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IL PROFETA


USCITA CINEMA: 19/03/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Jacques Audiard.
ATTORI: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi.


PAESE: Francia 2009. GENERE: Drammatico. DURATA: 149 Min.

VOTO: 7

L’occhio offeso, trafitto da un cucchiaino. Vista annebbiata. Appannamento di scene di vita chiuse tra quattro mura. Sono parte dei titoli di testa di “Un prophète”, opera che introduce una specie di elettrochoc viscerale originante un punto di vista parziale, per forza di cose da svecchiare. E in fretta. L’ingresso in carcere del giovane magrebino Malik (Tahar Rahim) non è dei più facili. Non fa in tempo ad accomodarsi nella sua cella che viene subito preso di mira dalla Compagnia dell’Anelito, un gruppo di prigionieri còrsi ammanicati con guardie, inservienti e professionisti, che aspira a comandare dentro e fuori le mura del carcere.

La macchina da presa febbrile di Jacques Audiard si aggira nervosa per i corridoi, annusa le strutture, scruta i volti, entra nei pensieri con un semplice fotogramma con tanto di titolo che funge da unità espressiva. Tahar Rahim è aderentissimo al personaggio: la testa bassa a pensare e a tormentarsi, alta quando prende consapevolezza di se e del suo talento di criminale. Di maggior rilievo, se possibile, la prova di Niels Arestrup il quale incombe sulla scena come un invincibile Padrino delle Sbarre.

Troppo uguale nelle figure descritte nell’introduzione (Malik El Djebena non rappresenta una nuova sagoma di delinquente in progress; molte altre volte abbiamo assistito a un “cinema dei cambiamenti” senza doverne per forza esaltarne a priori le lodi), “Il profeta” si anestetizza esponendo una serie di giochi senza frontiere di azioni criminose. Tanto che sembra di assistere a un poliziesco standard che strizza l’occhio ai film di spionaggio con una talpa-prototipo al centro dell’azione.

Ricorrendo in modo un po’ spropositato allo studio intrecciato delle gerarchie, la pellicola ha un fondo di prevedibilità (e vista la durata, non è proprio un vantaggio). La riproduzione delle razze come traslato della società contemporanea è un’idea che vorrebbe turbare le comode acque nelle quali si muovono i politici, solo che non facciamo in tempo ad assaporarne la consistenza e il significato. La moltiplicazione di pani, pesci, còrsi, arabi, egiziani, francesi, italiani del sud e amici degli amici, sfocia in un miracolo di script riuscito solo a tratti.

Il genere carcerario ha avuto forse troppe attenzioni dalla cinematografia recente per giustificare approfondimenti indulgenti: da “Cella 211” a “Bronson”, fino a questo nuovo Audiard, che si avvale di slanci di brusco realismo per poi adagiarsi sui binari di genere, l’idea è quella di una mancanza di coesione. Al momento si spasima per un cinema fatto di parentesi fantastiche, senso del dovere e sensibilità, in un tentativo un po’ avventato di unire insieme tutti questi elementi. Ma, ora la flessibilità ora la legnosità dei punti di vista, prosciuga gran parte delle emozioni.

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