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NOTORIUS – L’amante perduta


Un film di Alfred Hitchcock.

Con Cary Grant, Claude Rains, Louis Calhern, Ingrid Bergman, Reinhold Schünzel.

Titolo originale Notorious. Thriller, durata 101 min. – USA 1946.

 

 

 

 

 

VOTO: 8


Evidentemente influenzata da schemi di lettura giallo-rosa, la struttura da thriller di “Notorius” si tinge di propositi sentimentali e, combinata alla spy story, sintetizza splendidamente tali generi sfuggendo a qualsiasi classificazione. In quella, si sottrae pure a una guerra che giunge molto lontana, assente ed edulcorata in un contesto scenografico sfarzoso. Più che a chiavi di porte o cantine, l’abilità di Hitchcock ci ammalia grazie a chiavi che potremmo definire del cuore, costruendo una storia pervasa da un rosa amoroso, continentale e calcolato; nel quale i personaggi si amano (il triangolo sì), si baciano e si ingelosiscono. Partendo da una festa a Miami, per finire a Rio de Janeiro, e transitando da una scena che all’epoca passò alla storia come il bacio più lungo mai scambiato sugli schermi cinematografici.

Bisogna considerare che il trasferimento dall’Inghilterra agli Stati Uniti generò nel regista un senso di malessere e disagio, il quale viene recepito quando ci fa notare quella che sembra essere la condotta abituale degli americani (alcool e festini, con tanto di guida in stato di ebbrezza), sempre sull’orlo di una depravazione morale che obnubila la mente e la vista (in più di un’occasione il personaggio di Ingrid Bergman è avvolto da una foschia appannante causata dal bere prima, e dal veleno e dai calmanti poi).

Il gruppo segreto di nazisti nostalgici è SPIEtato in modo intermittente tanto che, cercando di andare diritto allo scopo e senza riservare nessuna carità per chi sgarra, non potrebbe permettersi divagazioni facendosi incastrare dai toni del melodramma. Ed è proprio così che Hitchcock si inserisce all’interno di un racconto “serio”, dando la priorità a una (non banale) storia d’amore che contende il palcoscenico al senso del dovere e facendo diventare l’intero complotto una semplice scusa. I criminali non appaiono mai come vere personificazioni ostili, e accompagnano la storia con tratti altruistici e tolleranti (Sebastian accoglie Elena senza riserve proponendogli addirittura un matrimonio lampo). Indugiando su questi aspetti si può capire come l’opera sia interamente assoggettata a una simulazione della realtà, grazie alla quale il geniale “Hitch”, in maniera stabile e predeterminata, imbastisce coscientemente una storia parallela a quella “vera”.

Perfettamente ideato per creare diversi momenti di tensione, “Notorius” non lesina suspense. Costruita in modo preciso a partire dalla chiave sottratta mentre un’ombra sinistra si agita nella stanza attigua, l’apprensione cresce in occasione di una semplice stretta di mano amorosa, per sublimarsi nel dolly all’interno del salone della villa sul mare; quello che ci informa su chi possieda la chiave e dove la tenga nascosta, in un’idea registica non molto dissimile dalla carrellata in avvicinamento a svelare il volto del colpevole nel finale di “Giovane e innocente”.  Così come il corteggiamento rivolto a una tazzina da caffè evoca il paragone con il dubbio contenuto del bicchiere ne “Il sospetto”. Un buon ricevimento non può esser definito tale senza servire lo champagne. E quando la cassa si esaurisce in fretta aumentano le palpitazioni e le possibilità di un cambiamento di postura sulla poltrona.

L’ombra di Claude Rains ci viene mostrata in tutte le forme. Ora allungata, poi deformata, infine sola immagine allo specchio, Sebastian è un fantasma diabolico ma sfocato. Come la scoperta dell’uranio: elemento che avrebbe potuto aprire infinite parentesi sul conflitto nucleare e che invece si risolve tutto in una ramazzata nel tentativo di farlo sparire. Il regista lo fa rimanere sullo sfondo, come minuzia generata tipicamente da un Mac Guffin, tanto che con l’avvicendarsi dei rapporti tra i tre protagonisti resta privo di significato e importanza.

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