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LUNCHBOX

Lunchbox

Lunchbox

Un film di Ritesh Batra.

Con: Irrfan KhanBharati AchrekarNimrat KaurDenzil Smith Nawazuddin SiddiquiNakul VaidYashvi Puneet Nagar Lillete Dibey

Anno: 2013.

 

 

 

 

VOTO: 7

 

 

Può il cibo cambiare la tua giornata?
Può un sapore farti cambiare prospettive?
Può un errore ridare colore alla tua vita?

Probabilmente si, secondo quanto raccontato da Ritesh Batra in Lunchbox, film indiano uscito lo scorso novembre nelle sale italiane.
Da una parte un impiegato di mezza età solo ed annoiato, prossimo al prepensionamento  (Irrfan Khan, “Life of Pi”), dall’altra una giovane casalinga, desiderosa di riaccendere la passione di un marito egoista e troppo preso dal proprio lavoro.
(altro…)


CAPTAIN AMERICA – Il primo vendicatore. Visto da TheVirgo

“Captain America: The First Avenger” è un film a colori di genere azione, avventura della durata di 125 min. diretto da Joe Johnston e interpretato da Chris Evans, Hugo Weaving, Samuel L. Jackson, Tommy Lee Jones, Stanley Tucci, Natalie Dormer.


Prodotto (anche in 3D stereoscopico) nel 2011 in USA – Uscita originale: 22 luglio 2011 (USA) – e distribuito in Italia da Universal Pictures il 22 luglio 2011.

VOTO: 4,5

Ci risiamo… ho perso il conto dei film estrapolati da cartoni animati, fumetti, manga e anime usciti negli ultimi tempi.

Devo dire che il personaggio di “Capitan America” non lo conoscevo; di lui non ho mai letto niente e sono rimasto perplesso quando la prima volta ho visto un cartellone (altro…)


DYLAN DOG

USCITA CINEMA: 16/03/2011.


REGIA: Kevin Munroe.
ATTORI: Brandon Routh, Sam Huntington, Anita Briem, Taye Diggs, Peter Stormare.


PAESE: USA 2011. GENERE: Horror, Thriller, Mystery. DURATA: 108 Min.




VOTO: 2,5


Da piccolo (e ogni tanto anche adesso) ero solito comprare settimanalmente una copia di Dylan Dog, in assoluto il mio fumetto preferito. La caratteristica base di queste storie era il continuo mantenimento di uno stato di suspense e ansia, che portavano a finali che quasi mai concludevano realmente l’episodio e lasciavano il dubbio che tutto ciò che era successo fosse in realtà nell’immaginazione dei protagonisti. Da mesi, quindi, aspettavo con impazienza l’uscita di questa trasposizione e non ho perso l’attimo per infilarmi al cinema alla prima occasione disponibile.

Il film inizia a New Orleans (dove si svolgerà interamente, anziché a Londra, che era l’ambientazione del fumetto) con la scoperta di un omicidio: la biondissima Elizabeth Huntington trova il cadavere del padre orrendamente mutilato e intravede un licantropo fuggire dalla stanza. Snobbata dalla polizia, la ragazza decide di rivolgersi a Dylan Dog (Brandon Routh) un investigatore privato che pare occuparsi di occulto e di cui ha trovato il numero proprio tra gli effetti personali del genitore. Il bel Dylan (rigido come un pezzo di legno per tutta la durata della pellicola) torna ad investigare su un campo che aveva lasciato anni prima a causa di una tragedia che lo aveva colpito personalmente, e si fa aiutare da Marcus (che ha l’ingrato compito di sostituire il bizzarro Groucho del fumetto), un non-morto che fatica ad accettare la sua condizione. Da questo momento in poi il film pare trasformarsi in una scopiazzatura della saga di Twilight, in una lotta senza quartiere tra Lupi Mannari e Vampiri, con la partecipazione straordinaria di una congrega di Zombie sfigati associati in una sorta di “anonima non-morti”, che hanno però il merito di dare un tocco d’ironia a un pallosissimo teen-fantasy mascherato da horror, privo di colpi di scena significativi.

Quello che più salta all’occhio è la differenza tra il Dylan “di carta” e quello “di celluloide”: se il primo è un ragazzo riservato, piuttosto diplomatico e poco incline all’uso della violenza, tanto da dimenticarsi a casa spesso e volentieri l’unica arma a sua disposizione, il secondo è il classico eroe da film d’azione esperto di arti marziali, che cammina sparando a due mani con pistoloni, fucili a pompa e mitragliatori da elicottero, rendendo il tutto poco credibile e alla lunga noiosissimo. Ho trovato inoltre stupido il fatto che il protagonista debba indossare i vestiti d’ordinanza (abbandonando un abbigliamento da sciattone palestrato) per “trasformarsi” nell’indagatore dell’incubo, quando invece la giacca scura, la camicia rossa e il jeans facevano parte dell’identità di Dylan Dog e contribuivano a renderlo inconfondibile. Non basta nemmeno che gli sceneggiatori abbiano mantenuto alcune caratteristiche del protagonista originale, come il fatto di avere un clarinetto o di essere perennemente alle prese con la costruzione di un modellino di veliero, oppure ancora di mettergli in bocca a sproposito alcune battute classiche (come “Giuda ballerino” esclamato a caso e il riferimento al proprio “quinto senso e mezzo”) per migliorare la situazione. Mancano inoltre il sarcasmo e la profonda umanità di Dylan Dog, che sarebbe dovuto risultare un uomo straordinariamente normale in un contesto straordinariamente assurdo.

I personaggi di contorno e gli antagonisti sono già visti, i mostri sono presi a piene mani dalle serie fantasy più famose (“Buffy”, “Streghe” e compagnia bella) e caratterizzati pure male, come ad esempio il capo dei licantropi, visto come una sorta di boss della malavita affetto da uno strano tic alla mascella. Gli effetti speciali, che spesso e volentieri hanno rialzato le sorti di pellicole mediocri, si adattano al livello infimo del film, e fan tornare indietro di almeno 20 anni se pensiamo alle tecnologie disponibili oggi, con l’esempio lampante dei raggi di luce e dei fulmini che escono dal corpo del mostro morente, in un finale tirato via pescato da un mazzo di 5/6 epiloghi piuttosto scontati (nda. Grazie a White Tiger per il suggerimento).

Insomma, questo non è il film che ricalca le atmosfere oniriche e spiazzanti dell’italianissima striscia di fumetti del personaggio creato dal povero Tiziano Sclavi, e dubito che per perdonare lo scempio gli basti il tributo dedicatogli dagli sceneggiatori, affibbiando il suo cognome a un Vampiro anziano. Restiamo sciaguratamente vittime della nostalgia del dimenticatissimo “Dellamorte Dellamore”, con annessa interpretazione di Anna Falchi.


TAMARA DREWE – Tradimenti all’inglese

USCITA CINEMA: 05/01/2011.


REGIA: Stephen Frears. ATTORI: Gemma Arterton, Dominic Cooper, Luke Evans, Tamsin Greig, Roger Allam, Bill Camp.


PAESE: Gran Bretagna 2011. GENERE: Commedia. DURATA: 111 Min.





VOTO: 7


La malizia e la noia della campagna borghese britannica vengono raccontate in questa divertentissima commedia diretta da Stephen Frears e tratta dall’omonima striscia a fumetti. Gemma Arterton interpreta Tamara, una ragazza originaria di Ewedown, un sonnolento paesino sperduto nella campagna inglese, trasferitasi a Londra per lavoro e per cambiare quell’aspetto che le aveva creato una gran quantità di noie in età adolescenziale.

Come tutti i villaggi di provincia, i pettegolezzi e i commenti salaci fanno molto in fretta a girare, e il ritorno di Tamara diventa improvvisamente l’evento più chiacchierato dagli abitanti del luogo. Il fatto sconvolge la tranquillità della fattoria gestita da Beth Hardiment, conduzione guidata più dal triste e costante declino del proprio matrimonio col viscido Nicholas (Roger Allam) che per vera passione. La tenuta appare come un tranquillo ritiro per romanzieri in crisi d’ispirazione.
Ispirazione che non manca proprio al marito della donna, che è uno dei più importanti scrittori di libri gialli d’Inghilterra; un uomo che nutre il suo enorme ego con i continui e malcelati tradimenti che la moglie è costretta a sopportare, e che viene immediatamente calamitato dal fascino della giovane vicina di casa.

Nicholas Hardiment però non è l’unico uomo del posto attratto da Tamara; il bel tuttofare Andy, che con la ragazza aveva avuto una liaison da ragazzino, cerca di riconquistarla, ma lei non farà altro che sfruttarlo per ristrutturare la vecchia fattoria di famiglia e sbarazzarsi poi di entrambi (casa e tuttofare) quanto prima.
Nel frattempo entra nella vita della ragazza anche il vagamente superficiale Ben (inquietante la somiglianza col nostrano Marco “Morgan” Castoldi), interpretato da un irriconoscibile Dominic Cooper (lo Sky di “Mamma Mia!”), un batterista dallo stile emo/punk decisamente troppo truccato (una divertente caricatura delle star androgine che affollano l’odierna scena musicale), che scatena i tempestosi ormoni delle teenager del paesino.


Bello lo scenario (una rigogliosa campagna britannica fantasiosamente e costantemente assolata, circondata da colline verdi e campi coltivati) che trasmette la pace e la tranquillità che si dovrebbero respirare in un ritiro di scrittori. Divertente e sorprendente la scena ispirata a Frears dal più famoso dei recenti classici Disney, nel quale una mandria di bovini impazziti si scaglia contro il malcapitato “Mufasa” della situazione.

“Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese” è, in conclusione, una commedia fresca che conta su una trama scorrevole e mai banale la quale, avviandosi verso un agognato (e per niente scontato) lieto fine, si dipana in un labirinto di equivoci, frecciate velenose tipicamente condite dallo humour inglese e colpi di scena, in un mondo superficiale nel quale il non convenzionale è sbagliato (tutto il mondo è paese) e dove la solita ipocrisia provinciale la fa da padrone.
Tamara è una ragazza che con la sua libertà, apparentemente sconveniente, sconvolge, ma mai pare giudicare le abitudini sonnacchiose di una realtà che non le appartiene più (e non dovrebbe appartenere più a nessuno…).


HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE – Parte I

Un film di David Yates.

Con Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Helena Bonham Carter, Bonnie Wright.

Titolo originale Harry Potter and the Deathly Hallows: Part I. Fantastico, Ratings: Kids+13, durata 146 min. – USA, Gran Bretagna 2010. – Warner Bros Italia. Uscita: venerdì 19 novembre 2010.





VOTO: 8,5


L’ultimo capitolo della saga del maghetto più famoso del mondo ha inizio con la preparazione e la partenza dei protagonisti per la battaglia finale con il “Signore Oscuro”. Una lotta che potrebbe essere fatale per chiunque: ciò è dimostrato in una delle scene più intense e commoventi di tutto il film, in cui traspare appieno la profonda umanità di Hermione, che preferisce sparire dai ricordi dei propri genitori piuttosto che rischiare di farli soffrire.
Tale sensibilità si ritrova ne “I Doni della Morte”, che pare in qualche modo girare intorno alla figura della signorina Granger la quale, oltre ad essere completa, matura e assolutamente affascinante, fa anche da collante nell’amicizia tra gli inseparabili Harry e Ron.

In contrapposizione, in maniera altrettanto umana, spicca un personaggio protagonista di una clamorosa involuzione: Lucius Malfoy.
Il mago malvagio, una volta fiero ed altezzoso, lascia spazio ad un uomo codardo, decadente, sconfitto e succube della propria incapacità nel servire Voldemort (un eccezionale Ralph Fiennes, ormai pienamente a suo agio nelle vesti dell’inquietante Voi-sapete-chi), che rischia di trascinare con sé anche il figlio, altrettanto inetto e assolutamente non in grado di portare a termine i compiti che gli vengono assegnati, segnando così il declino della famiglia.

Il film, al contrario dei precedenti, non ha una location fissa ma si snoda (con il passare dei mesi, anche se lo spettatore francamente nemmeno se ne rende quasi conto, ed è questa forse l’unica pecca) in un continuo vagare tra inseguimenti mozzafiato, boschi, borghi e luoghi familiari ai tre protagonisti (stupendi gli scorci tra montagne e foreste) i quali, mano a mano che proseguono nel viaggio, rinsaldano il loro rapporto di amicizia, non senza discussioni e gelosie proprie della piena adolescenza.
Le atmosfere sono quelle a cui siamo abituati ormai da qualche  episodio: il buio, la nebbia e un continuo senso di tensione ci accompagnano per tutto il film, dando l’idea dell’avvicinarsi all’imminente scontro col Signore Oscuro.
Stupendo e suggestivo è anche il cartone animato (una vera e propria storia nella storia),  con cui viene spiegata l’origine dei “Doni della Morte”.

Grazie all’espediente della divisione in due parti, la pellicola si sviluppa in maniera più completa senza quei fastidiosi tagli (rispetto ai romanzi) che rendevano impossibile la comprensione di qualche passaggio a chi i libri non li ha letti (come me), senza dare quella strana sensazione di sospeso e incompiuto.

In assoluto questo è il film più appassionante della saga, non ha pause e trascina, senza annoiare, lo spettatore nel viaggio di Harry, Ron ed Hermione.

Assolutamente da vedere e rivedere.

Cit: “Non volevo uccidere, volevo solo mutilare o ferire gravemente!


L’APPRENDISTA STREGONE

Un film di Jon Turteltaub.

Con Nicolas Cage, Jay Baruchel, Teresa Palmer, Alfred Molina, Monica Bellucci.

Titolo originale The Sorcerer’s Apprentice. Fantastico, Ratings: Kids, durata 111 min. – USA 2010. – Walt Disney. Uscita: mercoledì 18 agosto 2010.





VOTO: 6,5


Per i bambini e non solo, da un paio di generazioni a questa parte, quando si dice “Apprendista Stregone” si intende la celebre sequenza di “Fantasia” accompagnata dalle note dell’omonimo poema sinfonico di Paul Dukas; il soggetto originale è però di Goethe, che compose una ballata così intitolata a fine ‘700.
Sia la ballata che il cortometraggio ispirano una delle scene più divertenti del film di Jon Turteltaub, un action movie velato di atmosfere fantasy e ambientato nella contemporanea Manhattan.

Da secoli Merlino combatte contro la terribile Fata Morgana. Nello scontro finale il mago viene colpito a morte e lascia al più fidato discepolo il compito di trovare il suo discendente.
La ricerca porta Balthazar (Nicholas Cage) a confrontarsi con David (Jay Baruchel), un laureando in fisica, brillante ma imbranato e con una scarsissima autostima, che però risulta essere colui che erediterà i poteri di Merlino.
La pellicola vedrà i due combattere contro il perfido Orvath (Alfred Molina) per evitare che la Fata Morgana, il cui obiettivo è distruggere la terra (partendo proprio da New York, originale…), venga liberata ed in contemporanea riportare in vita Veronica (Monica Bellucci), altra allieva di Merlino e amante di Balthazar.

Il film è effettivamente diviso in due parti.

Il primo tempo risulta assai divertente, pieno di spunti propri della commedia brillante e movimentato come un film d’azione richiede.
Il secondo invece è più lento e macchinoso e arriva ad un finale un po’ tirato via; volendo far bene, sarebbe stato ideale accorciarlo sviluppando meglio l’epilogo che risulta improvviso e piuttosto banale.

La regia è buona e coinvolgente, con le scene di inseguimento che sono classiche del genere “americanata”: la telecamera scuote a destra e a manca per dare il senso della concitazione e personalmente con me ci riesce. Certo, dopo un quarto d’ora di corse e testa coda, l’effetto nausea non è improbabile.
Una nota per l’interpretazione della Bellucci che, non c’è che dire, ha una presenza scenica notevole, quando è in video non si può non apprezzare, ma riesce a pronunciare male quella ventina di parole che il regista gli ha messo in bocca, risultando piacevole come un’unghiata sulla lavagna.

Nel complesso, il film è carino, simpatico e godibile, non delude e porta al classico finale con morale, proprio dei film targati Disney.


GREASE – Visto da TheVirgo

Un film di Randal Kleiser.

Con Stockard Channing, John Travolta, Frankie Avalon, Olivia Newton-John, Jeff Conaway.

Titolo originale Grease. Musicale, durata 110 min. – USA 1978.

VOTO: 8


Sono poche le cose che non passeranno mai di moda: tra queste c’è il rock’n’roll anni ’50.
Probabilmente è lo stesso concetto che deve aver spinto Randal Kleiser a dirigere “Grease” nel 1978 (pellicola tratta dall’omonimo musical di Jim Jacobs e Warren Casey).

Alla fine degli anni ’50 Danny (un giovanissimo John Travolta reduce dal successone de “La febbre del Sabato sera”) e Sandy (Olivia Newton John) si incontrano durante le vacanze e sboccia l’amore, un amore che però non sembra avere futuro in quanto i due, finita l’estate, dovranno ritornare alle loro rispettive scuole, lui negli Stati Uniti, lei in Australia.
Tutto cambia quando la ragazza si iscrive allo stesso liceo di Danny e i due si rivedono.
Nascono però diversi problemi soprattutto perché lui, in presenza del proprio gruppo di amici, si rivela un bulletto maschilista e spavaldo che pensa solo ai motori e alle belle ragazze e lei, invece, una ragazza troppo perbene che fatica a farsi accettare dalle sue nuove compagne.
Da questo nasce un valzer di situazioni a volte comiche a volte surreali, spesso commoventi, che accompagnano i tentativi di Sandy e Danny di tornare insieme.
Tra canzoni, balli, feste e corse automobilistiche le due ore scarse del film scorrono veloci arrivando ad un lieto fine (un po’ facilone, volendo essere puntigliosi) che travolge tutti i protagonisti.

In linea di massima, il difetto generale dei musical è quello di non essere altro che una serie di canzoni che in maniera più o meno forzata devono essere collegate da una trama, che spesso e volentieri può risultare banale e scontata.
Se da una parte questo è vero anche per “Grease”, dall’altra ci troviamo di fronte a un capolavoro del genere. I brani che gli fanno da colonna sonora sono riempipista da oltre trent’anni e le successive trasposizioni teatrali (sia in Italia che all’Estero) continuano a registrare il tutto esaurito.
Un plauso in particolare va alle coreografie, divertenti, coinvolgenti, mai banali e che restano impresse nella mente (chi non ricorda la sequenza del Luna Park sulle note di “You’re the one that I want”?).

Alla fine “Grease” risulta un simpatico fumetto a tinte pastello da godere appieno, accompagnati dal ritmo inconfondibile e scatenato del rock’n’roll.

Cit.”Ti ama e non ti ha mai toccato con un dito? Secondo me è malato”. (Rizzo)