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DEAD MAN’S SHOES


Un film di Shane Meadows.

Con Paddy Considine, Gary Stretch, Jo Hartley, Toby Kebbell.

Titolo originale Dead Man’s Shoes. Thriller/Drammatico, durata 90 min. – Gran Bretagna 2004.

VOTO: 9

Tricicli abbandonati, altalene spinte dal vento. Interni sudici e disordinati, abitati da spacciatori da quattro soldi; survoltati animali che campano a pizza, birra e giornaletti porno, le bocche impastate da alcool e acidi. Quadri incompleti che stanno per essere riempiti dai ricordi dolenti di un passato in bianco e nero. Ricordi che tornano vividi; voci lontane sempre presenti. Richard è pronto ad agire, vendicarsi. Non può più aspettare. E deve proteggere Anthony, il fratello ritardato che dalle bestie di paese ha subito le peggiori angherie.

Meschinamente mal distribuito in Italia (evidentemente certi salti qualitativi urtano le intorpidite vedute di esercenti sempre più simili a bottegai), Shane Meadows ha un’idea lucidissima di cinema: monta il racconto in modo splendido, lo sospende tra passato e presente, tra amore e castigo, campagna e piccola città, suddividendolo in brevi ed esemplari atti chirurgici lontani da Tarantino e Park Chan-wook. Il regista inglese rifiuta gli estenuanti dialoghi POPolari del primo e l’estetizzante ridondanza del secondo, unendo l’assunto del “genere vendetta” a uno stile emancipato. Sposa il verismo sociale epurandolo da ciò che potrebbe distogliere lo spettatore, riappropriandosi di quella spina dorsale essenzialmente divisa tra rivalsa e remissione.

Chiosate da una colonna sonora malinconica, le gesta di Richard (un meraviglioso Paddy Considine) sono perfette. E anche gli altri coprotagonisti recitano alla grande: spacconi, braccati, impauriti, fanno venire la tremarella solo a guardarli. Pensate che qualcuno di loro si salverà?  L’ultima rievocazione delle violenze patite da Anthony si rivela scioccante, e così comprendiamo l’amore profondo e indissolubile che lega il destino dei due fratelli. Congiunti da una tragedia innescata da un grido e finita con un cappio al collo.

Ci sarà un sorprendente passaggio di testimone nel ruolo di “mostro”, qualcun’altro si macchierà le mani e la coscienza di sangue. Il nuovo criminale silenzioso avrà una pelle che brucerà alla prima luce del sole, abiterà per sempre una roccaforte in collina, maniero fantasma senza finestre. Gli occhi vuoti sul baratro della perdita.

Dominando l’espressività della forma, e passando da vecchi filmini super 8 alla cupa e umida fotografia del colore dei giorni nostri, l’inedito di Meadows non può che essere catalogato tra i thriller drammatici più belli degli ultimi 10 anni. Anche i gesti più meschini e violenti diventano, nelle sue mani, disperata poesia.

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