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THE HOUSEMAID


Regia e sceneggiatura: Im Sang-soo.

Interpreti: Jeon Do-youn, Lee Jung-jae, Youn Yuh-jung.

Produzione: Mirovision Inc., Sidus Fhn. Distribuzione: Fandango. Corea del Sud, 2010, 107′.

VOTO: 6

Il cinema coreano si sta lentamente arenando. Dopo i fasti dei primi film di Kim Ki-duk e Park Chan-wook, portatori di soggetti e linguaggi abbastanza innovativi, l’arte visiva di quel paese si è un po’ adagiata su schemi ripetitivi, stucchevoli esercizi di stile, opere a mezzo servizio.

Compiti ardui attendono le protagoniste del nuovo (uscito da noi con un annetto di ritardo) film di Im Sang-soo, libero riadattamento di una pellicola in bianco e nero di Kim Ki-young. L’inizio ha luogo tra le strade di una città coreana: c’è chi si impegna per servire gustose pietanze di pesce, chi si gode la compagnia degli amici, c’è chi salta per ballare e chi salta… giù da un balcone. Tra scene di vita ordinaria, un evento tragico segna la partenza di questa storia. Che continua con una collaboratrice domestica alla ricerca di una colf per conto di una coppia facoltosa: lei incinta di due gemelli e lui, elegante tenebroso, che mette subito gli occhi addosso alla nuova arrivata. Una giovane che, grazie all’appoggio dell’anziana cameriera che l’ha “fiutata”, ispira la simpatia della bambina, ancora per poco figlia unica.

Infastidito da un menage matrimoniale privo di quel distacco necessario a mantenere il riserbo per un buon coinvolgimento erotico, il padrone della lussuosa abitazione beve vino e passeggia nudo per tutta casa, suonando il piano la mattina a colazione ed uscendo sempre scortato da un paio di guardie del corpo, che fanno anche da portaborse. Affari & Sesso, Business & Tradimento, sembrano definire la figura di comandante del fedifrago: un personaggio che è risolto a metà, perso tra l’autorevolezza iniziale e i piagnistei successivi.

In agguato ad ogni fotogramma, la morte aleggia in questo melò stilizzato e un po’ freddino. E’ la messa in scena di una dipartita tutta al femminile, come se le donne avessero da espiare colpe risalenti a un passato primitivo. “La mamma morta” cantata dalla Callas sottolinea come le madri siano in pericolo, vittime di loschi piani diabolici e arrivisti, bugie, soffiate, gelosie e candide ingenuità. E’ un gioco al massacro durante il quale assistiamo a un’eloquente scena tra quattro donne chiuse in una stanza mentre si rimpallano i destini dei prossimi nascituri che, per una volta, occorre sperare con tutto il cuore non siano femmine.

Perdendo spesso di vista possibili percorsi sociologici, data la famiglia borghese viziosa a disposizione, il regista recupera sul finale quando “trasloca”, tra lucidità e sofisticazione, le rosse poltrone capitonnées, simboli di potere privilegiato, alla mercé del freddo invernale. Attitudine caustica che arriva un po’ tardi, ma che ha il privilegio di mettere qualche tarlo sulla liscia mobilia dei ricconi di turno, e magari anche nelle loro sbronze coscienze.

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