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IL DELITTO PERFETTO


Un film di Alfred Hitchcock.



Con Ray Milland, Grace Kelly, Robert Cummings, Anthony Dawson, John Williams [II].


Titolo originale Dial M for Murder. Giallo, Ratings: Kids+16, durata 105 min. – USA 1954.

VOTO: 8

Un bacio senza amore a colazione. E un altro, un po’ più vero (guai a sfuggire ai codici etici), scambiato quando è sera. Il primo è quello che Margot (Grace Kelly) concede al marito Tony (Ray Milland); il secondo è quello dato all’amante Mark, appena sbarcato in Inghilterra con la Queen Mary. Come fare per tenere segreta la relazione? In realtà Tony sa più di quello che sembra, visto che ingaggia un sicario per tentare di uccidere la moglie. D’altronde nei film di Hitchcock, è notorio, quando un uomo si avvicina a una bionda è per baciarla o… per assassinarla.

Tratto dal lavoro teatrale di Frederick Knott, e sceneggiato dallo stesso commediografo, “Il delitto perfetto” non è un compitino svolto con leggerezza. Ciò che sorprende, nell’adattamento cinematografico, è la secchezza dello scritto, che va dritto al sodo (l’intrigo mistery) non curandosi troppo degli aspetti (e ce ne sarebbero stati da approfondire) sentimentalisti. Quello che invece si mantiene sono gli ambienti chiusi della rappresentazione. Nessuno che arei gli ambienti prima di soggiornarvi; piuttosto, i malintenzionati, tendono a chiudere porte e finestre per ricavare vantaggio dal silenzio e dalle ombre. La suspense incrementa e avanza veloce alla volta dell’imboscata tesa all’ignara Margot.

Il livello dell’ironia è invece un po’ basso, e forse questa assenza pregiudica, a mio modo di vedere, il valore artistico del film. Una satira “vista da lontano”, messa in scena soprattutto per mandare volontariamente all’aria il piano delittuoso, si ha al momento dello scambio delle chiavi (perché tutte le chiavi si assomigliano, sembrano uguali) e al pettinarsi dei baffi dell’ispettore, soddisfatto e sorridente. Manca il classico humour à la James Stewart, l’attore feticcio del regista il quale vedeva riflettersi in lui tutta l’imbranataggine e l’inadeguatezza dei suoi complessi. Ray Milland è una specie di sostituto temporaneo, scelto forse per i toni estremamente freddi, disperati e tristi che traspaiono dal suo volto. Mentre Grace Kelly ha un’espressione che vorrebbe essere afflitta e tormentata, ma risulta più che altro inebetita.

I colori usati durante il riconoscimento della sua colpevolezza, così enfatizzati da lampade rosse intermittenti a macchiarne il viso, richiamano certi acuti astrattismi de “La donna che visse due volte”. E c’è anche qui un primo piano a centro scena che racconta un itinerario giudiziario in poco meno di un minuto, facendo ricorso a una voce off che non lascia spazi a contraddittori sull’esame oggettivo delle prove. Sappiamo che il regista non crede molto nella giustizia. Ciò che premeva di più era forse passare sopra anche alla giurisdizione per fargli perdere importanza. E’ per questo che inquadra i poliziotti mentre vagabondano sui marciapiedi di Londra, “puntando” il crimine, in attesa di un misfatto che i loro occhi non sono in grado di percepire.

Hitchcock, nel girare “Dial M for murder”, volle azzardare (e forse di questo se ne pentì) la nuova frontiera del 3D: un giochino che non portò molta fortuna ne’ agli incassi ne’ al coinvolgimento, visto che di per se i dialoghi erano più che sufficienti per creare la tensione necessaria. Inquietudine accentuata da un insieme di inquadrature che dal basso puntano verso l’alto (e viceversa), in un rimpallo di prospettive atto a richiamare l’attenzione dello spettatore e a generare in lui una minuta sensazione di vertigine. La tridimensionalità contribuì a monopolizzare l’interesse verso telefono, forbici, calze e chiavi: arnesi emblematici che divennero un poco più sinistri e imponenti.

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