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MONSIEUR LAZHAR


Un film di Philippe Falardeau.

Con Fellag, Sophie Nélisse, Danielle Proulx, Jules Philip, Émilien Néron.

Titolo originale Bachir Lazhar. Drammatico, durata 94 min. – Canada 2011. – Officine Ubu. Uscita: venerdì 31 agosto 2012.

VOTO: 8

Esterno giorno. Cortile innevato di una scuola di Montréal. Simon (Émilien Néron) va a prendere la scorta quotidiana di latte per portarla in classe. Il giovedì è il suo turno. Si reca di corsa alla dispensa, ne mette un po’ in una cassetta di plastica, e si dirige verso la porta dell’aula che stranamente è chiusa a chiave. Il dodicenne sbircia dalla fessura in vetro, indietreggia spaventato, poi corre a perdifiato a cercare aiuto mentre il suono della campanella annuncia l’ora di inizio delle lezioni. Purtroppo Martine, la professoressa di Simon, non potrà insegnare mai più: il suo corpo penzola dal soffitto della classe. La donna si è suicidata stringendosi un cappio intorno al collo.

I disegni affissi nei corridoi che rappresentano cuoricini raggianti, soli radiosi e alberi placidi, per un momento non hanno più senso. Il contrasto col dramma appena consumatosi è troppo forte. Si prova a cancellare le tracce della tragedia, cambiando il colore delle mura, chiamando una psicologa che possa valutare lo shock subito dai ragazzi. Ma a perdere la testa sembra siano soprattutto gli adulti: i genitori fanno domande fuori luogo e mostrano estrema apprensione; la preside pretende che una supplente angosciata possa mantenere la calma fra gli alunni in attesa che un sostituto si faccia vivo quanto prima. Poi un giorno si presenta il signor Bachir Lazhar (Fellag), un uomo dall’aspetto qualunque, il quale afferma di aver letto l’annuncio sul giornale e di aver svolto per 19 anni l’attività di insegnante presso una scuola di Algeri…

L’ordine voluto dal nuovo incaricato pare eccessivo: i banchi vengono rimossi dalla loro abituale forma semicircolare e ricondotti alle classiche e metodiche file. Può bastare questo tentativo forzato di rimozione a far dimenticare la figura della docente e a non provocare scossoni emotivi  agli studenti? Tra di loro c’è chi parla poco, chi si abbandona al facile richiamo dell’indifferenza, chi dorme in aula, chi diventa aggressivo, chi si rende assai partecipe e svolge i compiti in modo professionale e molto maturo. È il caso di Alice (Sophie Nélisse), l’unica presenza veramente forte e determinata che cerca di scuotere le coscienze con un tema particolarmente toccante.

Presentata nel 2011 al Festival di Locarno e candidata quest’anno all’Oscar come Miglior Film Straniero, la pellicola diretta dal canadese francofono Philippe Falardeau è molto bella. Prodigiosa nella sua assenza di enfasi. Le vicende scolastiche si incrociano con quelle personali: questo vale sia per gli alunni che per il professore algerino, il quale nasconde un oscuro passato di sofferenza e morte, celato dentro un misterioso pacco che riceve direttamente dalla terra natia. Lazhar non dorme bene, c’è qualcosa che lo inquieta ben più del decesso di Martine. Nonostante questo egli porta con sé (oltre a uno spiritoso pesce attaccato alla schiena) un bagaglio di amorevolezza, impegno e (perché no?) nascosta passione che durante la giornata trasferisce senza risparmio ai suoi ragazzi e agli altri dipendenti scolastici.

Chi sono oggi gli insegnanti? Qual è il loro livello di preparazione? Sono sostenuti dal programma didattico e dai presidi o sono anch’essi vittime di opportunismi e facilitazioni? Sono adeguati a tollerare la pressione che giunge dagli alunni e, soprattutto, dai loro familiari? Domande alle quali il film risponde in modo un po’ provocatorio, ambiguo e tuttavia candidamente poetico. Negli ultimi anni il cinema è stato spesso promotore di temi riguardanti l’educazione e le istituzioni scolastiche. Ciò mi sembra un segno di buon auspicio che spero possa attirare maggiormente l’attenzione su di una problematica che ritengo fondamentale per il buon funzionamento di una società, sotto qualsiasi punto di vista essa venga considerata.

Da un certo momento in poi, la sceneggiatura dello stesso Falardeau apre una voragine scomoda e pericolosa: fino a che punto un insegnante può interagire con i suoi protetti senza per questo dover essere accusato di molestie o di atti violenti? L’autore cerca di dare una risposta chiamando in causa il senso della giustizia attraverso uno sbrigativo chiarimento e ricorrendo alle figure del lupo e dell’agnello (chi è chi?). Tra gli insegnanti c’è chi prova a dare conforto agli scolari attraverso un semplice abbraccio, rischiando di essere accusato di grave interferenza, e chi è costretto a far finta di niente (in)fischiando(sene) allegramente. Pure se colti da dubbi e incertezze ci sarà sempre bisogno che i maestri condividano le loro storie, le esperienze, anche quando dovessero provenire da paesi culturalmente lontani. Perché il riconoscimento può essere molto sentito e leale. Come quello di una crisalide che abbraccia con gratitudine quell’albero che l’ha protetta, finché ha potuto, dal vento gelido dell’oscurantismo.

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