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BEAR CITY


Un film di Douglas Langway.

Con Joe Conti, Gerald McCullouch, Stephen Guarino, Brian Keane, Alex Di Dio.

Commedia, durata 100 min. – USA 2010.

VOTO: 6,5

Per “Orsi”, nel gergo ricorrente della comunità omosessuale, si intendono quegli omoni di stazza molto accentuata solitamente pelosi e dall’aspetto mascolino. In “Bear City” scopriamo che New York è una metropoli piena di Orsi: li puoi trovare al Central Park mentre usano il loro portatile e si scambiano effusioni, al lavoro in un cantiere edile, al telefono mentre discutono incravattati di affari finanziari o a passeggio insieme ai loro animali preferiti.

Tyler Hall (Joe Conti), un cacciatore in erba (per “chaser” si intende una persona non necessariamente classificabile come “orso”, tuttavia attratto da uomini corpulenti e barbuti), si scopre a fantasticare su uomini modello Babbo Natale e simili. Li vede ovunque, anche all’audizione a cui partecipa per cercare di tirar su qualche soldo, dato che non ha un posto stabile di lavoro, l’appartamento dove è in affitto sta per scadere e deve mantenere i suoi studi di recitazione. Una sera, dopo essersi irretito chattando su internet e avendo navigato in qualche sito per soli adulti, Tyler decide di recarsi in un Bear Club. Lì rivede Fred (Brian Keane), l’operatore che lo ha filmato durante il provino, ed entra definitivamente a far parte di questo mondo inizialmente meraviglioso, scoprendo una città popolata da soli Orsi.

Scritto da Doug Langway (anche regista) e Lawrence Ferber, “Bear City” improvvisa inusuali slanci ironici per un prodotto così piccolo, semplice e spontaneo; ritrae un gruppo di persone per lo più orgogliose per il loro aspetto ma che nasconde insicurezze e problemi di autostima, e sviluppa suggestioni sentimentali niente affatto banali che riconducono questi amabili “bestioni” a esseri umani uguali a tutti gli altri. Individui che soffrono per aver perso il lavoro o che regalano chiavi di lettura nostalgiche attraverso una semplice partita a bowling.

Portavoce di tali emozioni sono, tra gli altri, Michael e Carlos, coppia di cui il primo vorrebbe tanto un’operazione per farsi ridurre lo stomaco attraverso l’introduzione di un pallone gastrico; poi c’è Brent (Stephen Guarino), il compagno di Fred, barista in un leather bar. A lui sono riservate le battute migliori del film. È una specie di portavoce degli autori che descrive l’ambiente nel quale vive ma non si trova completamente a proprio agio, stretto fra etichette e modi di fare non dissimili rispetto a quelli di un qualsiasi altro gruppo che vorrebbe allontanarsi dagli stereotipi attraverso l’utilizzo di altrettanti cliché.

Brent è un ingenuo che si accontenterebbe di coccole e romanticismo quando i luoghi che lo circondano sono minacciosamente alternativi, tra nuovi coadiuvanti comperati al sexy shop e tentazioni nei confronti del sesso di gruppo (temutissima insidia alle “colonne del letto”). La reazione del barman è simile a quella del poeta-filosofo il quale si fa carico di un sarcasmo che si scontra con la dura realtà: da questi “alterchi” nascono i siparietti più geniali del film tra cui, quello più divertente di tutti, che vede lo “zio Mel” alle prese con i troppo levigati pavimenti del bagno.

Valorizzato da un montaggio che filtra benissimo le emozioni e i pensieri dei protagonisti, la pellicola di Langway è a tratti imprevedibilmente godibile: vedere in tal senso gli acquisti che Tyler fa insieme al più effeminato e apparentemente banale Simon, l’amico che l’aiuterà a rinnovare il guardaroba per poi tentare l’assalto alla preda più esclusiva del gruppo e a gestire nel modo esatto le pulsioni erotiche.

“Bear City” tiene così per almeno ¾ del tempo. Poi all’improvviso crolla e si rivela irrisolto, con personaggi indeboliti perché privi di un passato. La crisi economica viene lavata via con un sms, dalle iniziali bevute di birra si finisce ad affogarsi nei superalcolici corretti con l’ecstasy la quale, incredibilmente, serve agli sceneggiatori per assestare in un colpo solo il disordine narrativo e sentimentale. C’è pure una parentesi “latina” assolutamente superflua la quale lascia dubbi a causa di una sottilissima traccia razzista. Se possiamo chiudere un occhio di fronte alle comprensibili carenze tecniche, poco possiamo di fronte al frettoloso intreccio televisivo della conclusione.

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Una Risposta

  1. M.Tiger

    La sceneggiatura regge, è vero, almeno nella prima parte del film, ma cammina sul filo del rasoio dei luoghi comuni, a volte discostandosene con piglio ironico, ma più spesso cadendoci in pieno con risultati meno appaganti tra passaggi da documentario di serie “B” e didascalie troppo marcate.
    Lo consiglierei per una seratina leggera tra amici, ma il profilo è basso, e mai si alza ai livelli di altre produzioni del genere: il “low-budget” non è una scusante.

    27 agosto 2012 alle 16:48

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