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I GIORNI DEL CIELO


Un film di Terrence Malick.

Con Brooke Adams, Richard Gere, Sam Shepard, Linda Manz, Robert Wilke. Titolo originale Days of Heaven. Drammatico, durata 95 min. – USA 1978.

VOTO: 8


Su questa terra ci stai una volta sola. E secondo me, per tutto il tempo che ci stai, devi starci bene”.

E’ la piccola Linda che parla, colei che sogna un futuro da geologa, mentre pontifica con versi elegiaci il dipanarsi delle vicende. Suo fratello Bill (un Richard Gere dalla condotta vigorosa) vorrebbe semplicemente diventare qualcuno, operaio istintivo e avventato. Innamorato di Abby (Brooke Adams, capelli neri e pelle bianca, che vive di turbati contrasti), una che da bambina non usciva mai, intenta com’era alla preparazione di sigari mentre sognava di fare la ballerina, cede a una tentazione di comodo. In nome dell’agiatezza, che fa loro visita sotto le spoglie del nobile e malinconico Sam Shepard, spingerà la sua amata verso le apparentemente fragili braccia del latifondista, con esiti che saranno devastanti.

In mezzo a questi contraccolpi a metà tra il sentimentale e il rurale, risalta la fotografia di Néstor Almendros: indimenticabili il giallo abbagliante dei campi di grano, così come le ombre e gli scuri a “punire” le coscienze del diavolo, mantenendo sempre una sensibilità pittorica che toglie il respiro. Mesta la musica di Morricone, in linea con lo spirito del film, ma sotto i suoi standard abituali: se è vero che le sottolineature dei solenni riti del lavoro agricolo sono ben accordati, maggiori difficoltà sono evidenti nello squadrare i conflitti interiori dei personaggi.

Genio che cattura i riverberi, vate delle sfumature e funambolo ai confini del tempo, il Malick verista di “Days of Heaven”, sembra tenere più alla natura che agli umani, spesso abulici e ipocriti con improvvisi slanci emozionali. Le grandi scene girate quando, vista l’ineluttabilità del creato (con tanto di senso biblico?), le cavallette invadono l’oasi di pace e stabilità che tanto somigliava a un Paradiso elargito dalla volontà di Dio, danno l’idea di una forza epica magniloquente, che rischia continuamente un eccesso di artificiosa raffinatezza e che, indubbiamente, avvince. Il regista contesta lo spostamento proletario e sociale, e lo evidenzia come base principale del sogno americano. Ma l’America è un gruppo borghese vestito a festa, immobile e insensibile anche di fronte al solenne ed esemplare scorrere di un fiume.

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