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KILLER JOE


Un film di William Friedkin.

Con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Juno Temple.

Noir/Drammatico, durata 103 min. – USA 2011. – Bolero. Uscita giovedì 11 ottobre 2012. VM 14.

VOTO: 8

È sempre più difficile, al giorno d’oggi, scegliere come investire i propri soldi. Riduzione degli stipendi, disoccupazione, debito pubblico: non mancano i motivi per avere paura. Quasi tutti i tipi di mercato presentano una volatilità che farebbe perdere la fiducia a chiunque. Tuttavia esiste un settore alternativo che presenta una certa stabilità. Una branca nella quale è possibile investire una cifra e raddoppiarla nel giro di poche ore. Basta trovare un sicario. E in culo all’austerità.

Lode alla famiglia completamente disgregata, “Killer Joe” è dominato da vecchi rancori, matrimoni finiti, figli allo sbando, junk food che gira disinvolto come una tigre del Bengala nella foresta, ora raffigurante la precarietà, poi il sesso e infine un’arma che soffoca. E se l’interpretazione di Matthew McConaughey sorprende grazie a una memorabile faccia da tanghero in bilico tra delinquenza e giustizia, è la conferma di un maestro qual è Friedkin a venire a galla.

Grazie a un campionario di brevi allucinazioni visive e di sottili sarcasmi degni del miglior Lynch, l’accendino di Joe prende fuoco come in “Cuore selvaggio”. È il senso di una complicità felice messa in pratica da un cattivo-forse-buono, certamente squilibrato, vestito di nero come il Frank di “Velluto blu”, che si aggira a suo agio in spazi stantii. Incline a uccidere così come a partecipare a una favola corrotta, intervallata da parentesi sdolcinate.

Magistralmente diretto e munifico di lenti carrelli in avanti, di morbide e circoscritte panoramiche riconducenti a una matrice pulp che sembra convogliare verso il cinema di Tarantino per poi svoltare con una sorprendente variante noir d’altri tempi, “Joe” è un film “come Dio comanda” (e non è una frase fatta), che perlustra quei terreni vacillanti del senso del contegno e dell’etica.

La sceneggiatura di Tracy Letts, tratta da un suo racconto rappresentato anche in teatro, è ai limiti del credibile e tiene la carreggiata nonostante una debole convergenza, soprattutto verso il finale. Da qualsiasi parte si tenti di far stridere le gomme per fuggire in Messico, o magari in Perù, il destino sembra segnato. Perché in fondo anche a Dallas piove, i cani abbaiano ai loro padroni e ignorano ambigui sconosciuti, e l’amore puro esiste solo nella fantasia. Per cui non resta che prendere la caparra e portarsela via, verso l’infinito e ancora più in là.

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