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THE MIST


Un film di Frank Darabont.

Con Thomas Jane, Marcia Gay Harden, Andre Braugher, Laurie Holden, Toby Jones.

Horror, durata 127 min. – USA 2007. – Key Films. Uscita: venerdì 10 ottobre 2008. VM 14






VOTO: 5


“The Mist” è stato uno degli horror più invocati degli ultimi anni: dopo aver dato buona prova con le precedenti riduzioni dai romanzi di Stephen King (leggi “Le ali della libertà” e “Il miglio verde”), il regista Frank Darabont sembra ispirarsi per l’occasione anche ad altri numi tutelari del genere, e inizia la sua avventura con un dipinto che raffigura il poster cinematografico di “The thing”, creato dal grafico David (Thomas Jane).

Ben presto alcuni esseri deformi, provvisti di tentacoli verminosi, taglienti e succhiasangue, invadono la piccola cittadina del Maine, dove da poco si era abbattuta una tempesta. Alcuni grossi insetti svolazzano all’interno del supermercato presso il quale i cittadini si sono rinchiusi nel tentativo di sfuggire a una nebbia minacciosa che sta avanzando misteriosamente, la quale nasconde pure ragni mutanti e altri mostri provvisti di chele affilate. Le creature sono sempre più mostruose. Enormi e primitive, sembrano moltiplicarsi in specie e quantità.

Che sia arrivata l’Apocalisse? O forse si tratterà di un’invasione aliena? Qualcuno avrà fatto esperimenti usando armi chimiche, o piuttosto qualche scienziato avrà sbagliato qualcosa nei suoi test sulla genetica? Domande che troveranno risposta in una spiegazione piuttosto sbrigativa e poco appassionante.

Qualcuno tra i “survivors” cerca un senso nella religione, nella grazia del Cielo, pregando per le anime dei “peccatori” attraverso deprimenti omelie. E’ la Sig.ra Carmody, una bigotta di prima categoria che si sente superiore e mantiene un portamento altezzoso. Contribuisce ad alimentare la considerazione per la quale sarebbe un altro l’obbrobrio a cui prestare attenzione: quello che si formerebbe nelle anime della gente comune quando sollecitata da situazioni di pericolo. L’intero cast che assiste a tali sermoni è decisamente modesto nelle interpretazioni, se si esclude appunto la performance di Marcia Gay Harden, folle al punto giusto nel delineare la figura della “missionaria” impazzita.

Lasciando da parte una forma bella e pulita, la mdp sta addosso agli attori, a volte traballa da un primo piano all’altro come fossimo in un serial televisivo. Cazzate comportamentali tipiche dei film horror si succedono senza sosta: l’ingresso in farmacia e i richiami non marginali alle vischiose bave di “Alien”, l’anticipazione sui “movimenti” della Sig.ra Carmody e la contemplazione imbalsamata dei mostri, il ritardo nel fuggire con l’auto. La storia manca di vera inquietudine e plausibilità, seppure tocca (involontariamente?) attimi che sollevano questioni più o meno interessanti sulla guerra civile. La sceneggiatura scarsa e la regia un po’ impacciata completano l’avvilupparsi della nebbia intorno a questo approssimativo film.

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2 Risposte

  1. Dopo un tremendo temporale che abbatte mezza casa sul lago, il giovane papà David Drayton e il figlioletto Billy scendono in paese per fare degli acquisti.
    Una densa nebbia avvolgerà il supermercato intrappolandoli. Chi prova ad uscire muore, sembra che la coltre nasconda orribili e voraci creature.
    Ho già esplicitato il mio debole verso i film che si svolgono principalmente rinchiusi in un’unica location (sopra tutti c’è L’angelo sterminatore di Buñuel). Spesso il genere cinematografico che più si addatta a questa “recinzione” è l’horror, come in questo The Mist che, scopriremo, ha anche una venatura fantascientifica.
    Il fim è benedetto da un tocco “regale”, la sceneggiatura è tratta dal racconto “La nebbia” di Stephen King, mentre il regista è Frank Darabont che ha già mostrato la sua capacità nel trasporre su pellicola i testi dello scrittore (Il miglio verde, Le ali della libertà) ottenendo anche in questo caso un buon risultato.
    La costrizione di un gruppo di individualità in uno spazio chiuso è una situazione ideale per studiare le dinamiche interpersonali e far emergere atteggiamenti che svelano la società di appartenenza, in questo caso quella americana “provinciale”.
    Come insegna il maestro George A. Romero, Darabont/King sfrutta il genere per aggiungere all’intrattenimento della critica sociale, riprende un non-luogo classico come il supermercato, tempio del consumismo, già caro a Romero, e lo fa scenario di una micro-società sotto stato di assedio. Qui assistiamo all’emergere della paranoia che si trasforma in minaccia interna e porta alla divisione delle persone fra fanatici religiosi e razionalisti. I mostri sono le bestie là fuori, o siamo noi, capaci di infierire sulla nostra stessa specie?
    Il finale scansa furbescamente il lieto fine, pur ristabilendo nel complesso un certo ordine positivista, e dà una stoccata allo spettatore. Il problema è che l’extrema ratio è in realtà insulsa nella scelta del momento in cui attuarla.

    8 luglio 2010 alle 16:10

    • Non ho trovato altrettanto soddisfacente l’analisi del luogo (in questo caso il supermercato) come occasione per parlare di consumismo o incontro/scontro concernente la specie umana. Romero ha avuto dalla sua una maggiore capacità di approfondimento sociologico.
      Non ho gradito nemmeno il finale. A momenti ho rischiato di farci una risata 😉

      8 luglio 2010 alle 16:25

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