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GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA


Un film di Pupi Avati.

Con Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Luigi Lo Cascio, Fabio De Luigi, Gianni Cavina.

Commedia, durata 90 min. – Italia 2009. – 01 Distribution. Uscita: venerdì 3 aprile 2009.






VOTO: 5


Un’altra pellicola dalla forte impronta autobiografica che a lungo andare annoia un po’, soprattutto nei momenti durante i quali dovrebbe essere più forte, mescolando le storie e incrociandole tra loro. Di solito questa soluzione narrativa accresce l’interesse, ma quella proposta da Avati è scostante. Troppi personaggi e troppo sfilacciate le esposizioni; ognuno va per i fatti suoi e il film perde di coralità.

Una giostra fatta di tipi strani: o timidi oltre ogni modo, o troppo sopra le righe e scemi patentati. Il regista italiano vorrebbe fare tanta simpatia, rinverdire il suo proverbiale senso del malinconico, invece risulta prevedibile e tedioso. Tra enfasi, illustrazione, bozzettismo e paradosso, rimane sempre in superficie, senza lasciare posto al sogno, alla fiaba tout-court, senza slanci miracolosi. Solo triviali bazzecole e qualche dissapore.

Bravo nella direzione degli attori, ma senza quella vivacità travolgente e quella favolosa audacia di altri tempi, Avati non è ripagato, per giunta, dalle loro performance. Il personaggio di Abatantuono ha la profondità di una pozzanghera nelle giornate di siccità, la recitazione della Chiatti passa da una dizione scellerata a battiti di ciglia insulsi, Luigi Lo Cascio trascorre il tempo a ridere come un pazzo e, nella parte del cosiddetto “linfomane”, è credibile come gli scioperi della fame di Pannella.

Si parla degli anni ’50 e non sempre sembra di rivivere quelle atmosfere. Non ci si distacca da questa sensazione di anonimato, e non basta l’utilizzo di un filmino in bianco e nero, ne’ le fotografie annuali appese al muro del bar per alimentare il ricordo di un tempo che fu. Un altro discreto difetto è quello di sbilanciare lo stile elegiaco del racconto d’epoca rapportandolo a una panoramica disillusa su un circolo apertamente maschilista. La scenografia è decentemente ricercata e curata sotto diversi aspetti: la riproduzione degli ambienti bolognesi lungo i portici di Via Saragozza è stata plasmata nella città di Cuneo con dovizia di particolari.

Portabandiera di un cinema intimista, l’ideale avatiano potrebbe anche passare la mano e indossare un paio di occhiali “K” per guardare le femmine sotto le gonne: vedi mai che non riesca a ritrovare un po’ di ispirazione. Nel suo piccolo avrebbe anche potuto fare un altro film, o cambiare bar. Nel suo piccolo.

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