconvenienti. Come quando veniamo informati di un tizio che ha tenuto nascosto un orologio nel sedere per 5 anni, per poi morire di dissenteria. Oppure quando Bruce Willis si trova costretto a scegliere tra una mazza da baseball, una motosega e una bella katana… Ci sarebbe da soffermarsi anche sulla “fine” tragicomica che si svolge nel RETRO del negozio di elettronica per sollevare un dubbio sulla presunta omofobia dell’autore, ma non ci sono elementi sufficienti per formulare un eventuale “rimprovero”. Il dialogo sul massaggio ai piedi all’interno del ristorante invece, è frivolo e drammatico allo stesso tempo: da una parte sappiamo trattarsi di un atto che non dovrebbe giustificare moti di gelosia, dall’altra conosciamo il destino del “predecessore” di Vincent Vega, il quale ha fatto davvero una brutta fine. Ridere della morte, forse per scacciarla, è una risorsa che lo spettatore conserva per poi rituffarsi nell’intrigo feticista, dato che Tarantino, di lì a poco, sarà ancora una volta alle prese con i piedi…

A sostenere l’ossatura di “Pulp Fiction” provvedono anche i luoghi frequentati dai personaggi. Non poteva mancare il fast food che, oltre ad aprire e chiudere il film, quasi a volerlo contenere e proteggere da un’identità prettamente “americana”, esalta la popolarità della pellicola, indirizzandola verso quella collettività trasversale che si riconosce in un territorio così comune e accessibile. Così come abbordabile risulta l’automobile, oggetto prezioso tanto da essere accudito e pulito; luogo deputato alle confessioni (su “cosa fare ad Amsterdam quando sei vivo”, sui cibi più prelibati per palati americani ordinari), ai nascondigli di droga, armi e cadaveri, e finanche utilizzato come tavolo nel locale alla moda frequentato da Mia e Vincent. Il rettangolo con linea tratteggiata è invece l’isola che non c’è: non dimentichiamoci che siamo in un fumetto, e a volte le parole non servono. Basta un mezzo grugnito e tutto si spiega da se’.

La sensazione è che, col passare del tempo e dopo ripetute visioni, “Pulp Fiction” non mantenga tutta quella forza che lascia dopo il primo impatto. Probabilmente i tempi dilatati appesantiscono alcune scene rendendole prevedibili. Tarantino rimane un esponente di un nuovo modo di parlare allo spettatore; il rischio è quello di annoiarlo o di prenderlo per sfinimento, tante sono le elucubrazioni a volte così personali e soggettive che minano alla base il suo intento. Forse il metodo non è così indispensabile al cinema, però ben si adatta al nostro presente così “fluido”, pronto ad assorbire velocemente qualsiasi sottotesto, trangugiandolo senza pretendere che ci si fermi a pensare al gusto. Tutto sommato, alla fine, sentiamo che la pellicola non ci ha trasmesso un messaggio particolare e non ha assunto un punto di vista sociologico ben preciso. Nella sua intenzionale esteriorità si possono cogliere quelle affamate scie post-moderne che tanto si sono vantate di esistere grazie all’accumulo di informazioni, senza che si siano dannate troppo a decifrarle criticamente. Bastava servirsi del piacere dato dal libro/testo e rompere con il piacere dato dalla sostanza. Probabilmente le vere innovazioni si sono come esaurite. Sono rimaste le mute apatie.

L’opera di Tarantino resta un fenomeno di costume e un cult ormai indiscusso. Ostenta legioni di fedelissimi, pronti a citare a memoria alcune battute del film e a esaltarne la cultura pop. Lo stesso regista, come per giustificarsi e dare un tono autorevole a ciò che sta per esporre, all’inizio del suo film ci informa che l’American Heritage Dictionary definisce “pulp” una massa di materia informe e molle (viscere, carne martoriata e cervelli sbriciolati?), oppure un libro che tratta di argomenti sinistri, normalmente stampato su carta di qualità inferiore. Per l’appunto.


LE IENE

Un film di Quentin Tarantino.

Con Harvey Keitel, Steve Buscemi, Tim Roth, Michael Madsen, Chris Penn.

Titolo originale Reservoir Dogs. Hard boiled, durata 99 min. – USA 1992.

VOTO: 8


Quentin Tarantino ha una conoscenza straordinaria del mondo della celluloide. Grazie al suo ex impiego presso una videoteca, ha assimilato nozioni soprattutto dal cinema d’azione, da quello poco glamour e sgargiante dei “B” movies, fatto più che altro con molto mestiere e pochi mezzi a disposizione. Ciononostante è un uomo ancora “virgin”, nel senso “ienesco” del termine. Il suo essere trasversale gli permette di divenire un portento commerciale: conosciuto sui giornali cinematografici di nicchia e sulla rete, tra gli amanti del cinema d’essai e tra i sostenitori di quello di genere, la sua abilità segue parabole fasulle e alterne, staccate da qualsiasi riferimento classico. Per amarle occorre considerare il tutto come una circostanza ricreativa, e aliena a qualsiasi praticità.

Per il suo debutto sceglie un azzeccatissimo cast di attori, e li mette a far parte di un turbinio di sospetti, amicizie virili, tradimenti ed esorbitanti tensioni. Li fa muovere all’interno di una location concreta quale un deposito, e li filma usando grandangoli, preferibilmente sfiorando il terreno. In tal modo accentua il senso di claustrofobia, gonfiato dal fatto di provare la sensazione di trovarsi in un luogo “sporco”, una specie di rimessa in disuso con tanto di ganci appesi al soffitto che è stata ripresa più volte dagli horror contemporanei. Oppure muove pacatamente la mdp seguendo, in una specie di dissociata estasi, le lunghe conversazioni tra i rapinatori.

Non manca, usato abilmente, il fuori campo quasi “opportuno”, che non ci fa assistere al “taglio” col rasoio dato al poliziotto dal folle Mr. Blonde, il quale trova pure il tempo di esibirsi in una danse macabre. L’allontanamento dalle due figure principali non è segno di titubanza; diventa un’occasione per mostrarci una scritta sul muro che recita “watch your head”. L’agente avrebbe dovuto curarsi della propria testa; un’espressione sarcastica che smussa in parte la crudeltà dell’atto.

Tutti vestiti con un completo nero su di una camicia bianca, i cani da rapina con nomi fittizi “dipinti” di Orange, Brown, Pink, White, Blonde e Blue, non si avvedono che, a dom(in)arli, è il caricato colore rosso del sangue. Così facilmente distinguibili nel loro abbigliamento smaccatamente gangsteristico, non ci è dato sapere quasi niente circa i loro rapporti col resto del mondo. Il capo Joe  “La cosa” Cabot, una volta assegnati i nomi ai personaggi, nasconde ragguagli sulle generalità non solo ai componenti del branco, ma anche alla platea degli spettatori. Le uniche indicazioni che ci è dato di sapere riguardano le avversioni alle mance, le conoscenze sui programmi tv, simpatie radiofoniche di 20 anni prima, storie fantasiose di latrine battute da cani-poliziotto.

La violenza sterminata, spesso attenuata da un contesto frivolo e quasi canzonatorio, a volte è fastidiosa. Se non ci fossero le musiche e i dialoghi della stazione radio (scritti da Roger Avary) a far riposare un po’ i nervi, si rischierebbe l’accidente. La carne trucidata dalle pallottole e dai rasoi è una profanazione difficile da digerire. Predisposti all’urlo e alla nevrosi facile, i nostri “eroi” gradiscono l’uso della parolaccia come riempitivo di frasi e dialoghi incessanti, spesso senza un vero senso. Si rimane increduli di fronte a malviventi dissanguati che tengono discorsi come se si trovassero a un convegno. Ma è proprio questo eccedere che anticipa un gergo velenoso e irruento. Come il corpo, che va di pari passo con la mimica.

Muovendosi sulla falsariga della narrativa disgregata di “Rapina a mano armata” di Kubrick, l’impeto de “Le iene” sta nello svecchiare con i toni del noir l’ossatura tradizionale delle opere poliziesche prettamente drammatiche, esagerando con alcune brutalità visive. Quello che è forse l’espediente più inedito del film, e che per questo si distacca dal “The Killing” kubrickiano, è il non far vedere nulla della rapina. Ciò consente a Tarantino di sottrarsi a qualsiasi similitudine con pellicole che trattano concetti simili: Kubrick governa il furto in modo scientifico e prolisso, laddove Quentin elude e poi cancella del tutto.

Mettiamo a fuoco quella che possiamo definire esteriorità, la quale agisce nel segno della divagazione: si schiudono linee narrative in apparenza ausiliarie rispetto al centro del racconto, dal quale ci si discosta a poco a poco, sino a quando l’intervallo è tale da rendere inattuabile e marginale un riflusso. Chi assiste allo spettacolo non viene soltanto disorientato nel suo ambito di prospettiva, ma prorogato verso qualcosa che gli giunge come infondato. Ed è qui che emerge, prepotente, la figura di cineasta qual è Tarantino: potersi permettere il controllo d’insieme delle parti, delle loro (a)simmetrie, dei loro schemi d’incastro. “Norme” che possono anche includere reiterazioni della stessa immagine (vedi la scena di Mr. Orange tormentato dal dolore sul sedile posteriore dell’auto).

L’indubitabile preziosismo del telaio narrativo, dato in particolare dal suo evolversi temporalmente, chioccia sulla brillantezza e sull’intermittenza di alcuni dialoghi. Questo fa dei protagonisti figure caratteriali carenti e irrilevanti (a ciascuno un colore a caso), che palesano le proprie attitudini in modo saltuario e quasi riflesso, mediante gag, bugie insolite, atti rabbiosi. Burattini nelle mani di Tarantino che si serve di loro per dar sfogo a un revival popolare fatto di spettacoli, musiche, trasmissioni televisive. Un perspicace riutilizzo e una ponderata riedizione di temi, spazi e simboli già incontrati e adorati da altre parti.

Il finale di “Reservoir dogs” sembra sospeso, poi rimandato e infine congelato dal fermo immagine. Nel film si parla di un ricettatore di nome Marcellus, mentre uno dei personaggi, e più chiaramente Mr. Blonde, porta il nome di Vic Vega. Due cognomi che torneranno di lì a 2 anni in “Pulp Fiction”.


VENDICAMI

USCITA CINEMA: 30/04/2010.


REGIA: Johnnie To.
SCENEGGIATURA: Johnnie To, Wai Ka-Fai.
ATTORI: Johnny Hallyday, Sylvie Testud, Anthony Wong, Simon Yam, Lam Ka Tung, Lam Suet.


PAESE: Francia, Hong Kong 2009. GENERE: Noir. DURATA: 108 Min. VISTO CENSURA: VM14.



VOTO: 5


“Monsieur Costello faccia d’Hallyday” è uno che guarda sempre avanti, purtroppo. Pure di fronte alle sofferenze della figlia in ospedale non si fa troppi scrupoli e passa subito alla vie di fatto. La voglia di partire immediatamente per una vendetta annunciata è tanta, così come l’estenuante tour de force che attende chi, al cinema, ha già avuto a che fare con questo tipo di concezione. Il volto dell’attore francese è sofferto quanto basta, ma troppo consumato e austero nelle sue pose con gli occhi spalancati per poter essere credibile come vero duro.

Le implicazioni sulle famiglie degli assassini sembrerebbero elementi aggiuntivi a una vicenda già troppo risicata di per se’. Prontamente tradite da uno scritto che mette irresponsabilmente in pericolo la vita di tanti bambini con la scena dell’appiccicatura delle bandierine, e cercando di rimediare con un finale che vorrebbe essere rivolto alla libertà e a un ritrovato equilibrio ma che giunge desolante e stridente.

To cerca disperatamente di rimanere in equilibrio tra farsa e tragedia: ecco che il lancio del “piatto piattello” durante il pranzo-adunanza con i nuovi gaglioffi di turno, e messo lì tanto per fare simpatia e tenere il film su un livello leggero, è abbastanza seccante. Così come il conseguente tiro al bersaglio a una bici in movimento per tentare di farla rimanere in equilibrio. Sarebbe stato meglio volgere in burla alla Bud Spencer e Terence Hill. Tuttavia, senza la leggerezza di quei toni (qui ci stanno due bambini ammazzati con tanto di famiglia al seguito e sangue a irrigare i pavimenti del nido domestico), non può aspirare alla stessa semplicità e levità narrativa.

Quando la Vendetta diventa un rito, un’ossessione, una malattia per uomini perduti e soli, bisogna stare attenti a come la si rappresenta. Altrimenti si rischia di mettere in scena un “Giustiziere della notte” arrivato con oltre 30 anni di ritardo e col sapore delle vecchie Polaroid scattate in soccorso al pericolo costante della perdita d’identità. Si abusa senza sosta dell’estetica della moderna violenza: la sparatoria notturna nel bosco e al chiar di luna, mentre “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, che abusa di ralenti e si appoggia sugli effetti sonori è eloquente. Le nuvolette di sangue che si alzano a ogni proiettile sparato sono fastidiose come le zanzare tigre nei periodi estivi.

E il tutto è così uguale a tanto (troppo) altro cinema già visto, masticato e digerito che non c’è da meravigliarsi se il protagonista “cede” alla perdita della memoria e va avanti ad amnesie intermittenti. Imperdibile in tal senso il conflitto a fuoco che vede i protagonisti nascosti dietro a cubi rotolanti e spinti da ventilatori, giusto per arricchire il quadro scenografico e gettare un po’ di polvere negli occhi dello spettatore. Tanto di cappello per come Johnnie To muove la sua cinepresa (una regia apprezzabilissima con un invidiabile colpo d’occhio), eppure non da credibilità e forma compiuta alle sovrabbondanti e curate coreografie. Rischia di assomigliare più a un Besson che a un Leone.

I cattivi poi, dovrebbero essere definiti caratterialmente da che si permettono di spupazzare la bella di turno sul tavolo dove si mangia e davanti a tutti: se l’insieme può essere accolto e riconosciuto come una trovata arguta, allo stesso modo è ribaltabile come inutile e rinomata stronzata che non aggiunge niente alla narrazione.