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MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE


Un film di Werner Herzog.

Con Willem Dafoe, Michael Shannon, Chloë Sevigny, Brad Dourif, Loretta Devine.

Drammatico, durata 91 min. – USA, Germania 2009. – Onemovie. Uscita: venerdì 10 settembre 2010.

VOTO: 8

Anche i giganti hanno cominciato da piccoli. Poi, da minuscoli batuffoli irrisori, se non favoriti nel loro processo di crescita, corrono il rischio di trasformarsi in sub-adulti. Laddove i nani del 1970 (“Auch Zwerge haben klein angefangen”) erano per Werner Herzog l’esuberanza della realtà vista in bianco e nero, personalità moleste di dromedari, rivoluzionari e fomentatori crudeli, sconvolgenti briciole affette da isteria, il loro Intero degli anni zero ha la personalità quasi insignificante dipinta da Michael Shannon in un lavoro interpretativo di sottrazione.

Il gigante è un enorme batuffolo rosa, circondato da suppellettili di colore rosa, da pink flamingos da cortile a loro modo trasgressivi (mai come le icone eccentriche di John Waters), da rappresentazioni degli stessi animali sparse per tutta casa: fenicotteri rosa che si confondono con pareti rosa, che poggiano su cuscini rosa, su foulards, su piatti, su piccoli grandi oggetti rosa. Terrine, lampade, tutto è romanticamente, spiritualmente e claustrofobicamente abbellito. Ma il gigante Brad, trentenne stagionato, ha visto soffocare le sue velleità sportive cestistiche, e sente il bisogno urgente di una scoperta/riconciliazione con la figura paterna che non ha mai conosciuto, insabbiata anch’essa dal maestoso dominio di dolore della madre. La quale gira intorno alla sagoma del figlio come fa la macchina da presa con alcuni dei personaggi, annusandone l’odore, pretendendone l’attenzione.

L’eccezionalità dell’unione artistica tra il regista Herzog e il produttore esecutivo David Lynch da’ vita a un prodotto fuori dagli schemi (e non poteva essere altrimenti). Approfondisce, grazie a ellissi narrative che ci riportano indietro nel tempo, lo spirito cervellotico e i tormenti di un uomo trasformatosi in un vero e proprio uragano-forza-della-natura, che appare brusco agli occhi degli altri e spazza via tutto quello che ha di più caro/odiato. Disperato, è responsabile di qualcosa di terribile, e non ha più nessun’altra possibilità di rimandare l’ora del misfatto. Percepisce che ORA è tempo di razzle-dazzle. Possono iniziare i bagordi. Che si mettano da parte gli indesiderati pianoforti e le detestate batterie. Che suonino pure da soli, se ci riescono. Rimane spazio solo per la voce interiore, il misticismo, dopo il viaggio “di formazione” in Perù: un’occasione per ritrovare se’ stesso a contatto con Madre Natura, la vera antagonista di quella naturale.

Peter Zeitlinger, il direttore della fotografia, immerge questa biforcazione in un’esplosione di colori affiancandoli a una desaturazione selettiva all’interno della stessa inquadratura: una divisione di anime, di sentimenti, di emozioni. Alberi dalle fronde verdi e con un tronco grigiastro si susseguono a terre dai cespugli rigogliosi che appassiscono in piccoli lotti color ruggine. È una linea che separa il dato oggettivo esistenzial-residenziale da quello immaginato e sognato: la frontiera a sud, tanto agognata e sottolineata da una colonna sonora di impronta sudamericana. Se la cava bene anche la luce virata seppia delle prove teatrali, durante le quali la tragedia greca di Sofocle immerge Brad ancor di più nella realtà delle cose, nonostante la funzione/finzione suprema del suo sussistere.

Non tutto ha un impianto drammatico e onirico. Squarci di ironia con la “i” minuscola si aprono senza schemi. Ci sono “aquile mascherate” non riconosciute da detective della omicidi scrupolosi, in cerca di indizi mentre brandiscono un metro a misurar distanze, tuttavia col prosciutto adagiato sul loro senso dell’intuito.

Nei panni dell’investigatore c’è Willem Dafoe, il quale esita con interrogatori-fiume che vanno a ritroso nella vita di Brad MacAllam, mentre la vicenda richiederebbe un maggiore sforzo verso una contrattazione, una mediazione dagli sviluppi empatici che invece rimane solo un’utopica e codarda intenzione. Il detective ricostruisce scaglie dell’esperienza di Brad, muovendo un’inchiesta sul campo, recitando in modo artefatto e tuttavia perfettamente coeso con la purezza interpretativa della fidanzata Chloë Sevigny e dell’educatore teatrale Udo Kier. Nel ruolo di genitrice compiaciuta è stata scelta la fenomenale Grace Zabriskie. Ella spia di sottecchi gli atteggiamenti del figlio, implorando attenzione, protezione, ordine. E lui è solo un animale impagliato, arrivato direttamente dalla casa di “Psyco”, nelle sue mani possessive; cucinato a fuoco lento dalla diabolica eviratrice materna che insiste nel fargli sentire il fiato sul collo.

Tra “Cucurrucucu Paloma” di Caetano Veloso, nani eleganti in mezzo alla neve, galli giganti e struzzi, si conferma l’originalità di Herzog, generoso di dialoghi al limite dell’assurdo come in una storia fantastica disordinata. Le immagini si soffermano sui personaggi bloccati in una estasiata inattività riflessiva ed esibizionistica, un momento di rifrazione muta che comunica sottotesti indicibili eppure così chiari. La straordinaria sequenza che segue il registratore poggiato fuori dalla porta del garage, che poi scopre l’arrendevolezza degli agenti di polizia di San Diego, immobili e allibiti da cotanta imprevedibilità, è ipnotica e al contempo rivelatrice di un paradosso esplorativo che ha bisogno della S.W.A.T. per stanare uno sprovveduto.

Malgrado l’ambiguo presagio iniziale recitato dal protagonista (“Ingannali e truffali. Ingannali e truffali”), il regista tedesco mette in scena una pellicola quasi intima e, piangendo da un occhio solo e senza rimorsi, rifiuta di accostarsi al facile genere thriller/poliziesco al quale chiunque si sarebbe abbandonato dopo l’introduzione. Ma è di Herzog che stiamo parlando: diserzione e singolarità, tormento ed estasi.

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