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VENDICAMI


USCITA CINEMA: 30/04/2010.


REGIA: Johnnie To.
SCENEGGIATURA: Johnnie To, Wai Ka-Fai.
ATTORI: Johnny Hallyday, Sylvie Testud, Anthony Wong, Simon Yam, Lam Ka Tung, Lam Suet.


PAESE: Francia, Hong Kong 2009. GENERE: Noir. DURATA: 108 Min. VISTO CENSURA: VM14.



VOTO: 5


“Monsieur Costello faccia d’Hallyday” è uno che guarda sempre avanti, purtroppo. Pure di fronte alle sofferenze della figlia in ospedale non si fa troppi scrupoli e passa subito alla vie di fatto. La voglia di partire immediatamente per una vendetta annunciata è tanta, così come l’estenuante tour de force che attende chi, al cinema, ha già avuto a che fare con questo tipo di concezione. Il volto dell’attore francese è sofferto quanto basta, ma troppo consumato e austero nelle sue pose con gli occhi spalancati per poter essere credibile come vero duro.

Le implicazioni sulle famiglie degli assassini sembrerebbero elementi aggiuntivi a una vicenda già troppo risicata di per se’. Prontamente tradite da uno scritto che mette irresponsabilmente in pericolo la vita di tanti bambini con la scena dell’appiccicatura delle bandierine, e cercando di rimediare con un finale che vorrebbe essere rivolto alla libertà e a un ritrovato equilibrio ma che giunge desolante e stridente.

To cerca disperatamente di rimanere in equilibrio tra farsa e tragedia: ecco che il lancio del “piatto piattello” durante il pranzo-adunanza con i nuovi gaglioffi di turno, e messo lì tanto per fare simpatia e tenere il film su un livello leggero, è abbastanza seccante. Così come il conseguente tiro al bersaglio a una bici in movimento per tentare di farla rimanere in equilibrio. Sarebbe stato meglio volgere in burla alla Bud Spencer e Terence Hill. Tuttavia, senza la leggerezza di quei toni (qui ci stanno due bambini ammazzati con tanto di famiglia al seguito e sangue a irrigare i pavimenti del nido domestico), non può aspirare alla stessa semplicità e levità narrativa.

Quando la Vendetta diventa un rito, un’ossessione, una malattia per uomini perduti e soli, bisogna stare attenti a come la si rappresenta. Altrimenti si rischia di mettere in scena un “Giustiziere della notte” arrivato con oltre 30 anni di ritardo e col sapore delle vecchie Polaroid scattate in soccorso al pericolo costante della perdita d’identità. Si abusa senza sosta dell’estetica della moderna violenza: la sparatoria notturna nel bosco e al chiar di luna, mentre “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, che abusa di ralenti e si appoggia sugli effetti sonori è eloquente. Le nuvolette di sangue che si alzano a ogni proiettile sparato sono fastidiose come le zanzare tigre nei periodi estivi.

E il tutto è così uguale a tanto (troppo) altro cinema già visto, masticato e digerito che non c’è da meravigliarsi se il protagonista “cede” alla perdita della memoria e va avanti ad amnesie intermittenti. Imperdibile in tal senso il conflitto a fuoco che vede i protagonisti nascosti dietro a cubi rotolanti e spinti da ventilatori, giusto per arricchire il quadro scenografico e gettare un po’ di polvere negli occhi dello spettatore. Tanto di cappello per come Johnnie To muove la sua cinepresa (una regia apprezzabilissima con un invidiabile colpo d’occhio), eppure non da credibilità e forma compiuta alle sovrabbondanti e curate coreografie. Rischia di assomigliare più a un Besson che a un Leone.

I cattivi poi, dovrebbero essere definiti caratterialmente da che si permettono di spupazzare la bella di turno sul tavolo dove si mangia e davanti a tutti: se l’insieme può essere accolto e riconosciuto come una trovata arguta, allo stesso modo è ribaltabile come inutile e rinomata stronzata che non aggiunge niente alla narrazione.

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