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PI GRECO – Il teorema del delirio


Un film di Darren Aronofsky.

Con Sean Gullette, Mark Margolis, Ben Shenkman, Pamela Hart, Stephen Pearlman, Samia Shoaib, Ajay Naidu.

Titolo originale Π. Thriller, durata 84 min. – USA 1997.

VOTO: 8,5


Non bisogna mai guardare fisso il sole. Perché non solo si rischia di offendere gli occhi, ma anche la mente. La quale potrebbe capitolare sotto i colpi delle emicranie e delle epistassi, degenerando in corto circuiti irrecuperabili. E a poco servirebbe l’uso di betabloccanti, di iniezioni di adrenalina, l’abuso di steroidi e aspirine, mescolate a caffeina e marijuana. Un cocktail pericoloso che condurrebbe sull’orlo, se non proprio sull’abisso, della farneticazione, intervallata da squarci di lucidità.

Max è il topo da laboratorio vittima involontaria di questo scandaglio matematico; frattale che non cambia mai aspetto e che si attorciglia su sé stesso. Più cerca di difendersi, più il mondo esterno lo sovrasta: oltre alla “natura morta” di stampanti, luci, tastiere e lucchetti, ce n’è una viva molto minacciosa fatta di ebrei ortodossi, numerologi che studiano la Thorà, e di una insistente voce femminile che vuole assolutamente avere un incontro con lui. Stretto nella morsa tra fumosi capitalisti di Wall Street e fanatici religiosi, le sue vicende diventano meno interessanti perché si perdono dietro a un generico riscontro probante delle teorie fino a lì solo idealizzate; forse tutti sono alla costante e ossessiva ricerca di una verità assoluta, materiale o spirituale, che possa dare un senso alle loro vite, evidentemente carenti.

Al suo debutto dietro la macchina da presa, Aronofsky ha un’indole che non può non essere paragonata a certe opere cronenberghiane contenenti escrescenze corporee, ma soprattutto al lynchano “Eraserhead”. In “Pi Greco” i clangori di sottofondo sono elettronici più che industriali (le musiche annoverano anche gli Orbital e i Massive Attack); non ci troviamo in periferie abbandonate bensì in una Chinatown newyorkese, talvolta deserta e popolata solo da fantasmi; il protagonista Sean Gullette non ha i capelli di Jack Nance, tuttavia anche i suoi sono abbastanza scarmigliati. La fotografia in bianco e nero somiglia più a quella sperimentale di “The grandmother”, come se la luce, di taglio espressionista, provenisse dal basso degli inferi e contribuisse a bruciare i volti già cadaverici di per se’. Al posto della donna del radiatore c’è l’uomo canterino (un profeta immaginato? la sua stessa ombra che lo segue e lo spaventa?) della metropolitana; il sesso continua a essere elemento disturbante e sconosciuto, e si manifesta con rumori molesti che bucano le  pareti dell’appartamento di Max; gli scarafaggi s’insinuano tra i chip come ripugnanti “bug” partoriti dalla mente più che da esiti informatici; i cervelli sono ancora una volta lambiti da lapis o biro che curiose, cercano di entrarvi dentro per capire, sondare.

La regia di Aronofsky è meravigliosa: tra macchine a spalla, dondolamenti vertiginosi, montaggio selvaggiamente veloce ed esaltato, contribuisce a creare quella sensazione di angoscia che ti prende fin da subito e non ti molla più. Sarà vero che la natura ci parla attraverso la matematica? Quanto lontano possiamo spingerci nel tentativo di misurare tale assioma e proporlo con uno schema risolutivo? Non sarebbe il caso di fermare il cervello prima di intraprendere l’elaborazione di una strada così impervia? …E se invece esistesse un modo per capire i risultati e le variazioni della Borsa? Nell’incertezza, e visti i tempi che corrono, ci provo.

Ore 03.14: Premo Invio.

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