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LUCI DELLA RIBALTA


Un film di Charles Chaplin. Con Sydney Chaplin, Claire Bloom, Buster Keaton, Charles Chaplin, Nigel Bruce.

Titolo originale Limelight. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 145 min. – USA 1952.

VOTO: 9,5

L’assortimento delle emozioni di una vita è vasto, e richiede una certa adattabilità. Bisogna esser pronti ai più arditi volteggi, alle burle più graffianti, alla profonda malinconia, a danzare sulle punte per trovare un equilibrio esistenziale, a ridere delle tragedie e a piangere di felicità. E’ un po’ come indossare una maschera da clown. Quella di un pagliaccio consapevole; sicuramente un po’ invecchiato, diviso tra un animo scorbutico e un altro gentilissimo e lodevole, quasi sentimentale.

Perduta nei fasti nostalgici di un passato glorioso, la stella di Calvero ha brillato per molto tempo e, durante le prime schermaglie belliche del 1914, si accende solo con una bottiglia di alcol in mano. Ma lui è preparato per fare un ultimo salto acrobatico con una giovane che ha perso la voglia di vivere. Perciò punta all’utopia, a un’idea sostanzialmente teologica della vita, considerando la speranza e la grazia (“una rosa, è una rosa, è una rosa”) come parti trainanti dell’esistenza.

Lasciando perdere tutti quei riferimenti autobiografici, per i quali “Limelight” sarebbe un’orgogliosa e polemica reazione all’inchiesta del Comitato per le Attività Antiamericane, focalizzerei l’analisi di uno dei più bei film di Chaplin sull’aspetto emotivo. Sul quel teatro della vita pieno di colpi di scena. Appendici di armonie che riflettono in pieno l’esperienza dell’autore. Un uomo che si ferma a meditare sull’amore, sull’Arte, sul modo di arrivare a una possibile (?) eterna giovinezza, sondando lo stato di negligenza del cuore e quello di ostinata coerenza della mente.

Riesumata la figura di Charlot, truccata da vecchio comico decaduto, il film è tutto incentrato su questa proiezione in avanti dello stato d’animo dello storico vagabondo, qui afflitto ottimista, con la voglia perenne di divertire il pubblico e accarezzare la sua propria anima. L’ambiguità dell’immedesimazione è sostenuta dal fatto che Chaplin recita per quasi l’intera pellicola senza trucco: la naturalezza del volto, la genuinità dei segni dell’invecchiamento, sono una costante tra l’ideologia del clown e il “vecchio” Charlot. Il film grida forte il suo dissenso per un recital comico (e un music hall) che non c’è più, che nessuno considera più soddisfacente, appagante. Il pubblico è distratto, ha dipinto uno sbadiglio al posto del sorriso.

Ormai vegliardo sapiente, Chaplin comunica allo spettatore una moltitudine di considerazioni quale lascito di uno tra gli uomini di spettacolo più arguti di tutti i tempi. Charlot è lì, ai bordi del palcoscenico, in quella “elegante malinconia del crepuscolo”, smanioso di un ultimo incontro. Quello che permette alla vita di superare la morte.

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