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TEMPI MODERNI


Un film di Charles Chaplin.

Con Charles Chaplin, Paulette Goddard, Henry Bergman, Tiny Sandford, Allan Garcia.

Titolo originale Modern Times. Comico, b/n durata 89 min. – USA 1936.

VOTO: 9


L’umanità che va al lavoro è un gregge istintivo, disordinato, ma che arriva sempre in orario. Una massa indistinta che si trova in gruppo e condivide gli stessi scopi. Perché così comanda l’economia di mercato. Il tempo che passa è già un elemento basilare di questo vento occidentale, e viene misurato al secondo con orologi giganti e timbrature che paiono incubi ciclici. Prendendo il via da una congettura irrealizzabile, almeno per l’epoca in cui il film è stato girato, Chaplin ipotizza come già in voga schermi-spia parlanti in stile Grande Fratello. Tutti elementi utili a chiosare oggi la nostra attualità. L’intervallo per il pranzo è insidiato da curiosi marchingegni elettronici che imboccano l’operaio senza “costringerlo” alla sosta, tutto in nome di una maggiore produttività che condurrà a un inevitabile epilogo comico e crudele allo stesso tempo.

All’interno di questo complesso mostro produttivo infatti, agisce qualcuno che non stringe i dadi come dovrebbe, distratto da pruriti ascellari e baruffe con insetti giganti. L’esaurimento nervoso (irresistibile la degenerazione da normalità/assuefazione a follia/libertà) dell’operaio Charlot è un rifugio necessario, dato che la catena di montaggio ha il sopravvento sull’uomo. Quest’ultimo diventa un pezzo insostituibile della prima: i suoi tic nervosi esplodono quando il nastro che scorre sotto di lui si ferma. L’omino con i baffi, come un drogato in astinenza, non è più in grado di agire da solo, abbandonato da un sistema del quale non può più fare a meno. Chaplin aggira e rovescia questo immenso senso di angoscia ricorrendo al farsesco. Prima agendo su leve e manovelle dei macchinari principali e poi rincorrendo qualsiasi cosa che gli ricordi un bullone: e quindi giù a spaventare i colleghi di lavoro, la segretaria del capo, e perfino una tronfia signora di passaggio sul marciapiede attiguo alla fabbrica. I segni della pazzia in realtà hanno già condannato anche chi si trova al comando dell’intera industria: il Presidente muove annoiato tra puzzle, giornali e bicchieri d’acqua per compresse da mandar giù metodicamente.

In prigione vigono le medesime rigide regole, e l’assunzione di cibo è di nuovo un problema. L’uomo è oramai identificato con un numero: dalla linea n. 5 della fabbrica al carcerato n. 7. La detenzione non è altro che il tentativo di allontanare colui il quale viene considerato come inutilizzabile, e pertanto non idoneo a reggere il peso della schizofrenia  necessaria a creare empatia col Capitale. Malattia dalla quale Charlot esce facendo ricorso alla droga, artificio impazzito e casuale che si segnala come rimedio fortuito quanto necessario.

Quando in un ristorante dove è stato assunto (per forza di cose temporaneamente) canta una canzone, le frasi che enuncia sono per lo più incomprensibili: si tratta di un irrisione al sonoro, che rappresenta uno dei trionfi della civiltà tecnologica. Di conseguenza le risate degli astanti sono dovute più ai buffi versi e all’arrangiamento mimico di cui si avvale l’omino: come dire che l’immagine ha il sopravvento sulla voce.

Il lato deforme dell’evoluzione tecnologica viene rivelato da Chaplin come una parte perversa, e tuttavia conforme, della ricchezza finanziaria. Lo stesso regista pare rifiutare la lotta di classe. Il suo Charlot non ha la consapevolezza di appartenere al Quarto Stato; la concezione dell’agiatezza lo ha già conquistato in modo risoluto. Il miraggio di una casetta dove vivere felice lo pervade romanticamente: vede una moglie allegramente affaccendata e vestita col grembiule, e un marito agghindato di tutto punto destinato a chissà quale ufficio/loculo. In sogno immagina che una mucca produca latte fresco a comando e che grappoli d’uva, appesi appena fuori dalla porta della cucina, siano a portata di mano.

In ogni modo non possiamo trascendere da un’ideologia di fondo che chiaramente si palesa: l’ingovernabilità di Charlot (nonostante la presenza di poliziotti a ogni angolo, pronti ad afferrarlo, arrestarlo e domarlo) simboleggia lo stampo forse più incisivo della ribellione. Un moto rivoluzionario che due monelli identici in tutto, a parte il sesso (Charlot e l’orfana Paulette Goddard), sembrano riaffermare percorrendo la stessa strada, quella dritta e spoglia del ripiegamento e, insieme, dell’autonomia. Ciò non fa altro che confermare l’ipotesi che l’operaio di Chaplin sia un personaggio isolato, visto che probabilmente il tragitto così intrapreso non avrà una meta confortante. L’inquietudine è sempre in agguato: basti pensare alla scena, che richiama quella della casa sull’orlo del precipizio ne “La febbre dell’oro”, nella quale Charlot pattina beato all’interno dei grandi magazzini, ignaro che a un passo da lui lo aspetta una voragine (il sistema capitalistico che lo vorrebbe inghiottire?).

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