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IL CINEAMATORE


Amator, Polonia 1979, Drammatico, durata 112′.  

Regia di Krzysztof Kieslowski.


Con Jerzy Stuhr, Malgorzata Zabkowska, Ewa Pokas, Stefan Czyzewski.

VOTO: 8

Filip Mosz (un giovane Jerzy Stuhr che ben caratterizza il suo personaggio grazie a una splendida recitazione) diventa padre di una bambina. Ossequioso nei confronti di colleghi d’ufficio, vicini di casa e parenti, che lo hanno aiutato a superare il momento tanto temuto della paternità, li ripaga regalando loro qualche bottiglia di vodka. Intanto pensa bene di sfuggire alla pressione cullandosi un altro piccolo essere (non animato): si regala così una cinepresa, con l’intento di riprendere mese dopo mese la crescita della figlia.

L’azienda di Stato, presso la quale svolge un’attività di Responsabile agli Acquisti, gli compra il cavalletto e la pellicola allo scopo di fargli girare un film in occasione della visita di personaggi di rilievo, in quanto la festa per celebrare lo stabilimento si sta avvicinando. È da quel momento che Filip cede alla tentazione di vivere la sua vita anche al di fuori dell’ambiente familiare, iniziando a esplorare un mondo fino a lì sconosciuto e riprendendo tutto quello che si muove: piccioni, inservienti, sconosciuti che scherzano tra loro…

Primo Premio al Festival di Mosca del 1979, “Amator” concorda con una narrazione che apre a molte trame e sottotrame: assistiamo a ficcanti interazioni familiari, per poi passare a considerazioni metafisiche sull’ “arnese” Cinema. È interessante notare come i due estremi del canovaccio vengano gestiti da Krzysztof Kieslowski: nessun abuso dell’immagine, nessuna irruzione enfatica nello svolgimento.

Bensì un montaggio rapido e chirurgico, attento perfino ai rumori della cinepresa (quella di Filip, che rimarrà in/con lui fino al termine come un congegno vitale sottopelle), ai silenzi della prima volta al cinema, all’inadeguatezza del protagonista nei confronti della materia che gli altri vorrebbero rappresentasse (in fondo i suoi filmini/documentari/reportage non hanno niente di esclusivo). Ciononostante Filip si fida della valutazione di chi lo circonda, e persevera nel suo passatempo che passatempo più non è. Va incontro allo stesso rischio “di quel tizio che, a 30 anni, inizia a credere in Dio”: un po’ euforico, un po’ tediato da un singhiozzo che pare somatizzato.

L’impossibilità di conciliare l’attività di cineamatore con quella di padre è arricchita da personaggi che agiscono come sagome autentiche su uno sfondo grigio. Da un lato la seduzione dell’Arte, dall’altro l’impegno con la Famiglia. L’Hobby e i Doveri. Questa spaccatura dell’anima si riflette come un castigo della mente per la moglie di Filip: è lei a dover sopportare psicologicamente buona parte del peso onirico della nuova situazione. Per questo si ritrova a fare i conti con un rapace che assale gallinacci e con i cocci di uno specchio in frantumi; in definitiva con un affetto non più illuminato dai raggi del sole, impossibilitato a trovare una forma di amore che sia equilibrata.

Anche Filip scopre la fatica di esistere: uscire dalla tranquillità di un precostituito schema familiare per provare qualcosa di più è forse un sacrificio che non è in grado di sopportare. Fuori dall’Azienda (e dalla) Famiglia è come un pulcino in attesa del falco che se lo mangi. E qui l’autore da’ il meglio di se prodigandosi in dialoghi di grande spessore e profondità emotiva, rappresentando il Cinema attraverso la Vita e viceversa, conducendo il suo protagonista (e anche alter ego?) a un attivismo di ripresa possibile solo all’interno di uno spazio chiuso, terminato il quale è necessario aprire (verso) se stessi.

Kieslowski, già autore di molti documentari sulle problematiche reali e sui cambiamenti della Polonia, presenta una realtà culturale vivace, in notevole fermento creativo. Una finestra sul progresso, appannata dall’indolenza dello schieramento socialista che non desidera mostrare certi scomodi “dietro le quinte”. Si respira aria di espansione e di buon estro in quasi tutte le sequenze. Le città della provincia stanno per essere (ri)costruite, la crescita economica è dietro l’angolo, i salari aumentano.

C’è quella voglia di mettersi in gioco in un luogo dove molti sono pronti ad accoglierti, ad ascoltarti, valutarti. Fatto questo però, l’autore si pone subito degli interrogativi, analizzandosi attraverso una scrupolosa autocritica: chi sceglie l’argomento da trattare? Come va esposto? Cosa mostrare? A chi? E perché? Tutti quelli che guarderanno saranno in grado di capire? Una sorta di autocensura pervade questo lavoro di estenuante logica e lucidità: seppure tormentato dall’ansia, “Il cineamatore” rimane una delle opere che meglio contraddistinguono il genio tutto personale che balenava in quegli indimenticabili occhi arguti nascosti dietro le lenti degli occhiali.

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