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RABBIT HOLE


Un film di John Cameron Mitchell.

Con Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Dianne Wiest, Tammy Blanchard, Miles Teller.

Drammatico, durata 90 min. – USA 2010. – Videa – CDE. Uscita: venerdì 11 febbraio 2011.






VOTO: 7,5


Dopo gli approcci percettivi di Eastwood e quelli più tangibili di “Kill me please”, ecco ancora una volta la morte al lavoro su un set cinematografico. Quest’anno è iniziato con una serie di pellicole funeree che ci han messo in contatto con quella parte del mondo che, seppure invisibile, cammina accanto a noi, talvolta incomprensibile, talaltra affabile e quasi circoscrivibile.

In “Rabbit hole”, la madre Rebecca/Nicole Kidman ben “sparisce” in un ruolo disadorno, facendoci dimenticare il lato di stella glamour del cinema, e il padre Howie/Aaron Eckhart risulta altrettanto efficace e misurato nel ruolo di secondo volto della sofferenza. A Rebecca non basta aggrapparsi al fato, all’autocommiserazione e a improbabili disegni divini per dare una spiegazione di senso compiuto alla perdita del figlio di quattro anni. La donna è vittima della metodicità: si chiude in tempi e luoghi conosciuti nei quali sa dove mettere i piedi, rifugge gli inviti a cena dei vicini che si “permettono” di ridere e divertirsi, scappa dal confronto con altri che hanno subìto la sua stessa perdita. Incanala nel modo sbagliato rabbia e frustrazione, assumendo comportamenti contraddittori: prepara festosa la torta di mele, ma non lesina giudizi al vetriolo sulla sorella incinta e la madre, si avvicina a colui che è stato causa dell’incidente stradale che ha ucciso il piccolo Danny e tiene lontani i conoscenti di una vita.

Irriconoscibile lo stile e l’approccio di John Cameron Mitchell: accantonati i ritmi indiavolati del rock transgender di “Hedwig” e l’anticonformismo da spirito ribelle di “Shortbus”, qui il regista sembra un affermato autore che sa da sempre come dirigere un film impegnato e altamente drammatico, creando una pellicola commovente senza mai farsi attrarre dai facili schematismi che certe sciagure avrebbero potuto offrirgli.

L’elaborazione del lutto è come un’operazione di giardinaggio: è necessario iniziare da un minuscolo granello di concime per poi poterne pian piano accumularne altri, affinchè il fertilizzante faccia il suo effetto. E poi attendere la pioggia per poter godere della crescita di piante e fiori. Alla fine non è detto che abbiano il colore che tanto abbiamo desiderato, e non importa se i prati erbosi verranno calpestati da cani che avrebbero dovuto rimanere nella cuccia, così come da invitati schiamazzanti voluti per un barbecue riconciliatorio. O se tutto questo sarà scalzato da fumetti all’apparenza poco interessanti i quali, tra precise e nette linee di ghirigori a forma di cono, scavano in profondità come tane di coniglio e raffigurano tristemente famiglie incomplete, dove ora manca un padre o un figlio. Universi paralleli che forse esistono da un’altra parte e che, in qualche modo, mitigano il dolore.

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2 Risposte

  1. nadalino

    dopo ‘shortbus’ e’ veramente sorprendente questo film dello stesso regista! peccato che la kidman abbia perso il suo ‘volto’ ma e’ convincente nella parte. continua così…complimenti

    23 marzo 2011 alle 13:27

    • Giusta osservazione. In molti si sono soffermati solamente sugli aspetti “botulinici” e da gossip, senza aggiungere altro sulla qualità recitativa. Evidentemente alcuni critici sono gelosi… 😉
      Cameron Mitchell ci ha spiazzati con Rabbit Hole; mi auguro che faccia parte di un percorso artistico in crescita.

      23 marzo 2011 alle 15:06

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