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PRIGIONIERI DELL’OCEANO


Titolo Originale: Lifeboat.


Regia: Alfred Hitchcock.
U.S.A. 1943. Scritto da: Ben Hecht.


Cast: T. Bankhead, W. Bendix, W. Slezak, M. Anderson, J. Hodiak, H. Hull, H. Angel, H. Cronyn, C. Lee.

VOTO: 8

Dal romanzo “Lifeboat” di John Steinbeck, il maestro della suspense trae una storia fatta di crisi morali, di eventi e chiacchere quasi mitologici che escono dai tipici stilemi ai quali ha lavorato di solito.

Costanza Porter (Tallulah Bankhead) è una giornalista un po’ frivola con tanto di telecamera e macchina da scrivere, abito elegante e scarpe col tacco. Non ci si immaginerebbe una donna siffatta in una scialuppa di salvataggio. Eppure, la nave sulla quale viaggiava, è stata affondata da un missile e adesso si trova a discettare come niente fosse accaduto. Sono i tempi della seconda guerra mondiale.

A lei si aggiungono il macchinista John Kovac (John Hodjak), un magnate, il marinaio americano Garrett (un giovane Hume Cronyn), un tedesco di nome Willy (Walter Slezak), fatto salire a bordo con sfiducia e sospetto, e altri cinque compagni. Inizia un’avventura angosciante per questo manipolo di uomini e donne costretti insieme in un ambito angusto fatto di altruismo e meschinità.

“Connie” è il personaggio che consente alla sceneggiatura di ricavare quelle poche parentesi ironiche che hanno fatto la fortuna dei film di Hitchcock. Se è assolutamente da non perdere il favoloso cameo “nutrizionista” dell’autore, sulla barchetta il gioco del poker non è solo un passatempo e rivela il carattere infido di uno dei personaggi, la racchetta da tennis scandisce il senso dell’umorismo, i tatuaggi delle iniziali delle amanti, scolpiti sul petto di Kovac, permettono lo sfoggio di una delle battute più belle: “Non ho mai capito la curiosa abitudine di fare reclame sul proprio torace”.

Il sig. Kovac diventa il comandante non eletto del resto del gruppo. Egli si dimostra il più tedesco dei tedeschi, un dittatore patriottico, cartellone umano che sponsorizza solo se stesso. Il teutonico Willy invece da’ l’impressione di essere il carattere dominante rispetto a quello di tutti gli altri, classificati in una serie di soggetti culturali molteplici. Tutti abitanti un piccolo mondo dove i rapporti di forza sono in continua trasformazione; dove a guidare è il carisma più che la competenza e dove può esistere la bontà ma anche la collera e la dura rivalsa.

Il racconto non resta avvolto in una mera divulgazione dei buoni propositi americani rispetto a quelli nazisti, mostrando invece una disputa attualissima, forse senza insegnamenti, che entusiasma sul piano spirituale e su quello dottrinale. L’inquietudine qui è negli episodi tipici della vita, non negli artifici del cinematografo. Il bambino morto non viene mai mostrato, così come l’impiccagione e la gamba amputata: la discrezione e la virtù di tempi ormai passati, in grado di restituire allo spettatore la giusta emotività.

Hitchcock realizza, forse involontariamente, il suo film più pratico, nelle condizioni più illusorie possibili. Si notano grossolanamente la serie di fondali dipinti tra cielo e mare, nonostante i quali si ha come l’impressione di vivere sulla barcarola, di sentire i sussulti e il dondolio delle onde.

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