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LA DONNA DI PARIGI


Un film di Charles Chaplin.

Con Adolphe Menjou, Edna Purviance, Carl Miller, Clarence Geldart, Lydia Knott, Bess Flowers.

Titolo originale A Woman of Paris. Drammatico, b/n durata 92′ min. – USA 1923.

VOTO: 8


Mentre in patria iniziano a  imperversare i film dei grandi comici americani, tra cui Buster Keaton, Harold Lloyd e Stan Laurel, Chaplin sceglie di offrire al pubblico un film dichiaratamente drammatico, fin dai titoli di testa e dalle prime didascalie. Sono ivi annunciati infatti, l’assenza dell’attore e della sua classica “maschera” di Charlot, e i toni seri rappresentativi della nuova pellicola, la prima ad avere più delle 6 bobine di lunghezza raggiunte da “Il monello”.

“A woman of Paris” diviene subito esplicito fin dal titolo che porta: si esce dal confine statunitense per andare oltreoceano a scandagliare da vicino una “qualsiasi” signora che sogna una vita da vip, tra possibili mariti ricchi ma effimeri e compagnie mondane. L’attacco al ceto borghese medio/alto lascia per un momento da parte la potenza devastatrice dell’omino con la bombetta, e fa spazio a una riflessione più distaccata (e chissà se più profonda) su una fetta di società che di certo Chaplin non ama. Sono queste forse le prime avvisaglie della sua indipendenza produttiva che, grazie all’affiatamento con Douglas Fairbanks e Mary Pickford, insieme a David W. Griffith, aveva fatto nascere la United Artists.

La realizzazione della storia assume toni quasi umili, un po’ stereotipati, mancanti di sprint appassionati. La ricerca della felicità del giovane Jean (Carl Miller) e della bella ragazza di provincia Marie (Edna Purviance) è contrastata dall’equivocata fuga di lei nella capitale parigina e dall’incontro con il benestante Pierre (Adolphe Menjou). Qui l’ambiente è rovinato dalle chiacchere dei benpensanti, dai preconcetti accettati e anzi favoriti, dalle minute spietatezze che, ammassate in un gran calderone di residenti (troppo?) spensierati, conducono a un fato doloroso per tutti. Chaplin si accontenta di svelare la non comune e considerevole forza delle cose ordinarie, andando incontro a propositi di plausibilità esistenziali. Basti pensare all’incrocio finale tra chi si è accontentato di una vita fatta di realtà semplici, come il viaggiare su di un carretto malconcio e accudire bimbi non suoi, e chi invece sfreccia a tutta velocità con un’auto all’avanguardia essendo sceso ormai a patti col proprio senso di solitudine.

La traccia dell’autore è assiduamente individuabile grazie alla piega sarcastica che quasi ogni attimo palesa: il piglio di Chaplin si è fatto quasi flemmatico, terribile giudice di un referto sociologico che sa esprimersi solo per il suo desolante senso di vuoto. Lo spassoso e combattivo Charlot si è messo da parte per un momento, abbandonando i modelli proposti fino a lì, e trasformandosi in magnifico e fastidioso suggeritore di una traduzione filmica notevole. L’America bigotta non lo perdonerà, anche e soprattutto per aver ritratto tre genitori dal comportamento più che contestabile, e il film verrà negato a una quindicina di Stati.

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