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VENERE NERA


USCITA CINEMA: 17/06/2011.


REGIA e SCENEGGIATURA: Abdellatif Kechiche.
ATTORI: Yahima Torrès, Andre Jacobs, Olivier Gourmet, Elina Löwensohn, François Marthouret.


PAESE: Francia 2010. GENERE: Drammatico. DURATA: 166 Min.

VOTO: 6

È stimolante assistere a uno spettacolo “al contrario”. Piuttosto che l’esibizione della “Venere nera”, è significativo vedere come i suoi protettori e il resto della società si accapiglino, si azzuffino, si contrastino, dando luogo a un contraddittorio umano, vera tragedia dell’uomo moderno. Un circo che mentre mette in mostra le deformità delle altrui razze scopre il proprio volto fatto di avidità, cattiveria, superbia e lussuria.

La fisionomia oggetto di cotanto voyeurismo è quella della cosiddetta Venere Ottentotta, giovane schiava boscimane, catturata all’amo dell’apparente libertà da un bieco sfruttatore e condotta, dai luoghi natii dell’Africa del Sud, nella Londra dei primi dell’800. Una storia vera che avrà una fine orribile, con un post scriptum datato 2002, ponte lunghissimo a collegare vicende di un passato neanche tanto lontano.

Ripetitivo e poco intento a un’evoluzione veloce delle vicende narrate, “Venus noire” ha un ritmo che latita e si adagia su una forma di rappresentazione spesso stancante perché priva di sintesi. Il film satura fin dalla prima esibizione, in un extended version non necessaria seppur nobile. Saartjie Baartman (Yahima Torres), costantemente con lo sguardo afflitto e addolorato perso nel vuoto (e non poteva essere altrimenti), è un personaggio che sta troppo in scena e del quale percepiamo fin da subito i segni lasciati da un passato sfortunato e da un presente triste.

Non aiutano a rinfrancare l’esperienza dello spettatore gli stretti primi piani di Abdellatif Kechiche e la fregola delle inquadrature; quello che è già comprensibile dopo i primi tre quarti d’ora è reiterato fino al termine, asciugando la storia da qualsiasi emozione/commozione ed esaltandone lo scomodo aspetto quasi necrofilo. Il regista persevera sulle minuzie dimenticando il fianco aperto da una panoramica, magari fissa, sulla globalità della scena/teatro di questa ignobile recita.

Ed è infatti eloquente come una delle sequenze più forti, quella del battesimo che descrive soffusamente la prevaricazione, sia una di quelle che escono da questo registro fisso: l’uomo europeo si lava le mani, la donna china, la testa arrendevole. La razza bianca evoca la forza di una spiritualità superiore (profanazione trascendentale) alla quale si aggrappa disperatamente nel tentativo di remissione dei peccati. Scopriamo così che la gabbia dentro la quale Saartjie è costretta a esibirsi come aberrante e ricreativo mostro deforme (vista la particolare conformazione degli organi genitali chiamata longininfismo), adattandosi alle voglie del pubblico, è ben più grande di quella che la circonda sul palcoscenico di Piccadilly Street.

Efficace anche l’intervista col giornalista parigino il quale riporta su carta ciò che egli immaginava della ragazza di colore, piuttosto che toccare con mano la dura realtà delle risposte. Ecco, forse un’indagine filmica condotta in forma di documentario (leggi le registrazioni di cronaca sui titoli di coda) avrebbe giovato maggiormente nella descrizione di una società che, da allora, poco ha cambiato nel suo atteggiamento nei confronti della diversità.

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