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L’INFANZIA DI IVAN


Un film di Andrei Tarkovskij.

Con Nikolaj Grinko, Kolia Buriliaev, Valentin Zubkov.

Titolo originale Ivanovo detstvo. Guerra, Ratings: Kids+16, b/n, durata 95 min. – URSS 1962.

VOTO: 8,5

In esplorazione per conto dell’esercito russo, una pedina strategica permette alle truppe di avanzare e guadagnare terreno. Contrariamente a quanto state pensando, non si tratta di un eroe forte e muscoloso. Ma di un dodicenne di nome Ivan (Kolja Burljaev) verso il quale la vita si è presentata nel modo più spietato possibile, portandogli via entrambi i genitori durante il secondo conflitto mondiale. Lasciando, nel suo animo non più candido, uno scontro perenne che vede prevalere ora il demolito presente, ora il candido tempo andato. I nuovi padri sono tenenti e capitani delle forze armate. Capaci di amare, a modo loro.

Adesso il ragazzo vive dove non ci sono più le allodole e gli animali in libertà dei tempi trascorsi con la madre, in quel crescendo che passava attraverso la venerazione dei frutti, dell’acqua e della natura in genere. E’ cresciuta in lui una fantasia corrotta, che non sente più il suono del grammofono e non vede il futuro, tanto da non prestarsi a un istituto scolastico. Gioco ed educazione sono come se non esistessero. Il destino è ben diverso: guadare un fiume diventa una pericolosa e attraente ritualità.

Esordio più che buono di Tarkovskij, “Ivanovo detstvo” cede spesso a un linguaggio visivo sghembo, allucinato, nel quale Ivan è così vicino allo schermo, dandoci l’impressione di poterlo toccare e, un attimo dopo, imprevedibilmente lontano, in un gioco di prospettive formale e funzionale. Il giovane soldatino sovietico è inafferrabile. Stella imprendibile in fondo al pozzo oscuro delle regole del conflitto.

Il racconto della sua esistenza lascia ogni cosa al suo posto (la fatica tra il fango delle trincee e le atrocità di uomini impiccati come barbari trofei a ribadire una folle egemonia) togliendo, allo stesso tempo, quello che ci saremmo aspettati (le scene di guerriglia e la pietà per Ivan). La fotografia attinge all’espressionismo tedesco e, in una scena straniante più che poetica, sceglie di mostrare il negativo della pellicola, a ricordarci che anche i sogni sono ormai un ricordo indelebilmente macchiato dalla realtà.

L’assuefatta quotidianità di Ivan avrebbe meritato almeno un saluto da una delle persone da lui più amate, il soldato Katasonov. Lo strazio di questo vuoto mi è insostenibile. Provo a colmarlo con tutto il bene che posso. “In bocca al lupo, ragazzo”.

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