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THE ELEPHANT MAN


Un film di David Lynch.

Con Anne Bancroft, John Hurt, Anthony Hopkins.

Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 125′ min. – Gran Bretagna 1980.

VOTO: 9

La musica circense di John Morris illude la serena predisposizione del nostro stato d’animo. Non facciamo in tempo a guardarci intorno, che una foto di donna ci osserva irrisolta. Poi, un branco di elefanti che scalpitano. Il loro barrito è coperto da clangori industriali che ci riportano indietro di qualche anno, al momento dell’uscita di un altro film che dava spazio a un feto gemente. Il timbro di David Lynch non tarda a rivelarsi: embrioni sottovetro, donne barbute e creature guastate ci si parano innanzi, mentre noi diventiamo francobolli incollati alla vicenda.

Cieli troppo anneriti da gigantesche ciminiere non possono essere contemplati a lungo. Il regista pretende che il nostro sguardo si abbassi sulla drammatica realtà di un diverso alle prese con la moderna società. Non un diverso qualsiasi, bensì un mostro, un perfetto freak deforme come forse in natura non ne sono mai esistiti. Eh sì, perché stavolta la storia che ci viene così mirabilmente raccontata è autentica. Il signor John (vero nome Joseph) Merrick ha vissuto nel tardo Ottocento e fu vittima di una terribile anomalia genetica molto simile alla neurofibromatosi.

Ancora una volta l’attenzione di Lynch cade sulle alterazioni fisiche nonché mentali. L’esploratore principe del subconscio umano non poteva lasciarsi sfuggire questa opportunità di indagine registica. E allora eccoci catapultati in un racconto che sfiora leggermente una modulazione orrorifica per poi assumere una connotazione tragica: chi può essere veramente identificato come il diverso della vicenda? Chi il ritardato mentale? La divisione netta tra ordine e irregolarità subisce un crollo istantaneo.

Esigue tracce di responso sono poste alla nostra attenzione: stupide prove di forza fisica, attorniate da risate fragorose, vengono esibite dalla gente comune; illusionistici inviti a pagamento promettono emozioni mai provate prima (se un’associazione di idee vi rimanda alla nostra epoca, siete sulla strada giusta); l’alta società londinese prende il tè delle 5 con la distrazione del momento, non accorgendosi di soffrire essa stessa di affezioni tumorali  scaturite da un triste pragmatismo industriale, a sua volta tragicomico modello di una collettività “malata dentro” nonostante i bei vestiti, le pelli candide, i modi gentili.

Paradossalmente si potrebbe dire che John appare deforme più per il modellamento che subisce da chi gli sta intorno che per sua natura. OSCENO ballerino sul prOSCENiO di una pantomima musicale priva di suoni, danza da solo, così com’è venuto al mondo. Ecco che allora è meglio essere schiavi di nessuno che prigionieri, meglio animali liberi che esseri umani tiranni. Finalmente l’ “orco” esce dal carcere sotterraneo, sdraiandosi in pace una volta per tutte, come la gente normale.

Come ultimo e intenso lascito, John ha terminato caritatevolmente la sua cattedrale, meravigliosa eredità artistica affidata al formalismo della “buona società”. L’immaginazione si riappropria del suo significato, la bellezza del suo senso più vero. E infine ci viene concesso un po’ di cielo stellato, senza imbarazzanti macchie oscure. Sgombro da nubi e fumi, adesso il firmamento conta una stella in più. Lacrime e applausi.

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