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ALLE SOGLIE DELLA VITA


Un film di Ingmar Bergman.

Con Bibi Andersson, Eva Dahlbeck, Max von Sydow, Ingrid Thulin, Barbro Hiort af Ornäs.

Titolo originale Nära Livet. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 90′ min. – Svezia 1958.

VOTO: 7

Uscito a ridosso de “Il posto delle fragole”, il film di Bergman più acclamato dalla critica, “Alle soglie della vita” è stato sovente snobbato e considerato un’opera minore. Nonostante i premi ricevuti al Festival di Cannes del 1958, tra cui quelli alla migliore regia e il premio collettivo alle quattro protagoniste femminili, ha avuto un’attenzione quasi involontaria, pochi apprezzamenti e scarse riflessioni analitiche. La storia si svolge interamente in un reparto di ostetricia pressoché interdetto alle figure maschili. Padri, mariti, fidanzati e amanti rimangono quasi sempre fuori scena: di loro sentiamo le voci al telefono, li vediamo far breve visita alle gestanti, o addirittura rifiutati dopo una discussione.

A emergere sono tre gestanti e la capo infermiera Brita (Barbro Hiort af Ornäs). Cecilia (Ingrid Thulin) ha qualcosa di sbagliato. Si sente inadeguata alla vita, e non è in grado di portare in fondo la gravidanza. Hjördis (Bibi Andersson) avrebbe preferito non esser mai nata. Non tollera i bambini. Mentre Stina (Eva Dahlbeck) vive in un mondo fatato e infantile: attende la nascita con una frenesia fanciullesca e con la beatitudine di chi crede fortemente nella vita e nel significato del parto.

Impostato prudentemente su un taglio realistico, il film procede in verità come il tipico melodramma bergmaniano fatto di lunghi dialoghi che rivelano anomalie emotive diffuse. Singolarità che vengono punite dal regista attraverso scene indirizzate a una certa crudeltà, dolore e afflizione (non ci vengono risparmiate le urla strazianti di donne in bilico tra la soglia della vita e quella della morte). Ed è attraverso questo ritmo severo che lo schermo si ammanta di sterilità: alla fine non nasce proprio nessuno, tanto è vero che l’unico ad assumere le sembianze di un neonato è un bambolotto di plastica.

La vita viene consumata dai sensi di colpa, dall’ignoranza e dalla crudeltà del destino. E qui Bergman tergiversa con l’elemento religioso ponendo un paio di domande non adeguatamente accudite: dov’è la spiritualità? Basta una citazione del Vangelo per salvarsi? Le famiglie sono lontane e indifferenti, i rapporti matrimoniali accolti per sfinimento, con tanto di paura della solitudine e finto ravvedimento. È il posto delle fregole.

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