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RISORSE UMANE


Un film di Laurent Cantet.

Con Jalil Lespert, Jean-Claude Vallod.

Titolo originale Ressources humaines. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 100 min. – Francia 1999.

VOTO: 9

Jalil Lespert è Franck Verdeau, un giovanotto dalla faccia pulita che, nell’attesa di ottenere la laurea, si presta a fare uno stage di qualche mese presso un’azienda un po’ speciale. La ditta infatti è quella che lui ha sempre “sognato”, per un motivo o per l’altro, quando da piccolo vedeva le grandi ciminiere fumanti nei cieli della Normandia. Poi il trasferimento a Parigi per poter studiare, mentre il padre prestava all’impresa la sua indispensabile attività di operaio, raggiungendo oltre 30 anni di efficiente fedeltà.

Siamo in un periodo imprecisato tra il 1998 e il 1999, e il padre (lo straordinario non professionista Jean-Claude Vallod, dalla fisionomia e dall’indole di una chiocciola) fa parte di una generazione che si sente obbligata verso coloro i quali gli concedono quei diritti fondamentali e sacrosanti come il lavoro. Un posto divenuto ormai consueto, che ha sempre raggiunto a piedi, così comodo, così abitudinario, così essenziale… Come il premio di fine anno per la puntualità, le père si accontenta di sopravvivere e basta, lumachina che striscia fra le ortiche lungo il muricciolo dell’edificio. In realtà è tutta la famiglia di Franck a dipendere dalla fabbrica: pure la sorella, esponente di una società più ugualitaria, svolge lì la sua attività a orario non ridotto. Pronto per mettersi da parte, il genitore un po’ invecchiato diventa invisibile con il tessuto del divano per permettere al figlio di trovare il suo posto nel mondo. Una posizione altrettanto sicura e intoccabile, come si è sempre pensato fosse possibile.

Cantet, qui alla sua prima opera cinematografica, strizza l’occhio ai contenuti socialisti di Ken Loach cercando di rimanere il più neutrale possibile, anche se è difficile districarsi e rendersi imparziali di fronte ad argomenti così complessi e profondi. Storicamente va ricordato che il primo ministro Lionel Jospin introdusse, a partire dal primo gennaio del 2000, una legge varata dal governo per rispettare l’impegno preso 3 anni prima con i suoi elettori e che fissava a 35 ore la durata legale del lavoro settimanale. Le modalità dovevano essere negoziate settore per settore, azienda per azienda, secondo il buon senso di padronati e organizzazioni sindacali.

Cantet ci ricorda che le trattative riguardanti le 35 ore non erano solo un affare tra imprenditori e sindacalisti, tra cupi arrivisti e semplici operai. Quello che il negoziato colpiva andava al di là dell’aspetto puramente “industriale”, coinvolgendo anche le abitudini lontano dall’azienda. Sarebbero stati scalfiti i passatempi, le modalità interpersonali: tutta la vita sarebbe stata messa rimessa in discussione. Non si poteva non pensare che le prassi lavorative fossero avulse dai comportamenti sociali: basti pensare ai semplici rapporti con gli amici, ai meccanismi tra genitori e figli (chi paga cosa? Chi paga al posto di chi? Come si arriva a valutare la prospettiva di scalare di un posto quando si fa tutti parte della stessa famiglia, anche se appartenenti a generazioni diverse?).

Ciò che restava inalterato erano le diseguaglianze del capitalismo: la classe lavoratrice usciva ancora una volta indebolita nella sua capacità di solidarizzare con i propri simili, favorendo la competizione; i sindacati risaltavano come colpevoli di aver accettato la negoziazione di un orario di lavoro a livello aziendale piuttosto che settoriale; lo sfruttamento esasperato delle risorse naturali, accanto alla velocizzazione del ciclo produttivo, non poteva tenere il passo di quello consumistico, e questo rese i lavoratori ancora più vincolati al capitale.

Per questo, e per aver superato la prova dei primi dieci anni di vita molto agevolmente, il film di Cantet fa sorgere una serie di domande e dubbi, tutti molto tormentati, e ribadisce la propria indispensabilità. Lo fa spegnendo le immagini con dissolvenze in nero e concedendosi solo una carrellata come introduzione all’ambiente infernale e fagocitante dell’usine. Tra le sue pareti respingenti, le risorse umane latitano e rimangono unicamente gli apparati tecnologici.

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2 Risposte

  1. bradipo

    Ciao Gianni e complimenti per l’analisi e la scelta del film che per me è bellissimo( e se non hai visto la sua opera successiva A tempo pieno la devi assolutamente recuperare).Adoro Cantet.Hai ragione a più di dieci anni di distanza è di stringente attualità. Ti segnalo che prima di questo a parte due corti aveva realizzato un film di circa 70 minuti intitolato Les Sanguinaires( che purtroppo non ho visto), una sorta di Grande Freddo alla francese. Domanda delle cento pistole che non c’entra nulla con Cantet: ma perchè viene più naturale commentare qua( e sui blog in genere dove vedo che spesso si sviluppano discussioni interesssantissime) che non nel sito che entrambi frequentiamo?

    22 marzo 2012 alle 19:36

    • pompiere

      Ciao Emidio, grazie.
      Di Cantet, a parte questo, ho visto i film successivi e magari in futuro scriverò qualcosa anche su di loro. Dalle tue preziose indicazioni invece mi fai rammentare de “les sanguinaires” e dei cortometraggi. Visto che attualmente rimane uno dei miei autori preferiti, non sarebbe male tentare di recuperarli.
      Onestamente non so i motivi per i quali sia più spontaneo scrivere commenti sui blog personali che non su quello della community… Tra l’altro penso pure che in questa sede gli articoli vengano seguiti di meno. Il mistero ci circonda 😉

      23 marzo 2012 alle 09:45

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